Alessandro Aramu

Giornalista

Chi soffia sulla crisi in Libano?

Chi soffia sulla crisi in Libano?

La crisi c’è ed è profonda. Una crisi sociale, economica e politica. Quest’ultima è nota anche perché il sistema confessionale nato per dare stabilità al paese con il trascorrere del tempo mostra tutti i suoi limiti. Certamente, come è già accaduto altre volte in Medio Oriente, ci sono fattori e soprattutto attori esterni che vogliono destabilizzare il paese. Tra questi ci sono prima di tutto gli Stati Uniti.

Ne sarebbe convinto persino l’ambasciatore russo a Beirut che in alcuni colloqui riservati avrebbe manifestato questa opinione, quasi una certezza. Manco a dirlo Washington vuole sfruttare il caos e le proteste popolari contro Hezbollah, allo scopo di indebolire il movimento sciita salvando il vero responsabile di questa crisi, il premier dimissionato Saʿd Ḥarīrī, un fantoccio dell’Arabia Saudita. Ad alimentare le proteste anti Hezbollah ci sarebbero anche alcune monarchie del Golfo e l’immancabile Israele che con il partito di Dio ha da sempre un conto aperto.

Hezbollah, dal canto suo, ha sempre dichiarato di stare dalla parte del popolo e di sostenere le proteste e ha evidenziato che la crisi monetaria in Libano venga sfruttata a scopi esclusivamente politici. Una carta utilizzata dalla finanza mondiale per colpire essenzialmente il movimento guidato da Nasrallah. Il Libano, in verità, è nella morsa della corruzione e la Banca Centrale sembra incapace di affrontare il caos del valore della valuta.

Non è un caso che negli ultimi due mesi il prezzo dei generi alimentari sia aumentato in modo preoccupante andando a colpire proprio le fasce più deboli della popolazione. Allo stesso modo, il tasso di cambio della sterlina libanese rispetto al dollaro USA è diminuito. Una situazione non più sostenibile che, secondo Hezbollah, è colpa di certi poteri libanesi in combutta con gli Stati Uniti.

Condividi

L’attacco chimico in Siria nel 2018 fu una messinscena. Wikileaks svela la bufala anti Assad

L’attacco chimico a Douma nel 2018 fu una messinscena. Sono stato tra i primi giornalisti a denunciare questa schifezza orchestrata allo scopo di bombardare la Siria e colpire Assad ma oggi le cose sono ancora più chiare. L’ho fatto anche prima del 2018, nei libri e in numerose interviste (https://youtu.be/Z7eyu_1J7ac).  In principio furono gli esperti russi a denunciare la messinscena dei cosiddetti ribelli filo turchi: un’indagine indipendente condotta sul posto rivelò che gli stessi abitanti del distretto siriano di Douma e diversi rappresentanti dell’organizzazione dei Caschi Bianchi rivelarono che non ci fu nessun attacco chimico in quella occasione.

Poi, nel febbraio del 2019, fu addirittura il produttore della BBC Syria, Riam Dalati, a svelare che il video dei momenti successivi all’attacco chimico a Douma era una messa in scena e che in ospedale non ci fu nessuna vittima. Secondo Dalati non venne usato il sarin, come dichiarato da falsi testimoni, tutti filo ribelli e dai medici. Forse si trattò di cloro ma certamente non fu Assad a usare quelle armi.

Lo scorso primo marzo, l’Opac diffuse  il rapporto tecnico su Duma, evidenziando l’esistenza di “ragionevoli prove che un attacco con un’arma chimica avvenuto il 7 aprile 2018” e che la sostanza tossica usata fosse con ogni probabilità il cloro. L’Opac a dire il vero non attribuì le responsabilità degli attacchi chimici, tuttavia la comunità internazionale puntò senza alcuna prova il dito contro il presidente siriano Bashar al Assad. 

Oggi sappiamo, grazie a Wikileaks, dell’esistenza di testimonianze e fonti dell’Organizzazione per il divieto delle armi chimiche (Opac) che mettono in dubbio l’integrità della stessa organizzazione in relazione all’uso di armi chimiche nell’attacco di Douma, in Siria, il 7 aprile 2018. Wikileaks ha pubblicato anche una valutazione ingegneristica del presunto uso di armi chimiche nello stesso attacco.  Insomma, una gola profonda mette a nudo la scorrettezza del rapporto di un’organizzazione chiamata a svolgere indagini indipendenti allo scopo di ricercare la verità dei fatti. Ma qui, è chiaro, la verità è sempre a senso unico, ovvero contro il Governo di Damasco. L’imbroglio, noto per chi si occupa di vicende siriane da tempo, è svelato. Con buona pace dei media filo ribelli che oggi si trovano a fare i conti con un’amara realtà. 

Le prove raccolte dimostrano, con tutta evidenza, un comportamento irregolare nelle indagini dell’Opac sul presunto attacco chimico a Douma. Perfino i rapporti ufficiali sulle indagini sono incoerenti. Oggi il quadro è più chiaro, anche se molto inquietante. Nel rispetto degli obiettivi originali dell’Opac, prosegue Wikileas, l’organizzazione è chiamata a ristabilire la sua credibilità e legittimità consentendo a “tutti gli ispettori che hanno preso parte alle indagini su Douma a farsi avanti e a riferire le loro diverse osservazioni in un apposito forum degli Stati che hanno aderito alla Convenzione sulle armi chimiche”.

Oggi anche il quotidiano La Repubblica si è accorto di questa notizia e in un interessante articolo di Stefania Maurizia parla della gola profonda che sta mettendo in difficoltà l’OPAC e la sua credibilità a livello internazionale.

Condividi

Siria, l’accordo con Erdoğan sancisce una nuova vittoria della Russia di Putin

 

L’accordo tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan sulla Siria mette nero su bianco quanto si sapeva da tempo: l’azione militare turca per cacciare i curdi nella cosiddetta fascia di sicurezza, profonda 32 chilometri da Trl Abyad a Ras al Ayn, non è stato un atto di imperio di Ankara ma è stato concordato nei minimi dettagli da tempo sia con Washington che con Mosca. Ne ho parlato in questa occasione: https://youtu.be/8IT5-mJEQEw.

Assad trae un beneficio relativo da questo accordo ma, al di là dell’impegno di Russia e Turchia di assicurare l’unità politica e territoriale della Siria, vi è una reale violazione della sovranità e dell’integrità del paese perché quella fascia non sarà mai più sotto il controllo di Damasco.

Le milizie curde dello YPG saranno disarmate, dovranno arretrare oltre la fascia di sicurezza che verrà pattugliata congiuntamente da Turchia e Russia, all’interno di una fascia di 10 km di profondità dal confine, a est e ovest dell’area in cui è stata condotta l’operazione turca nel nord della Siria, esclusa Qamishli, principale centro curdo nell’area.

Mosca, inoltre, manifesta la determinazione a combattere il terrorismo separatista (oltre quello di matrice jihadista): il riferimento è certamente ai curdi.  Nella cosiddetta fascia di sicurezza dovrà rientrare, su base volontaria, una parte dei circa 3,5 milioni di profughi siriani che oggi si trovano in Turchia e sono mal tollerati dalla popolazione.  La Siria, dal suo canto, può rivendicare la validità dell’Accordo di Adana firmato con la Turchia nel 1998.

Nulla si dice di Idlib, la provincia siriana del nord in mano ai ribelli filo turchi, in gran parte controllata da miliziani jihadisti e che rappresenta il vero obiettivo di Assad (e di Putin) per una ricomposizione territoriale che oggi è meno frantumata di ieri. Erdoğan, a questo punto, potrebbe restituire il favore alla Russia e concedere una liberazione di questa parte della Siria dove si concentra il maggior sforzo bellico e militare di Damasco e dei suoi alleati.

 

Condividi

Libano, se anche Hezbollah finisce nel mirino della protesta popolare

In Libano la protesta popolare non risparmia nessun partito politico, anche chi, come Hezbollah, non è accusato di corruzione. Nel sud del paese, roccaforte del Partito di Dio, per la prima volta si sono viste proteste contro il movimento sciita e persino contro il leader Nasrallah. Il forte ridimensionamento dei finanziamenti provenienti dall’Iran, a causa delle sanzioni Usa e dell’impegno militare in Siria, ha fatto sì che il partito sciita non sia più in grado di garantire, come un tempo, l’assistenza sociale e i servizi alla sua base. Sull’argomento consiglio la lettura di un interessantissimo articolo di Michele Giorgio su Il Manifesto.

Il principale obiettivo delle proteste di piazza è il capo del governo, Saad Hariri, sunnita e filo saudita che non gode più del sostegno del suo elettorato. Per uscire dall’angolo, il premier ha annunciato un taglio agli stipendi di ministri, parlamentari e del presidente della Repubblica pari al 50 per cento: misura che si applica anche a chi è ormai in pensione. Misure che, anche se approvate, potrebbero non placare l’ira di una popolazione oramai allo stremo.

Il Libano è sull’orlo del baratro, la corruzione dilagante, la crisi economica e l’aumento dei poveri (nel 2011 erano il 6%, ora sono il 39%) non può più essere sostenuta con politiche che prevedano nuove tasse (le manifestazioni sono iniziate dopo l’annuncio di una tassa, successivamente ritirata, sulle chiamate via Internet). Da sempre una polveriera, ancora di più oggi per l’insostenibile peso di circa un milione e mezzo di profughi siriani, che si aggiungono alla presenza storica dei palestinesi, il Paese dei Cedri è davvero a un bivio.

Condividi

L’intervista del 2012 con i terroristi detenuti in Siria mai trasmessa in Occidente

Il 6 settembre del 2012, il Centro Italo Arabo e del Mediterraneo ha avuto la possibilità di intervistare in una località sconosciuta della Siria, in un carcere di massima sicurezza, dei detenuti, la maggior parte stranieri e prevalentemente mercenari, originari per lopiù dello Yemen, dell’Afghanistan e dell’Algeria. Prima solo il reporter britannico Robert Fisk aveva avuto la possibilità di intervistarli senza però avere la possibilità di riprenderli come invece è stato consentito alla nostra organizzazione.  L’intervista, che qui ripropongo, è contenuta nel volume “Siria – Quello che i Media non dicono” di cui sono autore insieme a Raimondo Schiavone, Talal Khrais e Antonio Picasso (Arkadia Editore).

***

Sono schierati davanti a noi, sembrano uomini di mezza età. Quello che sembra essere il più giovane ha i capelli e gli occhi chiari. Alcuni di loro hanno la barba incolta e quell’aspetto dimesso e trasandato di persone dal vissuto difficile. Oltre a me e agli altri membri della delegazione di Assadakah vi sono due traduttori siriani, la deputata Maria Saadeh con il suo staff e alcuni reporter della tv siriana. Sistemo con attenzione la telecamera, la sensazione è quella di stare vivendo un momento storico. Non ho preparato una vera e propria intervista, so quello che voglio chiedere, ma non ho una scaletta predefinita. È accaduto tutto così in fretta e quest’incontro è stato talmente inaspettato che non ho avuto modo di prepararmi come avrei voluto. Non importa, sono uomini dopo tutto, non sarà difficile e le domande verranno da sé.

Chiedo da dove vengano, la provenienza mi sembra un primo dato importante da accertare; infatti mi domando subito se quelli che ho davanti siano siriani oppure no.

Mi rispondono in rapida successione: il più giovane è siriano, viene dalla periferia di Damasco; anche il secondo è siriano e proviene da una città nel nord della Siria, Deir el-Zour. Con sorpresa scopro che il terzo prigioniero è un algerino di nazionalità francese; accanto a lui siede un siriano, sempre della periferia di Damasco. Il turco che gli siede vicino, mi spiegano, non parla siriano né arabo, tradurrà per lui un uomo di media statura, prigioniero anche lui, proveniente da Aleppo.

Chiedo loro se hanno studiato, che tipo di formazione hanno. Il ragazzo con i capelli castani dice di essere un imam e di aver studiato teologia. Dice che suo fratello era nell’Esercito Siriano Libero e che è stato ferito durante uno scontro; racconta di essere stato intercettato e catturato mentre gli portava dei farmaci e dopo essere stato preso ha confessato la sua militanza tra i ribelli. Era il 7 aprile e si trovava alla periferia di Damasco.

La voce è roca e il tono monocorde, quasi dimesso.

Dice di essere stato emiro generale di Jabhat al-Nusra un braccio di Al-Qaida.

Mi sembra che abbia voglia di raccontare la sua storia. Così comincia un botta e risposta molto fitto.

Quali erano i vostri obiettivi in Siria?

Presso il comando della mia zona, dicevano che noi non avevamo l’obiettivo di far cadere il regime, ma l’obiettivo di instaurare il califfato. I piani prevedevano la creazione dell’Emirato di Damasco, per poi creare il grande califfato che si estendesse non solo nel mondo arabo, ma in tutto il mondo musulmano. Il capo della nostra organizzazione ripeteva spesso che la nostra missione non era solo quella di creare il califfato nel mondo arabo, ma arrivare fino alla Spagna; il comandante diceva: “Arriveremo fino a Roma e prenderemo Roma di nuovo”.

Avete un mandante, avete qualcuno che vi sovvenziona?

L’organizzazione madre si trova in Iraq, tante armi e tanti soldi, tanto denaro.

Cosa fate del denaro a disposizione, come lo utilizzate?

I soldi ci servono per comprare l’esplosivo. Qui, in Siria, c’è un ufficio organizzativo, a cui è demandata la gestione economica e che ha il compito di pagare gli aderenti.

Quindi voi siete tutti salariati, stipendiati?

Chi ha un lavoro non è stipendiato, chi non ha un lavoro fisso viene aiutato. C’è un responsabile economico a cui è demandato il compito di fornire il danaro.

Oltre al vostro obiettivo di creare il califfato, avete degli obiettivi di carattere religioso? Come vi orientate dal punto di vista religioso? Chi sono i vostri nemici e i vostri amici?

Non esistono amici al di fuori dell’organizzazione, chi non crede nella nostra religione, chi non è fedele al libro sacro è un infedele, e come tale destinato alla morte. È legale ucciderlo. Come ai tempi dei califfati, durante i quali chi non era musulmano doveva pagare il dazio e per chi non pagava c’era la spada e la morte.

In nome di quale Dio?

Non capisco. Per me è il Dio normale.

Un Dio che dice e ordina di uccidere?

I membri dell’organizzazione seguono un certo tipo di fatwa. Nella nostra organizzazione c’è un consiglio religioso, all’interno del quale ci sono dei responsabili chiamati a emettere fatwa. Il punto di riferimento dal punto di vista della dottrina, e colui che emana le fatwa più importanti, è un pensatore che si chiama Bethemia.

Dio vi autorizza ad uccidere?

La fatwa è un permesso legale per uccidere.

Lei la pensa così anche oggi?

Adesso, attualmente no.

Perché?

Quando sono entrato a far parte dell’organizzazione, ho incontrato l’emiro di Al-quta alla periferia di Damasco. L’emiro mi ha mostrato il piano di esplosione del centro di Al Midan nel cuore di Damasco. Le immagini dell’esplosione mi hanno fatto provare una grande pena, ma il capo era esaltato, provava una vera e propria eccitazione. Il responsabile della sharia aveva precisato che l’organizzazione non uccideva i civili, mentre il responsabile della zona occidentale di Al-quta aveva sostenuto che durante l’esplosione di una bomba vi possono essere dei danni collaterali. E questo non era un problema. Così ho iniziato ad avere dei dubbi.

Quando gli domando come viene trattato, risponde che è trattato molto bene, gli vengono somministrati i farmaci di cui ha bisogno poiché ha subito un intervento al cuore. Incalzo e chiedo se qualcuno gli ha mai fatto fare una fatwa per uccidere altri. Mi dice di non aver mai fatto una fatwa simile, ma gli è stato chiesto di uccidere un autista cristiano che si rifiutava di pagare il dazio e per questo era considerato un infedele. Chi non ammette la sharia e non paga il dazio deve essere eliminato.

Racconta poi di essere stato condotto, tempo prima, a Chamku, dove ha visto uccidere un rappresentante del governo. Chiedo ancora se spera di tornare a casa. Risponde con un “certamente” e china la testa, volgendo lo sguardo verso il pavimento.

Passiamo poi a un altro dei prigionieri. Si chiama Mohamed Amin Ali al-Abdullah, ha 26 anni e ha studiato medicina per quattro anni; era il medico dell’organizzazione.

Dove è stato arrestato?

Era il 10 maggio, sono stato arrestato nell’ospedale di Al Mussa: era un’imboscata. Ero andato a trovare la madre di uno, l’ordine era stato impartito dal terrorista che aveva provocato la strage di Al Midan del 6 gennaio 2012. Era ricercato dallo Stato, lui faceva parte del clan di Nusra.

Condividevi l’operato dell’autore della strage di Al Midan?

Il terrorista che ha causato la strage Al Midan doveva piazzare ordigni non solo ad Al Midan, ma in molte altre zone, io non sapevo quello che accadeva, ero lì in quanto medico, dovevo prestare soccorso ai membri dell’organizzazione. Quell’uomo [n.d.r. l’autore della strage di Al Midan] mi ha portato dove c’è stato l’attentato di al Kasaz e dove sono state utilizzate 5 tonnellate di esplosivo, era il 14 maggio.

Sei sposato? Hai fratelli?

No.

Chi è il responsabile militare dell’organizzazione?

L’emiro che mi ha coinvolto è un iracheno, il responsabile militare era un siriano di Damasco.

Sai quante persone sono morte durante l’attentato?

Più di 70 persone, e più di 300 feriti con danni alle case e agli edifici.

Come hanno organizzato quell’operazione?

Non sapevo che operazione facessero. Abnur, signore responsabile, mi ha condotto in un magazzino pieno di esplosivo alla periferia di Damasco e mi ha chiesto di aiutarlo. Inizialmente ero lì come medico responsabile. Ho fornito il mio supporto e ho caricato l’esplosivo dentro l’auto.

 Il medico termina il suo racconto e interviene il giovane imam, per precisare che l’emiro della strage di al Kasaz è lo stesso da cui anche lui riceveva gli ordini. Poi riprendiamo con Mohamed.

Che ruolo avevano gli iracheni?

Sono entrato in questo gruppo terroristico tramite un mio amico, collega di università alla fine del mese di dicembre 2011, solo per fornire aiuto sanitario. Secondo il punto di vista del mio amico era un modo per aiutarmi, questi gruppi di jihadisti sono venuti dall’Iraq, per aiutare il popolo siriano contro il regime.

Interviene ancora l’imam e dice che il responsabile della fatwa religiosa era iracheno, un generale o uno dei capi dell’organizzazione, che era stato eletto, come comandante generale in Siria, col nome di Abu Mussab.

Il detenuto sostiene di essere entrato nell’associazione dopo aver subito la pressione costante da parte dei media. Sostiene infatti che da marzo a gennaio vi è stata un’azione persuasiva, che gli è penetrata nel cervello. Interviene allora uno dei giornalisti e precisa: “I palestinesi soffrono, sono sotto l’occupazione, come mai non vi era tra le vostre priorità quella di liberare il territorio palestinese, piuttosto che quello siriano? Se voi credete che i palestinesi siano oppressi e la vittoria di Hezbollah su Israele è avvenuta grazie alla Siria, perché la Siria e non la Palestina?”.

Risponde ancora l’imam. “Secondo il concetto dell’organizzazione, tutti i sistemi del mondo arabo sono infedeli, e tutti gli infedeli sono uguali, a prescindere che si tratti di un ebreo, un dittatore, o un regime, perché non ammettono la legge di Dio. Chi non ammette la legge di Dio è un infedele e quindi bisogna combatterlo. La strada verso Gerusalemme passa tramite Damasco. Il Corano dice, chi non ammette la legge di Dio è un dittatore. Non è così nel versetto del Corano, precisano i traduttori, questa è la loro interpretazione. Per loro il dittatore, non ammette la legge di Dio, allora è un infedele”.

Dopo questa precisazione riprende l’intervista vera e propria.

Vi sentite dei rivoluzionari ? In questo momento dei prigionieri politici? Pensate di essere stati incriminati per motivi politici o siete solo persone che hanno sbagliato?

Ho seguito una strada sbagliata, risponde ancora l’imam con voce flebile, non sono triste per il mio status di prigioniero. L’organizzazione ci mostrava due strade percorribili: o la vittoria o il martirio. Io ho seguito la strada che, ovviamente, portava alla prigione, ho condannato me stesso. Quello che ho visto durante la mia esperienza è stato scioccante, il modo in cui sono stato trattato era molto diverso rispetto a quello che pensavo, a quello che immaginavo. Quando sono arrivato qui mi hanno trattato in modo molto umano, sono migliori di me. Questo è il destino inevitabile per uno che, come me, ha commesso questi sbagli.

 I suoi occhi si riempiono di lacrime.

Poniamo poi un ultimo quesito al giovane medico.

Come mai un dottore che ha giurato di salvare le persone, decide di uccidere?

Non ero la corrente dell’operazione militare, solo dopo ho compreso che l’attentato di al Kasaz era opera dell’organizzazione.

A questo punto io e i miei accompagnatori ci rivolgiamo al turco, maglietta nera e pantaloni grigi, il siriano accanto lui traduce le domande che gli rivolgiamo.

 Hai detto di essere passato dalla Turchia, per te è stato facile passare dalla Turchia in Siria? Come hai attraversato la frontiera?

Sono arrivato alla frontiera senza nessun problema e, come me, anche altre persone armate. Sono arrivato a Damasco chiedendo a una persona, Talivana, Ajil… Mi hanno fatto chiudere gli occhi e mi hanno portato a casa del primo. Ajil è andato in Turchia, chiedendo ad Assad (secondo interlocutore) di avere una strada sicura, per far entrare i jihadisti. Ho visto armi, fucili e bombe a mano. La seconda volta Assad mi aveva dato 5000 dollari. Assad è arrivato ad Aleppo in Turchia e mi ha insegnato le tecniche del contrabbando di armi e uomini. La via d’accesso per le armi non siamo riusciti a prepararla bene, così sono stato arrestato mentre arrivavo a Damasco. Sono stato arrestato ad Aleppo il 12 marzo.

Il prigioniero algerino ha la barba bianca, l’ho notato fin dall’inizio dell’intervista. Ha tenuto sempre lo sguardo basso, rivolto verso il suolo, e le mani giunte, un segno di timore forse, o di chiusura, immagino. La voce è roca.

Il suo nome è Jamel Amer al-Khodoud, sua moglie e i suoi figli vivono a Marsiglia, ha 49 anni, la sua battaglia è iniziata in seguito al tam tam mediatico a opera delle emittenti arabe, in particolare al-Jazeera. Voleva fare qualcosa per opporsi alle sofferenze delle quali, secondo lui, erano vittime i musulmani.

Non si legge rimorso né pentimento nei suoi occhi, sguardo basso teso a evitare l’incontro con gli sguardi di noi estranei. Dichiara di essere trattato bene, non mostra segni di maltrattamento, come del resto gli altri prigionieri. Quando mi avvicino a lui, rivolgendomi in lingua francese, e gli chiedo se ha paura, mi fa cenno di sì. Capisco che quella carcerazione non deve essere facile; gli chiedo se spera di tornare a casa, domanda banale forse, mi risponde ancora di sì e mi fa capire che le condizioni di detenzione non sono delle migliori. Del resto siamo in guerra, le carceri siriane sono colme di detenuti e il luogo in cui ci troviamo è uno spazio militare di massima sicurezza.

È entrato dalla Turchia, dopo un lungo viaggio dalla Francia fino a Istanbul; quindi si è recato in un campo profughi, al confine turco-siriano. Accanto a questi ci sono i campi di addestramento. È stato circa 3 mesi in questo campo, a Yadavi, e qui gli hanno insegnato l’arte della guerra.

 Come è entrato in Turchia?

In modo clandestino, di notte.

Come può uno che vive in Francia, a Marsiglia, decidere di venire a fare una guerra? Cosa l’ha spinta da Marsiglia?

Mentre guardavo i canali di al-Jazeera e al-Arabiya, sentivo la pena e la sofferenza di queste decine di bambini, di donne e piangevo. Ho deciso da solo, ho preso l’aereo e sono andato in Turchia.

Cosa faceva a Marsiglia?

Il freelance, lavoravo a volte come autista negli alberghi, vendevo nei mercati.

Adesso cosa pensa? Pensa di aver fatto uno sbaglio? Sarebbe stato meglio rimanere a Marsiglia?

Sì, penso sarebbe stato meglio rimanere a Marsiglia. Ma sentivo che venire in Siria era per me un dovere, una jihad. Combattere in nome di Dio.

Lei sa sparare?

Ho fatto il servizio militare in Francia, Reggimento dei trasporti.

In questi 3 mesi che tipo di addestramento le è stato impartito?

Ho fatto 15 giorni di addestramento con i fucili in dotazione, presso i siriani sotto il comando di Abu Akmall. L’ho conosciuto nel campo profughi siriano in Turchia.

Quanti anni ha?

49 anni.

Come mai il governo turco consentiva gli addestramenti?

I turchi non sapevano, lo facevamo di nascosto. Non si può uscire dai campi profughi. Non so come Akmall riuscisse a uscire dal campo.

Lei ha famiglia e figli?

Una moglie e 6 figli.

Ha preferito lasciare moglie e figli in Francia per andare a fare una guerra?

Per me, i figli siriani sono come miei figli.

Il governo francese non ha chiamato per lei?

Il governo francese non ha fatto nulla.

L’ambasciata è stata avvisata?

È stata avvisata, però non è intervenuta.

Ha parlato con sua moglie al telefono?

I responsabili del carcere me lo hanno permesso, ma a volte la linea cade.

Sua moglie che cosa le ha detto? Se vuole dirmelo, è una domanda personale.

Ho parlato con il mio figlio maggiore, ho mandato un sms, la linea è caduta e non ho potuto parlare con mia moglie.

Ha avvisato e non ha detto nient’altro…

Siccome non sono riuscito a comunicare con la famiglia in Francia, non so se sappiano qualcosa oppure no.

Loro sapevano che stava partendo per la Turchia?

Ho lasciato la famiglia senza dire il perché, ho deciso e sono partito.

Chi nella sua famiglia condivide con lei questo pensiero?

Ho figli piccoli, il più grande ha 11 anni, non ha queste idee. Io ho maturato queste idee solo attraverso la Tv. Non facevo parte di alcuna organizzazione, l’informazione è pericolosa.

In Francia frequentava estremisti?

In passato andavo in una moschea di salafiti, solo per fare proselitismo, invitavo la gente alla preghiera. Non parlavo mai di Al jihad.

Ci rivolgiamo nuovamente al prigioniero turco.

Ci vuole parlare della sua relazione con i talebani e la loro relazione con la Siria?

Ho conosciuto un uomo in Turchia di nome Yussef, ho assistito a una lezione di religione in Afghanistan. Le scuole religiose in Afghanistan formano ed educano i soldati, che poi tornano in Turchia e vengono mandati in tutto il mondo.

 Galibo è siriano, è stato beccato a Damasco. Faceva parte dell’esercito libero, era un muftì, la più alta autorità religiosa in quell’area, come il papa.

 Quindi era lei che emanava le fatwa?

Noi emanavamo delle fatwa. Noi decidevamo chi doveva morire.

Quindi, lei decideva della vita e della morte delle persone?

Purtroppo sì, questo era anche il mio compito, emettere fatwa nei confronti degli infedeli e di chi non pagava il dazio.

Oggi ritiene che fosse giusto quello che faceva?

Oggi no, penso sia sbagliato.

Il carattere evasivo della risposta palesa la scarsa convinzione di chi, suo malgrado, è costretto dallo stato di prigionia a dare delle risposte strumentali, che gli consentano di sopravvivere serenamente all’interno della struttura.

Concludiamo chiedendo un’ultima cosa.

Come viene trattato in questo luogo?

Bene! Mi sembra la giusta punizione per ciò che ho fatto.

Anche questa risposta, palesemente non del tutto veritiera, tradisce lo stato d’animo di un detenuto che, comprensibilmente, non dichiara apertamente lo stato di sofferenza proprio della prigionia.

 

Condividi

Siria, la testimonianza dal fronte: i terroristi di Idlib fanno il lavoro sporco. E i curdi hanno molte responsabilità

“Nelle aree curde abbiamo visto molte persone ferite e uccise dai pestaggi dei turchi. L’intero confine settentrionale da Jarablus sull’Eufrate a Maliyah è interessato. Ci sono parecchie persone in ospedale. Per quanto riguarda il numero di morti e la loro identità, è ancora presto per saperlo. Cerchiamo di essere vigili su ciò che ascoltiamo. Le famiglie sono fuggite ad Al Hasakeh. Non osano più uscire. I curdi vanno porta a porta arruolando tutti gli uomini per combattere nei ranghi curdi contro i turchi”. È una testimonianza eccezionale quella offerta da Alexandre Goodarzy, in missione nel nord della Siria per SOS Chrétiens d’Orient, al sito Voltaire.net.

Un racconto eccezionale su quanto sta accadendo in queste ore in quella zona del paese: “L’esercito turco, con il sostegno dei jihadisti di Idlib, ha bombardato diverse località della Siria nord-orientale e poi ha lanciato l’operazione di terra”.  Goodarzy parla di una situazione spaventosa e attribuisce non poche colpe anche all’ostinazione curda nel voler assolutamente creare un Kurdistan a spese della sovranità nazionale siriana “Finora, le piccole minoranze cristiane siriache, caldee e assire e persino la maggioranza araba sunnita e curda sono state sottoposte al dispotismo di questo movimento politico, in particolare il PYD e la sua ala armata, l’YPG. Certo, è piuttosto doloroso in questo momento”.

Per quanto riguarda il pericolo jihadista, derivante dal fatto che molti miliziani dello Stato Islamico sono detenuti nei campi e nelle carceri curde in aree sottoposte ai bombardamenti di Ankara, Alexandre Goodarzy evidenzia come l’indebolimento dei curdi renderà impossibile contenere questo gran numero di combattenti dell’ISIS che, insieme alle loro famiglie, potrebbero trovare una via di fuga e costituire una nuova minaccia jihadista.

Alla domanda se l’offensiva turca potrebbe servire a Bashar al-Assad per riprendere il controllo della regione, afferma: “Il governo siriano condanna ovviamente l’offensiva turca contro la violazione della sovranità e dell’integrità territoriale del paese. Tuttavia, è molto interessante per i siriani vedere i turchi fare il lavoro sporco per loro. La questione curda è un problema sia per i turchi che per i siriani. Se domani la Siria attaccasse i curdi, i media si scatenerebbero contro il governo di Damasco. Del resto, basta vedere come hanno trattato questo paese dopo aver combattuto per otto anni contro il terrorismo”.

Infine ricorda come la Turchia attacchi la Siria e i curdi da otto anni: “Controlla i territori a ovest dell’Eufrate e nella sacca di Idlib, dove si trovano i terroristi, ci sono le postazioni dei turchi. Ora che stanno attaccando i curdi, ci svegliamo! È abbastanza problematico. Sarebbe stato necessario condannare i turchi molto tempo prima”.

Condividi

La via della Seta: c’è una rotta che porta dritta all’Italia

La Via della Seta rappresenta una grande opportunità per l’Italia. Non toccato dalla rotta terrestre, il nostro paese è direttamente coinvolto in quella marittima: l’autostrada sull’acqua percorre l’Oceano indiano per approdare in uno o più porti italiani prima della movimentazione delle merci via terra.

Il Governo Gentiloni nel 2017 individuò tre porti: Genova, Venezia e, soprattutto, Trieste, il preferito da Pechino. L’autostrada del mare sarebbe la via privilegiata dal nostro paese anche per esportare i nostri prodotti verso l’Asia con condizioni di grande vantaggio, a partire da quello fiscale, per le nostre aziende. Parlare di internazionalizzazione senza considerare questo imponente programma di investimenti è certamente un errore perché tutto il mondo si muove da tempo in quella direzione. L’Italia, al di là del continuo dibattito politico sulla Via della Seta, non può trascurare questa opportunità. Il rischio concreto è perdere un treno che avrebbe come conseguenza quella di indebolire un sistema produttivo composto in gran parte da piccole e medie imprese la cui capacità di affrontare le sfide dei nuovi mercati è tutt’altro che scontata.

Il  memorandum d’intesa siglato da Roma e Pechino ha fornito la cornice giuridica a 29 accordi (dieci intese fra aziende private e 19 istituzionali, fra cui quelli su start up innovative e-commerce) tra aziende italiane e cinesi per almeno circa 8-10 miliardi di euro. Gli accordi commerciali riguardano trasporti, energia, impianti siderurgici, credito e cantieri navali, settori in cui l’Italia vanta una forte esperienza. Le imprese coinvolte, del resto, sono importanti: Cdp, Unicredit e Intesa Sanpaolo (credito), Fincantieri e Rina di Genova (settore navale), Terna, Ansaldo, Snam, Italgas, Enel e Eni (energia), Ferrovie (trasporti e Danieli (siderurgia). La Danieli di Buttrio (Udine) è partner della Cina per la realizzazione (da 1,1 miliardi di euro) di un impianto siderurgico integrato, dalla miniera al laminatoio, in Azerbaigian. Snam ha firmato un’intesa a supporto di iniziative congiunte che riguardano sia l’Italia e la Cina che paesi terzi. Eni ha firmato con Bank of China un accordo “per rafforzare la collaborazione su vari strumenti finanziari”.  Tra gli accordi sottoscritti alcuni riguardano scambi a livello culturale. Alla base delle intese, l’intensificazione della lotta al traffico illecito delle opere d’arte, mostre, gemellaggi tra siti Unesco.

Resta la diffidenza dell’Unione Europea che non ha firmato nessun memorandum perché, ufficialmente spiegano gli addetti ai lavori e i funzionari di Bruxelles, ci sono già delle piattaforme che guidano le relazioni con Pechino: la strategia Ue-Cina e la quella sulla connettività. In verità, il timore dell’Ue è che la Cina possa intessere rapporti con i singoli Paesi che vadano a ledere l’integrità commerciale dell’Unione. Tra gli Stati membri che a settembre del 2019 non hanno siglato il memorandum figurano Francia, Germania e Spagna mentre, secondo alcune fonti, ci sarebbero anche Paesi che hanno rifiutato di siglare il memorandum con la Cina.

La politica nazionale, come spesso accade, si è soffermata prevalentemente sui rischi  di questa operazione e non sulle concrete opportunità che si potrebbero aprire per le nostre imprese. Sia chiaro, i rischi sono reali anche perché il colosso cinese non viene in Italia o in Europa a fare beneficienza. Si parla di affari e di investimenti per miliardi e miliardi di dollari. Non è da escludere, quindi, così come è accaduto in altri paesi, in particolare in Africa, che Pechino punti, tra le varie cose, anche ad accaparrarsi pezzi di infrastrutture italiane o ad assicurarsi una concessione lunga di quelle statali.

Molto dipenderà  da quanto il governo italiano saprà resistere alla tentazione di liberarsi dalla gestione di beni infrastrutturali che sono diventati soltanto un costo o un peso per lo Stato. Come di dice in questi casi, “le nozze si fanno in due” ed è nella piena disponibilità delle nostre istituzioni la stipula di  accordi che siano vantaggiosi per entrambe le parti. È comunque significativo il fatto che tra il 2000 e il 2016, il nostro paese sia stato uno dei maggiori destinatari nell’Unione europea, dopo Regno Unito e Germania, degli investimenti cinesi, in particolare nel triennio 2014-2016.

L’Italia guarda con grande interesse alla possibilità di esportare le proprie merci in un mercato enorme come quello cinese. I due governi, del resto, hanno di un’agenda incentrata su forti priorità dei due sistemi economici. Le tecnologie verdi, l’agroalimentare, l’urbanizzazione sostenibile, i servizi sanitari e l’aerospaziale sono campi su cui Italia e la Cina possono investire con la consapevolezza di una perfetta complementarità tra le capacità tecnologiche e industriali italiane in questi settori e le necessità dello straordinario sviluppo cinese.

Ne è una prova concreta l’istituzione del Business Forum Italia/Cina (inaugurato nel giugno 2014 e rilanciato all’inizio del 2016), una piattaforma di interazione innovativa dal potenziale enorme. Le Comunità d’affari dei due Paesi hanno a disposizione un foro permanente – prima inesistente – che si affianca al dialogo intergovernativo, per facilitare scambio d’informazioni, conoscenze, proposte industriali e investimenti reciproci, ivi compresa partnership strategiche anche su mercati terzi. L’ultima riunione plenaria del Business Forum Italia/Cina si è svolta a Roma il 22 marzo 2019 in occasione della visita del presidente cinese Xi Jinping.

(2. continua)

Condividi

Cina, la via della Seta è il futuro del commercio mondiale

La Repubblica Popolare della Cina è la nazione più popolosa del mondo (poco meno di un miliardo e mezzo di persone) e si estende su territorio variegato, dalle catene montuose himalayane, all’altopiano del Tibet, fino ad arrivare alle coste sul Pacifico ad est. L’amministrazione riguarda 33 suddivisioni di livello provinciale, di cui 22 province, 5 regioni autonome, 4 municipalità e 2 regioni amministrative speciali. La sede centrale è a Pechino ed è da qui che vengono emanate leggi e normative in ambito imprenditoriale. Ogni amministrazione provinciale ha comunque una certa autonomia nella gestione dei Piani Quinquennali emanati dal governo di Pechino, che rappresentano il principale strumento di politica economica del Paese.

Nel Programma di Sviluppo Quinquennale che va dal 2016 al 2020 riveste ampia centralità l’obiettivo di assicurare forme di crescita qualitativa. Le Autorità si trovano oggi chiamate a garantire continuità allo sviluppo economico del Paese, estendendone i benefici a tutte le fasce della popolazione. Sul piano delle relazioni bilaterali, punta a incrementare le proprie relazioni economiche e commerciali con i Paesi sia industrializzati, sia emergenti ed è ormai annoverata tra i principali finanziatori di progetti di sviluppo economico all’estero, pur con criteri differenti da quelli OCSE.

Secondo il Fondo monetario internazionale, la Cina è la regione a più rapida crescita e il motore principale dell’economia del pianeta. La cosiddetta “terra di mezzo” da sola rappresenta un terzo del contributo alla crescita economica del mondo. Benché il tasso di crescita non raggiunga più la doppia cifra come nello scorso decennio (il 6,6% nel 2018), la Cina ha il secondo PIL al mondo e da anni sta sperimentando una crescita significativa. L’imponente urbanizzazione e la crescita del potere di acquisto della classe media sono alla base della costante crescita dei consumi interni. Ciò non solo nelle cosiddette città di prima fascia (Pechino, Shanghai e Canton) ma anche in quelle di seconda e terza fascia (20 metropoli, ciascuna con 7-10 milioni di abitanti), oltre a numerose altre aree urbane da 3-5 milioni di abitanti.

Si è discusso a lungo del rischio di una brusca frenata (hard landing) dell’economia cinese, tuttavia vi sono alcune dinamiche che, in una certa misura, forniscono rassicurazioni in questo senso. Nel Paese da alcuni anni è in atto un processo che sta modificando il suo modello di sviluppo, orientandolo maggiormente dall’export ai consumi con un conseguente andamento meno rapido, ma più sostenibile, e con l’obiettivo di entrare a far parte, nel medio termine, tra i paesi ad alto reddito.

Ben si comprende quindi perché la Cina sia considerata oggi il mercato più attrattivo per le imprese italiane, non solo per l’enorme platea di consumatori a cui proporre i nostri prodotti e servizi ma anche per le concrete opportunità di investimento che sono sorte a seguito degli accordi inseriti in quel vasto programma denominato la Via della Seta. Un nome suggestivo, ambizioso, per certi aspetti epico, che va però letto con molta attenzione, non solo per gli importanti risvolti di natura economico/commerciale ma anche politico. I soggetti sono la Cina, da una parte, e l’Europa, dall’altra, con un ruolo di primo piano proprio del nostro paese. È la riproposizione in chiave moderna di quel tragitto che, attraverso i mercati, portavano il pregiato tessuto da quel paese fino al cuore del vecchio continente.  Quel tragitto, grazie a un’intuizione del presidente cinese Xi Jinping, è diventato a partire dal 2013 un vero e proprio progetto industriale, commerciale e di infrastrutture per poter ampliare la forza economica del suo paese in Europa. L’iniziativa è considerata prioritaria dai vertici politici cinesi.

L’obiettivo dichiarato è quello di costituire una rete di connettività e partenariati che, insieme a trattati bilaterali e regionali di libero scambio, faciliti commerci e investimenti.

Il progetto, denominato anche “Belt and Road”, prevede la realizzazione di tratte ferroviarie ad alte velocità, autostrade e creazione o ampliamento di porti dalla Cina all’Europa, attraverso tutta l’Asia. Ne sono coinvolti anche potenze come la Russia e l’India e altri paesi che hanno messo a disposizione ingenti somme di denaro. Sono sei le rotte – quattro terrestri e due marittime – che si snoderanno lungo una serie di basi – ovvero porti, ferrovie e strade – dalle quali far transitare i prodotti cinesi.

Per questo è stata creata la Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture con una cassaforte da 100 miliardi di dollari il 30% dei quali arrivati proprio da Pechino. In tutto sono oltre 150 i paesi che hanno firmato l’intesa e comprendono paesi di Asia centrale, Asia settentrionale, Asia occidentale e i paesi e le regioni lungo l’Oceano Indiano e il Mediterraneo.

Si tratta, come si vede, di un’iniziativa strategica commerciale dalla grandissima importanza che si muove in una triplice direzione perché punta: 1) a promuovere il ruolo della Cina nelle relazioni commerciali globali; 2) a espandere i suoi flussi di investimenti internazionali; 3) a fornire sbocchi commerciali per i suoi prodotti. Come è stato evidenziato da vari osservatori, si tratta di uno strumento di soft power di grande portata. (1. continua)

Condividi

La Siria riparte dal pluralismo religioso (e dai cristiani)

La propaganda anti Assad in chiave religiosa è un elemento costante di come i media hanno raccontato la guerra in Siria dal sorgere del conflitto nel 2011. Nelle maglie della disinformazione, loro malgrado, sono finiti i cristiani: perseguitati dai gruppi jihadisti supportati dall’Occidente e dalle Monarchie del golfo, hanno fatto fatica a far sentire la loro voce quando una schiera di inviati spregiudicati hanno raccontato soltanto un’unica versione, compresa quella falsa che a volere la loro scomparsa dalla Siria, come quella di altre minoranze, fosse proprio il governo di Damasco.

Autorevoli giornalisti hanno condotto importanti reportage per demolire questa narrazione fatta propria, in parte, anche da Papa Francesco che, evidentemente, non ha ascoltato le grida di dolore che le comunità cristiane siriane hanno lanciato al mondo mentre i terroristi commettevano nei loro confronti le peggiori atrocità. Una responsabilità, quella del Vaticano, che non può essere sottaciuta perché confonde il piano dei perseguitati con quello dei loro persecutori, ignorando che c’è sempre stato qualcuno che ha lottato per assicurare la presenza cristiana in Siria.

Alla vasta letteratura sul tema (si pensi ai libri in lingua italiana del reporter di guerra Gian Micalessin, Fratelli traditi, e del giornalista Fulvio Scaglione, Siria – I cristiani nella guerra), si aggiunge anche il libro “Voci dalla Siria” di Mark Taliano, ricercatore del Center for Research on Globalization (CRG) e autore di Global Research Publishers, 2017.  L’autore unisce anni di ricerca con osservazioni sul campo e nel suo volume presenta ai lettori un’analisi informata e ben documentata tanto da essere considerata oggi il principale e più autorevole documento sui media in Siria. Il libro sostiene una tesi non molto amata dal giornalismo occidentali, ovvero che nel paese il pluralismo religioso stia risorgendo, a volte letteralmente dalle ceneri.

Si parla tanto dei profughi ma non si racconta mai del loro ritorno in patria, in un paese che l’esercito di Damasco con il sostegno della Russia e dei suoi storici alleati regionali (Iran ed Hezbollah) ha liberato dai terroristi la cui barbarie è ben impressa nella mente di milioni di siriani. In decine di migliaia hanno rifatto la strada di ritorno dai campi in Libano, Turchia, Giordania e Iraq. Altri stanno pensando di ritornare persino dall’Europa. Certo, non tutti i cristiani fuggiti dalla Siria nel corso della guerra non tornano nel paese ma questo non perché c’è Assad ma solo perché si preferisce, dopo una fuga drammatica da un luogo di guerra, provare a costruire una nuova vita in luoghi che danno maggiore sicurezza. Del resto, il numero dei cristiani in Siria oggi è dimezzato mentre quello nell’Iraq liberato è ridotto a meno di un quinto e la comunità prossima all’estinzione. Sono numeri che smontano la tesi dei nemici di Assad in funzione anti cristiana.

Certo, la ricostruzione è lenta e faticosa, il paese, smembrato e ridotto in molte delle sue parti in un cumulo di macerie, soffre, per via delle sanzioni, la fame e il deficit di cure mediche, ma la popolazione ha ripreso a vivere sotto un cielo che non è più quello cupo dello Stato Islamico e delle bande jihadiste. Mark Taliano prende l’antica città di Maaloula come esempio della rinascita, soprattutto per i cristiani. Luogo sacro per eccellenza, dove si parla ancora l’aramaico, la lingua di Cristo, dopo la distruzione dei santuari, delle chiese e persino delle moschee da parte dei terroristi di al Qaeda, oggi è un esempio di pluralismo religioso tipico della migliore tradizione orientale.

La Siria è ritornata a essere la terra dei profeti, del dialogo religioso, dei riti sacri e di quelle antiche testimonianze che hanno posto questo luogo al centro della cristianità nel mondo. Che piaccia o meno, il merito è in gran parte del Presidente Assad al quale si possono certamente attribuire molte colpe ma non certo quella di aver lottato per mantenere la Siria integra, sovrana, laica e plurale, un’architettura poco gradita all’Arabia Saudita e alla sua ideologia wahabita, ma soprattutto libera dal giogo del terrorismo islamico e dalla violenza jihadista.

Ancora oggi circolano delle vere e proprie fake news, sulle quali si nutre l’opinione pubblica, circa i crimini commessi dal governo siriano. Parlando dei cristiani salta all’occhio quella messa in circolazione dal Syrian Network for Human Rights, una finta organizzazione umanitaria pagata dall’emiro del Qatar, che di terrorismo se ne intende visto che in Siria ha foraggiato a suon di petroldollari i gruppi armati autori di massacri su vasta scala. Lo stesso Emiro, attraverso la sua emittente, Al Jazeera, si è macchiato delle peggiori nefandezze nel campo dell’informazione mondiale, con falsi scoop propinati allo solo scopo di far ricadere su Damasco e Mosca colpe che invece sono attribuibili interamente sui cosiddetti ribelli.

Secondo tale organismo, il presidente siriano dal 2011 a oggi avrebbe attaccato volutamente 124 chiese nel paese. L’intento è quello di screditare quanto riportato dalle stesse comunità cristiane, dalle autorità ecclesiastiche del paese e dai giornalisti che hanno raccolto testimonianze in pieno contrasto con quanto affermato da un gruppo mediatico che non può essere considerato né indipendente né libero. Del resto, lo fanno anche alcuni giornalisti e opinionisti che in Siria non ci sono mai andati ma pensano di detenere la verità in tasca. Intanto, sotto le bombe dei quartieri occupati dai terroristi ci stavano loro, i preti, le suore, i chierici e quei fedeli che non hanno mai smesso di aiutarsi a vicenda e di aiutare il prossimo, senza pensare che quel prossimo fosse cristiano, ebreo o musulmano. E in quegli anni lunghissimi, tutti loro, da Aleppo alle periferie di Damasco, avevano la consapevolezza che il male aveva il volto dei jihadisti e non quello di Assad.

Condividi

Saremo invasi dai musulmani? Così la propaganda stravolge l’inchiesta di Le Point

I giovani musulmani in Francia abbracciano in numero sempre più crescente il fondamentalismo e l’ortodossia. Questo, in sostanza, quanto emerge da un’inchiesta del giornale Le Point* che sta scuotendo la Francia e preoccupa l’Europa. Manco a dirlo, l’interessante reportage di Jérôme Fourquet, uno dei più acuti analisti politici transalpini, è stato preso a pretesto da una parte del mondo sovranista per lanciare una campagna contro l’Islam tout court e in difesa della civiltà cristiana. Sullo sfondo rimane la tesi, la più pessimistica, secondo la quale entro il 2050, continuando così le cose, i cittadini musulmani costituiranno la maggioranza della popolazione in Europa e il fondamentalismo troverà terreno fertile per sovvertire l’ordine e i principi democratici dell’Occidente. Questa affermazione, come è ovvio, serve a rafforzare le politiche di chiusura delle frontiere e di impedire che nel nostro continente arrivino altri immigrati musulmani.

Prima di analizzare l’inchiesta di Le Point, occorre sottolineare come i più autorevoli studi demografici affermino che se anche i profughi e gli immigrati continuassero a venire in Europa allo stesso ritmo, e con una simile composizione religiosa, da qui al 2050 la popolazione musulmana potrebbe quasi triplicare e arrivare al 14%. Se invece l’immigrazione cessasse completamente la popolazione musulmana potrebbe arrivare al 7,4% entro il 2050. Una delle ragioni di tale crescita è che i musulmani europei sono in media più giovani degli altri europei di 13 anni. Hanno, inoltre, più figli, in media un figlio in più per donna.

Se non venissero ammessi più profughi nei paesi europei, ma l’immigrazione continuasse al ritmo attuale, sulla base dei dati di metà 2016 la popolazione musulmana potrebbe più che raddoppiare arrivando all’11,2 percento. Sono numeri importanti ma che smentiscono la tesi catastrofista dei sovranisti europei e italiani.

Detto questo, tra la maggioranza dei profughi giunti in Europa in questi ultimi anni quella siriana è la componente più numerosa e non rappresenta certo un pericolo perché, abituata a vivere in una struttura statale in cui il pluralismo religioso era ed è tutt’ora, benché il paese sia devastato dalla guerra, un elemento fondante della convivenza civile. La Francia da questo punto di vista è un modello particolare, come del resto il Belgio. Non è un caso che gli attentati terroristici di matrice jihadista che hanno colpito Parigi e Bruxelles siano stati condotti non da immigrati ma da cittadini francesi di origini musulmane, di seconda e terza generazione.

L’inchiesta di Jérôme Fourquet fotografa un quadro noto da tempo e va analizzato con il piglio di chi conosce la società francese e le sue periferie. L’emarginazione delle nuove generazioni di stranieri, non soltanto musulmani, che non riescono a integrarsi nel paese è un fenomeno che ciclicamente si ripropone all’attenzione dell’opinione pubblica. I cosiddetti ‘sans papiers’, gli immigrati illegali francesi, occupano le cronache da più di 20 anni.

Non si possono dimenticare le rivolte del 2005 nelle banlieue, tre settimane di sommosse e di scontri che rappresentano la più importante rivolta in Francia dal maggio del 1968. Parliamo di contesti urbani in cui i padri o i nonni di molti giovani africani di seconda o terza generazione hanno vissuto per decenni in baraccapoli: erano la forza lavoro utilizzate dalle imprese francesi per dare vita a nuove abitazioni nell’ambito di un piano di ricostruzioni che doveva restituire non solo spazi ma anche dignità agli abitanti delle periferie. Soltanto in un secondo momento quei lavoratori, dopo aver vissuto in contesti disumani, riuscirono ad entrare in una casa vera e propria, in quei condomini con affitto moderato che hanno rappresentato uno scatto sociale per tanti “esclusi” dalla società francese. Negli anni Ottanta l’aumento della disoccupazione e la disperazione hanno contribuito a creare fenomeni diffusi di illegalità a cui si sono aggiunti elementi religiosi e politici, come dimostrano gli attentanti del 1998 condotti dall’islamismo militante. Dal 1997, anno in cui si costituì il primo collettivo dei Sans Papier, a oggi la posizione di migliaia di stranieri è stata regolarizzata ma sono ancora tanti quelli (si parla di 100 mila) che ancora aspettano di uscire dal cono d’ombra in cui sono costretti a vivere.

Leggere l’inchiesta di Le Point senza considerare questa premessa rischia di stravolgere il significato di quei numeri che destano preoccupazione perché il rischio non è certo l’assimilazione della cultura occidentale, con profonde radici cristiane, da parte di quella islamica ma il concreto e imminente pericolo di sicurezza che il fondamentalismo delle nuove generazioni di musulmani francesi costituisce per tutta l’Europa. Un fenomeno già visto in altri contesti del Mediterraneo, come ad esempio la Tunisia che, infatti, è il paese dal quale sono partiti più combattenti in Siria dove sono andati a ingrossare le fila di formazioni jihadiste come Daesh o Al Qaeda.

Ecco, più che gridare all’invasione musulmana, c’è da chiedersi che cosa stia facendo concretamente la Francia di Macron per prevenire il rischio di attentati e quali politiche stia portando avanti nelle periferie francesi per evitare che la povertà, il disagio e l’emarginazione di molti giovani rappresentino il terreno fertile per l’affermarsi, su larga scala, dell’estremismo di matrice islamica.

*“La percentuale di persone che partecipa alle preghiere del venerdì in moschea è più che raddoppiata, dal 16 per cento nel 1989 al 38 per cento oggi. È spettacolare. Notiamo un calo della percentuale di persone che dichiara di bere alcolici, dal 35 per cento nel 1989 al 21 per cento oggi. Solo il 41 per cento ritiene che l’Islam debba conformarsi alla laicità, contro il 37 per cento che ritiene che sia al contrario la laicità che deve adattarsi all’Islam. L’82 per cento ritiene che il cibo halal deve essere consumato nelle mense scolastiche e il 68 per cento ritiene che una ragazza dovrebbe essere in grado di indossare il velo a scuola. Tra gli intervistati, il 27 per cento concorda con l’idea che ‘la sharia dovrebbe prevalere sulle leggi della Repubblica’”.

Condividi

Elezioni in Tunisia, l’Italia non sia distratta

Le elezioni presidenziali in Tunisia non possono essere guardate con distrazione dall’Italia giacché tra i due paesi, affacciati l’uno davanti all’altro nel Mar Mediterraneo, corrono relazioni economiche, diplomatiche e culturali molto profonde. Anche di recente, il nostro governo ha ribadito l’intenzione di voler diventare il primo partner della Tunisia, rafforzando un legame di profonda amicizia che però non è scevro da problemi. Il riferimento è certamente la questione dei flussi migratori: nel 2018, infatti, i tunisini hanno rappresentato la principale nazionalità di migranti giunti nel nostro paese, con una cifra che si è attestata a poco più di 4000 persone giunte nelle nostre coste.

Una questione spinosa perché l’Italia nel frattempo, grazie a una serie di progetti di cooperazione, è impegnata a formare moltissimo giovani nelle proprie università con lo scopo di creare una futura classe dirigente in grado di creare sviluppo nel paese africano ma anche un ponte con l’Italia, con l’obiettivo di rafforzare sinergie, scambi e persino percorsi di sviluppo congiunto nel bacino mediterraneo.

Qualche dato aiuta a comprendere meglio l’importanza di un paese che rappresenta una piattaforma produttiva naturale per le imprese italiane impegnate a diversificare le proprie attività e penetrare nuovi mercati nel Maghreb, Africa subsahariana e Golfo. L’Italia è  il secondo partner commerciale della Tunisi con interscambio bilaterale nel 2018 attorno ai 5,9 miliardi di euro, e un saldo in attivo. Siamo il secondo cliente e il primo fornitore della Tunisia, con una quota di mercato superiore al 16%.

La nostra presenza economica annovera un migliaio di imprese, che danno lavoro a 63 mila tunisini. Una presenza massiccia, quasi un terzo di tutte le imprese a partecipazione straniera. Le nostre aziende, pur nel contesto non facile degli ultimi anni, hanno mantenuto la loro posizione nel mercato tunisino. L’Italia è molto presente nei settori manifatturiero (soprattutto tessile/abbigliamento), energetico, costruzioni e grandi opere, componentistica automotive, bancario, trasporti, meccanico, elettrico, farmaceutico, turistico e agro-alimentare.

Ecco, guardare a quel paese come un semplice contesto estero, non dissimile dagli altri, è profondamente sbagliato. Le elezioni presidenziali, del resto, sono state un banco di prova importante per capire, o almeno intuire, quale strada intraprenderà la Tunisia del futuro. Il primo turno ha riservato qualche sorpresa e al ballottaggio sono finiti, tra i 26 in corsa, due candidati “fuori sistema”: il docente universitario e costituzionalista Kaïs Saïed e l’imprenditore Nabil Karoui, che proprio durante la campagna elettorale è finito in carcere per reati finanziari. Uno dei grandi sconfitti è il candidato di Ennahda, Abdelfattah Mourou, il partito islamista che in questi anni ha provato ad ammorbidire le sue posizioni conservatrici fino a una revisione, solo parziale a dire il vero, dell’idea di Islam politico, quasi una necessità all’indomani degli attentati terroristici che hanno scosso il paese.

Lo scontro non è più tra islamisti e laici ma tra progressisti e conservatori, tra chi ha una idea moderna dello Stato e chi ancora è radicato in dinamiche che premiamo solo le grande aree urbane, relegando le aree periferiche a condizioni di sotto sviluppo permanente. Il populismo di Karoui, che certamente affascina una parte della popolazione, sembra essere un elemento di destabilizzazione del quadro politico interno. Il dato che preoccupa di più è la bassa affluenza al voto, ben sotto al 50 per cento, segno che dalla rivoluzione dei Gelsomini a oggi a regnare è il disincanto e la sfiducia verso la classe dirigente di un paese che vive di fortissimi contrasti ideologici e di una precarietà democratica dovuta principalmente a fattori economici e di distribuzione di ricchezza che ha acuito le disuguaglianze sociali. L’Unione Europea, e in particolare l’Italia, hanno il difficile compito di sostenere un percorso democratico capace di contrastare povertà e disoccupazione che sono la prima causa dei fenomeni migratori e del terrorismo. È evidente come sia necessario fornire il potenziale per stabilizzare la democrazia tunisina attraverso una economia forte, un impegno che gli alleati della sponda nord del Mediterraneo non possono disattendere. I più sfiduciati sono proprio i giovani che, a una prima analisi, sono quelli che hanno maggiormente disertato le urne. Chi tra gli under 30 ha scelto la strada del voto ha optato per Saïed, mentre gli anziani hanno premiato il controverso Karoui. Ora tutto si sposta a novembre, quando ci sarà il ballottaggio per la poltrona presidenziale. Nel mezzo, a inizio ottobre, le elezioni politiche che disegneranno nuove alleanze e nuove strategie, soprattutto per i partiti usciti malconci dal primo voto presidenziale.

Condividi

Politica estera, le sfide per l’Italia

Sono almeno cinque le principali sfide che il nascente governo M5S- Pd, guidato da Giuseppe Conte, deve affrontare in politica estera.  Sfide che dovranno chiarire una volta per tutte gli equivoci che fino a oggi hanno caratterizzato i recenti esecutivi. Il riferimento al precedente con l’ingombrante presenza di Matteo Salvini nella duplice veste di ministero degli Interni e, al contempo, di responsabile degli Esteri (de facto) ha causato molti problemi nei rapporti internazionali dell’Italia, specie nel bacino mediterraneo.

L’attuale maggioranza non offre maggiori garanzie anche se almeno su un punto il partito di Zingaretti e di Di Maio sembrano aver trovato una buona convergenza, almeno di facciata: il rapporto con l’Unione Europea oggi sembra più un terreno di incontro che di scontro tra i due principali azionisti del governo. Il via libera alla nomina della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen,  e a Paolo Gentiloni come nuovo Commissario Europeo per l’Italia hanno sancito una distensione nelle relazioni con Bruxelles, facilitate anche dal nuovo ministro dell’economia che da quelle parte gode di importanti amicizie e di una considerazione che dovrebbe consentire di non essere guardati con la diffidenza degli ultimi mesi.

Del resto, sono i pentastellati ad aver ammorbidito la loro linea, complice anche il nuovo corso del premier Conte che ha abbandonato le posizioni sovraniste del suo primo governo per condurre una linea più trattativista con le istituzioni continentali. L’uscita dall’Euro, che pure aveva alimentato una buona parte del movimento ai tempi in cui i veri leader erano Beppe Grillo e Roberto Casaleggio, oggi è stata del tutto accantonata. La parola d’ordine è riformare l’Europa da dentro e non a colpi di inutili spallate che, come dimostra la storia recente, non portano a nessun risultato.

La seconda sfida, che riguarda solo in parte i rapporti con Bruxelles, concerne la gestione dei flussi migratori. Al di là della disumana propaganda salviniana e del buonismo sciocco di una sinistra che si logora nell’incapacità  di affrontare la questione con senso di responsabilità, il vero nodo è quello dei rapporti con l’Africa. Il terminale libico non è la causa e neppure la soluzione di tutti i problemi. Un paese in guerra non può frenare il flusso migratorio che proviene da un continente che cresce al ritmo di 50 milioni di persone all’anno. Un continente destinato a diventare nel giro di 80 anni il più popoloso del pianeta. Se non si interviene creando sviluppo e ricchezza in questa parte del mondo, rinunciando alle politiche predatorie che ancora oggi impoveriscono intere nazioni, ogni discussione sulle migrazioni dal sud al nord del mondo non hanno alcun significato se non ad alimentare violenza e ignoranza. In questo quadro, l’Italia deve ritornare ad avere un ruolo forte anche in Medio Oriente, un posto che gli spetta di diritto e che purtroppo non esercita da tempo.

La guerra in Siria, l’avanzare del terrorismo di matrice jihadista, i rapporti con la Turchia di Erdogan, la questione israelo-palestinese e la promozione di un dialogo interreligioso che abbandoni la logica dello scontro di civiltà sono temi che devono ritornare al centro dell’agenda politica estera del nostro paese. Nel M5S e nel Pd ci sono sensibilità diverse ma urge un cambio di rotta soprattutto ora che alla Casa Bianca c’è Donald Trump. Gli Stati Uniti in salsa sovranista e isolazionista non possono più essere un modello per il nostro paese, Washington è inaffidabile e come dimostrano le ultime mosse del presidente statunitense anche un pericolo per la sicurezza mondiale. Un uomo che vive nel passato, i cui nemici sono i comunisti di Cuba, della Corea del Nord, della Cina e, tramite procura israeliana, il solito Iran. Nel frattempo, si continua a supportare l’Arabia Saudita, sponsor del terrorismo wahabita su scala mondiale e principale artefice di quella catastrofe umanitaria chiamata Yemen.

L’Italia non può permettersi di vivere ai confini del mondo, chiusa nel suo provincialismo permanente, con la paura di prendere autonome iniziative diplomatiche e libertà di movimento in contesti in cui ha il diritto, oltre che il dovere, di difendere i propri interessi.   In questo senso, Cina e Russia sono due grandi potenze economiche che non possono essere liquidate con la stolta politica delle sanzioni e dei dazi.

Liberarsi da certi pregiudizi (che poi sono quelli che portano la sinistra italiana a considerare tutti gli oppositori di Putin, anche quelli filo nazisti, dei paladini delle libertà e dei diritti civili) vuol dire impegnarsi a non tagliare fuori il nostro paese, una volte per tutte, dalle linee di traffico con l’Oriente, che non è solo via della Seta, e riannodare un filo commerciale con Mosca il cui mercato rappresenta per le aziende italiane una grande opportunità e fonte di ricchezza.

Insomma, il fragile governo “giallo-rosso”, in un mondo che corre a una velocità impressionante, come dimostra la mutevolezza delle alleanze diplomatiche, non può più permettersi di navigare a vista. Serve un briciolo di coraggio, anche perché i nostri storici alleati, si pensi alla Francia di Sarkozy e Macron, negli ultimi decenni hanno dimostrato di muoversi con una buona dose di spregiudicatezza nel contesto geopolitico globale, stringendo rapporti politici e accordi commerciali con importanti partner che non considerano più l’Italia un target strategico dal punto di vista economico.

Condividi

Il grido del sopravvissuto: “La Turchia deve riconoscere il genocidio armeno”

Andranik Matevosyan con i suoi 107 anni è uno degli ultimi sopravvissuti del genocidio armeno. Ne aveva 102 quando nell’ottobre del 2014, insieme al fotografo Romolo Eucalitto, uno dei più grandi fotografi di cinema italiani, l’ho incontrato nella capitale armena. I suoi ricordi riaffiorano da un passato non facile da rimettere in piedi: «La mia famiglia era originaria di Kars, in Anatolia orientale, dove sono nato nel 1912. Avevo sei anni, quando la mia famiglia riuscì a migrare a Batumi, una città che si trova in Georgia. Non ricordo molto di quel periodo, ma ho sentito molto della storia della mia famiglia dai racconti di mia madre. Si chiamava Siran. Era estate e siamo scappati nel 1918». In realtà le vicende che racconta Andranik si svolgono nel 1915, tre anni prima di quanto rammenti. Lui, a quel tempo, aveva soltanto tre anni.

Come furono i giorni che anticiparono la fuga verso la salvezza? La nonna di Andranik, che si chiamava Shushan, aveva saputo da molti amici turchi che stavano cercando gli armeni per deportarli e ucciderli. Sono stati loro a suggerirle di non rimanere più nel villaggio, di scappare per non essere uccisi: «A quel punto mia nonna, che aveva i figli che facevano il servizio militare nell’esercito turco, è andata dai loro capi e li ha convinti a lasciarli andare via. Non so come ci sia riuscita, ma ha preso i tre figli, compreso il padre di Andranik, e siamo scappati tutti assieme». «Quando siamo andati via da Kars – dice – non avevamo nessuna idea di dove stavamo andando. Mio padre, Artem, e mia madre sapevano esattamente che cosa stava accadendo, la voce si era sparsa tra le famiglie armene. Molti turchi, come era capitato con mia nonna, ci avevano informato che l’esercito ottomano voleva uccidere gli armeni, compresi quelli che prestavano servizio nelle loro file. Mi hanno raccontato che molti genitori, che non potevano portare con sé i figli perché troppo piccoli, preferivano buttare i loro bambini nel fiume. Erano sicuri che in questo modo, i piccoli, che avevano anche un solo mese di vita, avrebbero avuto la possibilità di sopravvivere. Pensavano che se li avessero lasciati per terra, gli animali li avrebbero mangiati. Non tutti sono riusciti a scappare dal villaggio, molti sono rimasti lì, soprattutto i vecchi, e sono stati uccisi».

Andranik ricorda: «Avevo due fratelli ma sono stato l’unico a sopravvivere al genocidio insieme ai miei genitori». Quando gli chiedo se ricorda qualcosa più dei suoi fratelli, l’anziano uomo non risponde. Forse non vuole ricordare. Forse, semplicemente, non può farlo. Quello che certamente sa è che «molti armeni in quell’occasione hanno fatto finta di essere curdi». «I miei genitori si sono travestiti con i baffi lunghi, mi hanno preso in braccio e sono scappati dalla loro casa. Quando ci hanno fermato a un posto di blocco dell’esercito mio padre ha risposto che eravamo di nazionalità curda. Per questa ragione siamo rimasti sempre in silenzio lungo la strada, per non rivelare la nostra vera identità ai turchi. Insieme a noi c’erano altre famiglie armene, della nostra ci siamo salvati solo noi. Gli altri – i nonni, gli zii e le zie – sono stati uccisi. Si sono salvati solo quelli che erano vicini al confine e sono riusciti a scappare prima di essere catturati. Quelli che erano più lontani sono stati sterminati».

Con Andranik Matevosyan nella sua casa di Erevan

Sul genocidio non può raccontare altro. Non ricorda nulla di quella marcia che li ha condotti alla città di Batumi, tranne il fatto che «vivevamo nelle caserme e che c’erano delle navi inglesi in mare che portavano in salvo i sopravvissuti e gli armeni dovevano pagare se volevano imbarcarsi. Chi non aveva soldi, non poteva scappare». Soltanto molti anni dopo Andranik ha potuto vedere le immagini di quanto era capitato ai sui connazionali: «Sono stato molto male alla vista di quelle fotografie atroci, ho sofferto. Come hanno potuto fare una cosa simile? Comunque non posso dire che sono cattivi tutti i turchi, perché molti di quelli che hanno avuto la possibilità di salvarsi lo hanno fatto anche grazie a quei turchi che hanno informato gli armeni di quanto stava accadendo». Ma i turchi, come ammette il patriarca della famiglia Matevosyan, sono diversi dalla nazione turca, sulla quale ancora oggi pende la responsabilità di quel crimine contro l’umanità: «È difficile ammettere di aver commesso quel genocidio. I turchi accusano i curdi. I curdi, a loro volta, accusano i turchi. Nessuno si vuole prendere le colpe di quanto è accaduto a noi armeni. Certamente chi si è sporcato le mani di sangue oggi non c’è più. Le nuove generazioni che cosa possono fare? La colpa non è dei turchi ma basterebbe che lo Stato riconoscesse una volta per tutte il genocidio».

Dopo qualche anno trascorso in Georgia, nel 1928 la famiglia Matevosyan si è trasferita in Russia, stabilendosi nella città di Maykop: «È qui che ho conosciuto e sposato una ragazza di nome Siranush. Lei è la madre dei mei figli. Molti armeni, quelli ricchi, sono stati trasferiti in Siberia. Ma noi non avevamo niente e quindi le autorità ci hanno consentito di rimanere in Russia. Diversi anni dopo, nel 1937, poco prima che scoppiasse la Seconda guerra mondiale, siamo tornati in Armenia. Prima abbiamo vissuto a Echmiadzin, poi nella città di Goris, nel sud del Paese. Negli anni Sessanta ci siamo trasferiti a Yerevan». Dalla moglie ha avuto ben sette figli e oggi la sua famiglia è una tribù composta da oltre settanta persone. Conosciuto in ogni angolo di Sari Tagh, Andranik è amato e rispettato da tutti. A partire dalle nipotine che, proprio come a casa di Silvard, giocano e saltellano da una parte all’altra della casa. Andranik non ha ricevuto alcuna istruzione e per tutta la vita, prima in Russia e poi in Armenia, ha lavorato come operaio nel settore delle costruzioni stradali: «Un lavoro faticoso, mi piaceva»

Il più grande desiderio di Andranik è ritornare a Kars, il luogo che la sua famiglia è stata costretta ad abbandonare. Ricorda molto bene i suoi genitori e con un moto di rabbia dice: «Io voglio ritornare dove sono nato, dove ci sono le nostre case e le nostre terre. Ma dove possiamo andare? Come possiamo andare?». È una domanda che non ha risposta per quest’uomo che non smette di dire: «La Turchia deve riconoscere il genocidio. Lo deve riconoscere». Lo ripete, come a sottolineare un desiderio che vorrebbe diventasse un imperio. «Per me ritornare a Kars a questa età è qualcosa di simile a un sogno. So bene che questo desiderio difficilmente si realizzerà». Analogamente a Silvard, anche lui vive nella speranza. Una caratteristica di tutti gli armeni: «Speriamo che qualcosa di bello possa accadere prima o poi. Io, a ogni modo, non mi fido più dello Stato turco. Noi da quelle parti abbiamo le nostre case, le nostre terre, siamo stati costretti ad abbandonare tutto e i turchi devono ricompensare quello che ci hanno preso con la forza. Sono cent’anni che usano le nostre abitazioni e le proprietà degli armeni».

Andranik, che vorrebbe maggiore aiuto dallo Stato, è comunque contento che in tutto il mondo sia cresciuta la consapevolezza di che cosa sia stato il genocidio del 1915: «Fino a qualche tempo in pochi sapevano che cosa fosse accaduto realmente al nostro popolo. C’erano persone che non sapevano neppure dell’esistenza dell’Armenia o del Nagorno Karabakh. Adesso, per fortuna, se ne parla. Per noi è molto importante. Bisogna continuare a parlarne e i giornalisti fanno un lavoro molto importante per far conoscere la nostra storia». Ancora una volta, l’ennesima, ripete: «I turchi devono riconoscere il genocidio, ditelo per favore che lo devono riconoscere. Ci devono ricompensare. Ma tanto non lo faranno mai». Lo ripete senza sosta, fino a quando non lascio la sua casa in un quartiere popolare di Erevan.

Tratto da Il genocidio armeno: 100 anni di silenzio – Lo straordinario racconto degli ultimi sopravvissutidi Alessandro Aramu, Gian Micalessin e Anna Mazzone (Arkadia Editore)

Foto di Romolo Eucalitto.

Condividi

Il genocidio armeno e la forza delle donne: la lezione di Antonia Arslan

Il coraggio delle donne armene è raccontato in maniera magistrale dalla scrittrice Antonia Arslan che nelle sue opere ha sempre fornito un punto di vista singolare del genocidio del 1915. Nel romanzo La masseria delle allodole l’autrice non si è certo sottratta dal descrivere, in modo drammatico, lo stupro e lo strazio delle donne costrette a dare piacere ai soldati turchi durante le deportazioni verso il deserto siriano. Lo ha fatto perché il genocidio raccontato da una donna considera sporco, indegno e umiliante sia lo stupro quanto il silenzio imposto da una società dominata dalla cultura maschilista. Il vero disonore è stato non parlare prima di quel dramma, tapparsi le orecchie per non sentire le urla di quelle donne straziate dalla ferocia dei soldati ottomani. Con i loro racconti, le donne armene hanno capovolto il senso di colpa e la vergogna dello stupro. Sono uscite dall’isolamento e hanno trasformato un segreto mai rivelato, o soltanto sussurrato, in una narrazione potente, capace di denunciare la frenesia di un crimine e le aberrazioni degli esseri umani.

La forza delle donne armene ha ispirato un altro capolavoro della scrittrice di origine armena, Il libro di Mush, che racconta la storia del salvataggio rocambolesco dell’Omiliario di Mush, un prezioso manoscritto miniato del 1202, che oggi è possibile ammirare nella Biblioteca di Yerevan, strappato alla furia devastatrice dei turchi da due coraggiose donne armene, due figure potenti che rappresentano la capacità di questa nazione di rialzarsi anche dopo aver subito la devastazione. Una vicenda struggente che riporta indietro nel tempo, a cento anni fa, quando nella valle di Mush, in Anatolia, i turchi ottomani distrussero il maestoso monastero dei Santi Apostoli. Le fiamme ridussero in cenere ogni cosa, tranne il prezioso libro di preghiere, di salmi e di angeli che soccorrono e aiutano da sempre il popolo armeno. I reduci della Terza armata ottomana, affamati, feriti, sconfitti nel Caucaso dall’esercito russo, scaricarono la loro frustrazione e rabbia sui cristiani, ritenuti responsabili della disfatta. Massacrarono tutti gli armeni, bruciarono i palazzi e distrussero le Chiese. Di quella civiltà non doveva rimanere traccia.

All’eccidio sopravvissero soltanto due donne: la fragile Anoush e la forte Kohar. Furono loro a ritrovare il manoscritto, il più grande del mondo, alto circa un metro e largo mezzo e a salvarlo attraverso un viaggio che Antonia Arslan racconta con rara maestria. Per poterne sopportare il peso, le due donne decidono di dividerlo in due e ciascuna lo porterà a turno. Il viaggio è terribile, le due donne sono braccate dai turchi, indebolite, affamate e congelate. Kohar muore e una metà del libro viene sepolta con lei a Erzurum per poi essere ritrovata da un ufficiale russo e portata a Tbilisi, l’altra viene portata da Anoush nella capitale dell’Armenia, dove negli anni Venti viene ricomposto e tuttora è conservato.

Ancora oggi chi vuole addentrarsi nella valle di Mush viene vivamente sconsigliato di farlo, c’è la convinzione che bisogna avere rispetto per le anime degli uccisi che ancora vagano come la nebbia che avvolge le montagne. Proprio a Yerevan ho avuto modo di parlare del libro di Mush con alcune donne armene. È una storia che descrive meglio di altre, tra leggenda e realtà, il senso di rinascita che ispira questo popolo, in cui le donne, anche nella società contemporanea, occupano un ruolo decisivo. Alle donne armene spetta il compito di lottare per la salvezza dei propri figli piccoli ma anche per conservare le tradizioni, le storie, le ricette, le leggende, la religiosità armene. Il fulcro della civiltà armena. Così, da sempre, e ancora di più dopo il genocidio, si preserva la memoria di questo popolo pacifico e straordinariamente laborioso.

Il mio incontro con Antonia Arslan nel 2015

Non sono molti i conflitti nei quali è stata data una lettura di genere, una visione della tragedia vista con gli occhi delle donne. «Il loro coraggio e la loro determinazione», afferma Antonio Asrlan, «insieme agli aiuti di qualche uomo giusto turco le salva, ma in generale si può dire che la resilienza delle donne armene è stata straordinaria. Hanno dovuto compiere scelte straordinariamente difficili: quali figli tenere e quali abbandonare lungo la marcia, se cederli ai turchi e ai curdi che venivano a rapirli, se suicidarsi o meno, come difendere le proprie figlie adolescenti dagli stupri, in che modo dare da mangiare ai propri cari senza morire del tutto di fame e di sete. Nei progetti degli organizzatori del genocidio le donne non sono state eliminate come gli uomini perché, secondo la cultura ottomana, non contavano nulla: la donna, nella cultura ottomana, è inferiore e non ha un’anima, per questo può essere usata e piegata a proprio piacimento».

Che sia un corpo violato, una pelle marchiata o un libro, poco cambia: le donne armene, in un modo o in altro, sanno ritrovare sempre il cammino della salvezza, al di là del dolore, del lutto e della tragedia. Tutto questo emerge dai loro racconti, dalla loro forza, dallo straordinario amore che hanno per una terra che è stata privata del calore e dal temperamento dei loro uomini. Per queste donne, salvare qualcosa significa salvare tutto il mondo. E salvare un libro significa salvare la cultura e l’identità del popolo armeno dall’oblio. Gli organizzatori del genocidio non avevano previsto niente di tutto ciò. Sono state le donne a salvare la cultura armena anatolica e nella diaspora hanno portato con loro un’identità unica di quei luoghi, con usanze e costumi che non hanno uguali nelle comunità armene presenti in altre zone del mondo.

Tratto da Il genocidio armeno: 100 anni di silenzio – Lo straordinario racconto degli ultimi sopravvissutidi Alessandro Aramu, Gian Micalessin e Anna Mazzone (Arkadia Editore)

Condividi

Venti di guerra tra India e Pakistan: ecco che cosa accade nel Kashmir

Soffiano sempre più forti i venti di guerra tra India e Pakistan. A tenere banco è ancora una volta la regione contesa del Kashmir. Entrambi i paesi ne rivendicano la sovranità anche se formalmente è sotto il controllo di Nuova Delhi. La contesa, oltre che politica, è soprattutto religiosa giacché alla minoranza di fede induista si contrappone quella islamica che in qualche modo gravita intorno a Islamabad, capitale pachistana.

La situazione è peggiorata nelle ultime ore con due mosse che hanno messo in preallerta gli eserciti delle due potenze. Il governo indiano ha dapprima lanciato un allarme circa possibili attentati terroristici e ha invitato le migliaia di soldati  a rafforzare la sicurezza nella regione himalayana a maggioranza musulmana.  Per questa ragione circa 20 mila persone, tra pellegrini hindu e turisti, sono stati invitati a lasciare il Kashmir. Ma l’esodo potrebbe riguardare oltre a 200 mila lavoranti stranieri.

La seconda mossa, che rischia di innescare un vero e proprio conflitto armato, è la revoca da parte dell’India dello “status speciale” dello Stato di Jammu e Kashmir e della sua capacità di legiferare in modo autonomo. Una decisione che cancella, con un colpo di spugna, l’articolo 370 della Costituzione. Di fatto viene introdotta la possibilità di acquisti immobiliari ai non residenti, finora vietati, e cancella le tutele per i locali nell’amministrazione pubblica e nell’istruzione universitaria. L’autonomia era tesa a integrare la componente musulmana nella società indiana, assicurando diritti e specifiche prerogative.

Senza lo statuto speciale, Nuova Delhi potrà assimilare in modo forzato il Kahsmir con l’obiettivo di indebolire la comunità di fede islamica. Una decisione che sicuramente provocherà disordini e proteste. Intanto l’India ha sospeso nella regione i servizi telefonici e di Internet e ha messo i leader locali  vicini al Pakistan agli arresti domiciliari. Oggi il Kashmir indiano è praticamente chiuso all’esterno. Il governo di Nuova Delhi ha ordinato “che non ci debba essere movimento di pubblico e che anche tutte le istituzioni educative devono rimanere chiuse”.

* L’India e il Pakistan si contendono il Kashmir sin dalla spartizione dell’impero coloniale britannico nel 1947. Gli eserciti indiani e pakistani quasi tutti i giorni si scambiano colpi di mortaio sulla linea del cessate il fuoco, che segna un confine di fatto tra le due parti del Kashmir. In più, un’insurrezione separatista infuria dal 1989 nel Kashmir indiano, causando la morte di oltre 70mila persone, per lo più civili. Nuova Delhi accusa il suo vicino di sostenere segretamente i gruppi armati che operano nella valle settentrionale di Srinagar, accuse che il Pakistan ha sempre negato con forza. D’altronde Islamabad lancia analoghe accuse all’India, tra cui quella di fare uso di bombe a grappolo contro civili, ma anche “colpi di mortaio e artiglieria”. Questo mentre i militari indiani affermano di aver ucciso diversi “aggressori” pakistani che cercavano di attraversare il confine “de facto” del Kashmir.

Condividi

Il genocidio armeno: le schiave del sesso e i tatuaggi della vergogna

Sono a Erevan, capitale dell’Armenia, per un reportage sul genocidio armeno. Il mio sguardo cade su una foto in bianco e nero di una rivista. Una giovane donna vestita con gli abiti tradizionali, un fazzoletto sul volto e la pelle del viso segnata. Sembrano cicatrici. Leggo la didascalia di una foto e scopro che quei segni sono un oltraggio dal significato macabro: si tratta di tatuaggi, impressi dai turchi alle donne armene possedute come se fossero un oggetto qualunque. Quei tatuaggi indicano che quella donna era una schiava del sesso, costretta a sposarsi con la forza durante gli anni del genocidio. Quel ritratto è inquietante.

Capitava, non di rado, che le giovani donne armene venissero salvate dalla deportazione per andare a rendere servigi come cameriere nelle ricche famiglie turche. Non si trattava certo di un atto di generosità. Era una forma di riduzione in schiavitù, anche se non mancarono i benefattori, ispirati da sincera pietà. Non tutte, però, furono così fortunate. Chi non aveva la sventura di essere mutilata, stuprata, torturata o uccisa nel corso delle deportazioni, poteva finire nelle mani di qualche uomo turco desideroso di soddisfare i propri impulsi sessuali con una giovane donna armena. Difficile dire quali delle due sorti fosse la peggiore.

A ogni modo quei tatuaggi esprimono non solo un oltraggio ma la rappresentazione delle incalcolabili atrocità che le donne armene hanno dovuto affrontare durante un genocidio che è stato anche di natura culturale. Con la brutalità non si intendeva soltanto cancellare le tracce di un popolo da una terra che avevano abitato per millenni ma anche la presenza femminile, attraverso un annientamento che non ha nulla di casuale. Se gli uomini armeni hanno avuto la fortuna di morire nel giro di poco tempo, spesso dopo combattimenti o esecuzioni di massa da parte dell’esercito turco, alle donne non è stata risparmiata alcun tipo di sofferenza. Le foto degli archivi testimoniano una tragedia che non ha eguali in nessuno dei crimini del Ventesimo secolo.

Nel genocidio del 1915 sono le donne a patire la follia omicida dei musulmani. E la patiscono in quanto cristiane. Anche se una parte della storiografia ritiene che la pulizia etnica degli armeni non sia direttamente riconducibile a motivazioni di carattere religioso (tesi rafforzata dal fatto che la Germania, principale alleato dell’Impero Ottomano, fosse una nazione cristiana), è indubbio che il rendere la donna armena “una schiava del sesso”, fa fortemente dubitare sulla bontà di certe posizioni. Le donne, private di ogni protezione maschile o familiare, erano sole contro l’assoluta barbarie perpetrata dai soldati turchi. La specificità del genocidio armeno è proprio il differente destino degli uomini e delle donne: i primi, protettori delle loro famiglie, furono uccisi subito, gettandoli in burroni o nel fiume Eufrate, o finiti a colpi d’ascia. Le donne, invece, furono avviate a una deportazione che le portò verso l’estinzione, il nulla. In moltissimi casi furono obbligate a entrare negli harem dei turchi, perché la donna armena era considerata una merce “pregiata”.

Recentissimi studi stimano che circa un terzo dei turchi del 2014 sia di sangue misto armeno, greco e siriano: le tre minoranze che hanno subito persecuzioni e stermini nel corso dello scorso secolo. È un altro aspetto della contemporaneità di un crimine che continua a produrre effetti nel tempo. Molte bambine, si stima circa 80.000, rimasero nelle case turche, spose forzate in giovanissima età. Costrette a cambiare nome e religione, «non potevano più recitare le loro preghierine infantili, si dovevano uniformare alle famiglie dei turchi. Le prescelte erano quelle più in fiore, la loro vita era stata risparmiata durante le marce, ma era diventata una cosa completamente diversa, frutto di un totale sradicamento dalla loro cultura e identità». Gli uomini ancora oggi scrivono la storia, così è accaduto con il genocidio.

Le donne per un lungo periodo non hanno avuto grande spazio nei racconti. C’è un genocidio femminile che merita di essere raccontato, perché le donne armene sono state considerate impure, contaminate e disprezzate. I loro corpi sono stati violati e mortificati con una brutalità che si ritroverà anni dopo soltanto negli stupri di guerra della ex Jugoslavia. Sono loro ad aver sofferto di più, anche portando il più pesante dei fardelli: rigenerare nuova vita. Questa diversità si percepisce anche nel racconto delle nuove generazioni che, con la loro testimonianza, descrivono le “loro” storie.

Una visione femminile del genocidio che rivela la radice dell’odio che ha alimentato quel crimine e l’effetto che ha avuto sulla donna armena nel corso di questi cento anni. Quei tatuaggi delle schiave del sesso sono un segreto che molte donne hanno tenuto nascosto per anni. La bandiera turca-musulmana marcata sui volti e le mani era qualcosa che paradossalmente non si doveva né vedere (sembra quasi una contraddizione) e neppure sapere. E per decenni questa terribile pratica è sparita dai racconti ufficiali e dalle confidenze familiari. Più di ogni altra azione consumata dai turchi nei confronti delle donne armene, questa ha il sapore della macchia, di qualcosa di indelebile che non può essere cancellato in alcun modo.

Ecco perché queste giovani donne, una volta ritornate libere, hanno convissuto per il resto della loro esistenza con un senso di vergogna e di umiliazione che le ha rese “invisibili” alla storia. Rendere pubblica quella violazione voleva dire anche esporre in pubblico una condizione – e un reato – che avrebbe ricoperto di vergogna anche il marito, il padre e tutti i maschi della famiglia. Queste donne nascoste hanno continuato a subire nel tempo una violenza che ha umiliato la loro dignità e anche la loro vita privata. (…)

Tratto da Il genocidio armeno: 100 anni di silenzio – Lo straordinario racconto degli ultimi sopravvissuti di Alessandro Aramu, Gian Micalessin e Anna Mazzone (Arkadia Editore)

Foto: tratta da un filmato del 1923

Condividi

2 agosto 1980, la strage alla stazione di Bologna e la storia della piccola Angela

Il 2 agosto del 1980 era un sabato e a Bologna faceva caldo, caldissimo. Alla stazione ferroviaria Centrale c‘era un via vai impazzito di persone, perché quelli erano i giorni del grande esodo, i giorni che anticipano le ferie estive.

Alle 10.25 una bomba rompe quel disordine felice e la frenesia diventa silenzio e distruzione. Sotto le macerie, sparsi qua e là, incastrati tra i treni e le rotaie, sul selciato, scaraventati a decine di metri dal luogo dove stavano poco prima, i corpi di 85 persone. I feriti alla fine sono 200. Questa è la strage di Bologna, una storia di depistaggi e di menzogne, una pagina nera, una delle tante, della storia d’Italia nei cosiddetti anni di piombo.

Il mio pensiero va, in particolare, alla più piccola di quelle vittime, una bambina che veniva dalla mia terra, la Sardegna. Si chiamava Angela Fresu, aveva tre anni ed era con mamma Maria, una giovane donna di soli 24 anni.

Come tanti altri conterranei, anche Maria era emigrata dall’isola per lavorare come operaia in una fabbrica di confezioni a Empoli in Toscana.  Insieme a due amiche, Verdiana Bibona di Castelfiorentino e Silvana Ancilotti di Cambiano in provincia di Firenze, stavano andando in vacanza al lago di Garda.

L’esplosione le colse nella sala d’attesa della stazione. Angela e Verdiana morirono sul colpo. Di Maria nessuna traccia, neanche un brandello di carne. Qualche mese dopo, nel dicembre dello stesso anno, i resti di Maria vennero trovati sotto un treno diretto a Basilea, in Svizzera.

L’unica a sopravvivere fu Silvana che ricorda così quei momenti:  “Maria era di fronte a me, a Verdiana e alla bambina, la piccola Angela. Noi eravamo sedute. Lei era lì davanti, in piedi. Poi ci fu l’esplosione. Svenni. E quando riaprii gli occhi solo Maria non c’era più. Era scomparsa. Verdiana e la bambina erano a terra, di spalle. Immobili”.

Ecco perché ogni volta che capito a Bologna, in quella maledetta stazione, il pensiero corre sempre a quella mattina di 39 anni fa. Una mattina estiva che, improvvisamente, perse il sole e la luce.  

Condividi

Africa e migrazioni: sfatiamo qualche mito

Numerose ricerche, condotte ad esempio da soggetti autorevoli come l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) o l’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), ci dicono che l’Africa è il luogo delle migrazioni interne. Lo dicono in modo freddo i numeri che dimostrano come nel solo 2017, i flussi all’interno del continente africano abbiano riguardato quasi 20 milioni, l’equivalente di un terzo della popolazione italiana.

Migrazioni interne, dunque, mentre quelle verso gli altri continenti, Europa in testa, sono davvero poco significative in termini assoluti. Come se non bastasse, l’Africa è anche un luogo di arrivo e non solo di partenze, visto che quasi 7 milioni di extra continentali nel solo 2017 ha deciso di mettere piede in quei luoghi. Altri miti da sfatare è che da sud si viaggi necessariamente verso nord: il flusso verticale dal basso verso l’alto riguarda solo il 35% della popolazione mondiale, mentre gli altri si spostano su altre direttrici. Ad ogni modo è interessante capire quali siano i paesi dai quali ci si muove di più all’interno dell’Africa. In ordine decrescente sono: Etiopia, Nigeria, Uganda, Costa d’Avorio e Sud Africa.

Sfatato il primo mito, ovvero quella dell’invasione dell’Europa da parte degli africani, resta da capire chi siano effettivamente i migranti che arrivano sulle nostre coste. Fermo restando, come ho già avuto modo di dire, che l’Africa è il continente delle guerre dimenticate, del saccheggio delle materie prime e del deficit di democrazia e dei diritti civili, anche qui bisogna contraddire una certa narrazione, usata strumentalmente a fini di mera propaganda politica.

I dati elaborati dall’ISPI per Dataroom, mostrano un quadro molto chiaro. Negli ultimi sei anni, su 1 milione e 85 mila migranti africani sbarcati in Europa, il 60% proveniva da Paesi con un reddito pro capite tra 1.000 e 4.000 dollari l’anno, considerato medio-basso dalla Banca mondiale per il continente africano. Il 29% tra i 4 e 12 mila dollari, ossia medio-alto; il 7% da Paesi dove c’è un reddito alto (sopra i 12.000 dollari) e solo il 5% dai Paesi poverissimi (sotto i mille dollari). Insomma, a emigrare è soprattutto la classe media e non i poverissimi.

Secondo la Banca mondiale – che ha osservato i 100 milioni di persone che nel mondo si sono spostate negli ultimi 25 anni –  sotto i mille dollari le migrazioni sono basse o assenti; tra i 1.000 e i 4.500 aumentano e arrivano al picco; tra 4.500 e 12 mila iniziano a diminuire; sopra i 12 mila si diventa Paese di immigrazione.

Per quanto riguarda l’Italia, per completare una radiografia del fenomeno, in Italia il numero più alto di arrivi (87.225) è dalla Nigeria, dove il reddito pro capite è di 5.473 dollari l’anno; dal Senegal (30.280 partenze), il reddito medio è di 2.781 dollari; dalla Costa d’Avorio (22.240) e il reddito 2.880 dollari.  Indipendentemente dalla posizione geografica, ed esclusi i Paesi con conflitti in corso dove gli spostamenti sono interni e nei Paesi confinanti, là dove il reddito è basso le partenze sono minime.

Dal Burundi (reddito 742 dollari), ne sono arrivati 30; dalla Repubblica Centrafricana (731 dollari) 165; dal Niger (reddito di 870 dollari) 1.135 arrivi. I flussi tendono a fermarsi quando il reddito medio supera i 12 mila dollari, ed è il caso del Sud Africa, Botswana e Guinea Equatoriale.

Ecco, tutto questo per dire che quando si parla del fenomeno delle migrazioni, soprattutto se riferito a un continente che cresce al ritmo di 60 milioni di persone all’anno (con una proiezione nel 2100 di circa 4,4 miliardi di abitanti), è bene guardare i numeri e non piegarsi, come fa la gran parte dei media, alla propaganda della politica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Condividi

Nel 2100 un terzo del mondo sarà africano. I numeri per capire il continente nero

L’Africa, il continente dimenticato. Il grande triangolo nero è oggi forse il luogo più sconosciuto e terribile del pianeta perché da lì, più che altrove, provengono quelli che l’Occidente e il nord del mondo ritengono problemi di controversa soluzione. Del resto, per decenni, quel continente è stato depredato, e continua a esserlo ancora oggi, delle sue più importanti risorse. In cambio gli abbiamo dato instabilità, povertà e persino spazzatura, giacché quello era uno dei luoghi preferiti dai governi e dalle criminalità per smaltire milioni di tonnellate di rifiuti, spesso tossici. Detto questo, per capire che cosa è oggi l’Africa oggi e che cosa sarà domani, dobbiamo affidarci a qualche numero e indicatore demografico.

Con una popolazione di circa 1,3 miliardi (nel 1930 nel contenente vivevano solo 150 milioni di persone), gli studi ci dicono che fra  30 anni, quindi nel 2050, l’Africa potrebbe avere circa 2,5 miliardi di abitanti, praticamente il doppio di oggi. Nessun continente al mondo cresce a questi ritmi. Ogni anno, quindi, nel continente nero nasce un paese grande quanto l’Italia. Le previsioni a lungo termine delle Nazioni Unite parlano di 4,4 miliardi di africani nel 2100, in un mondo con poco più di 11 miliardi di abitanti. Quindi se si continuerà con questo tasso di crescita, più di un terzo della popolazione mondiale alle soglie del nuovo secolo sarà in Africa. Per capire la portata di questo boom demografico, si può fare riferimento alla capitale del Kenya, Nairobi. La città oggi ha circa 5 milioni di abitanti, nel 2100, ovvero fra 80 anni, potrebbe arrivare a 46 milioni di residenti.

Altri numeri ci danno un’immagine più dettagliata, e non conosciuta da tutti, di che cosa è realmente l’Africa:

  • Il 40-50% della popolazione ha meno di 15 anni;
  • Rispetto al resto della popolazione mondiale, che si è sostanzialmente stabilizzata, quella dell’Africa sta subendo un processo violentemente metastasico: ogni 15 anni, la metà della popolazione sub sahariana si ricambia;
  • La tendenza in Africa è di cinque figli a testa;
  • I primi 5 paesi africani per numero di abitanti: 1) Nigeria: 154 milioni; 2) Etiopia: 85 milioni; 3) Egitto: 80 milioni; 4) Congo: 71 milioni; 5) Sudafrica: 47 milioni.
  • Secondo le valutazioni della Banca Mondiale, oltre un terzo della popolazione dell’Africa Sub-Sahariana vive sotto la soglia di povertà estrema (cioè dispone di meno di 1,90 dollari al giorno, secondo la nuova definizione della soglia di povertà), e in questa regione si concentrano 347 dei 702 milioni di poveri del pianeta, secondo le stime riferite al 2015. Secondo altre stime, il dato è ancora peggiore: il 70% della popolazione vivrebbe con meno di un dollaro al giorno.
  • L’intero continente produce solo il 3% del Prodotto Interno Lordo mondiale, praticamente come la ricchezza prodotta dalla Francia.

Sono numeri che ci dicono che niente, o quasi, potrà bloccare i flussi migratori da questa parte del mondo, tanto più inevitabili se si continuerà a investire poche risorse nello sviluppo e nella crescita di paesi che vivono, come dimostrano le tante guerre in corso, un deficit di democrazia, libertà e rispetto e di diritti civili.  Insieme all’Asia, l’Africa è il continente con più guerre in corso, guerre del tutto dimenticate, ignorate dai media, dall’opinione pubblica e dalle istituzioni regionali.

Un esempio emblematico è rappresentato  dalla Repubblica Democratica del Congo: la guerra civile, a intermittenza, devasta dal 1998 questo stato africano. Si stima che il conflitto abbia fatto cinque milioni di vittime, molte delle quali civili. Si tratta del conflitto che ha fatto più vittime dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, più del Vietnam, più della Corea, più della Siria e dell’Iraq.

Dal 2018, nelle province nord-orientali del Nord Kivu e dell’Ituri, sono ripresi i combattimenti interetnici che hanno causato più di un milione di sfollati interni. Centinaia di migliaia di congolesi sono stati costretti a fuggire in Uganda attraverso il lago Alberto. La lotta tra gruppi armati per il controllo del territorio e delle risorse, la distruzione di scuole e abitazioni e gli attacchi ai civili hanno creato importanti bisogni umanitari. A questa situazione, nell’agosto dello scorso anno, si è aggiunto un focolaio di Ebola.

Ma l’inferno non si ferma qui: questa è una terra che vanta primati agghiaccianti, come quello delle bambine violentate e mutilate dalle milizie private. La violenza usata come arma di guerra. Un inferno senza ritorno che costringe tutti noi, a maggior ragione chi fa informazione, a guardare senza pregiudizi un continente devastato da conflitti, spesso acuiti dalle politiche di saccheggio che il nord del mondo, a partire dall’Europa, ha condotto fino a oggi.

Condividi

I cristiani di Siria traditi da Papa Bergoglio e dall’establishment del Vaticano

La propaganda anti Assad ha colto l’occasione della lettera di Papa Francesco al presidente siriano, nella quale in sostanza gli si chiede di porre fine alle migliaia di detenzioni illegali, alle torture, alle sparizioni, alle esecuzioni extragiudiziali degli oppositori politici, per sferrare un ennesimo colpo alla corretta informazione sulla guerra che da anni devasta il paese arabo. Quella lettera è suonata come un tradimento della Santa Sede, e dei suoi alti prelati, ai tanti cristiani che in questi anni sono stati letteralmente abbandonati al loro destino consentendo alle bande armate anti governative di brutalizzare le loro esistenze non solo con eccidi e sparizioni di massa ma anche con l’esodo forzato in altri luoghi.

La presenza cristiana in Siria in questi anni è stata assicurata grazie alla protezione che il presidente Assad e il suo esercito hanno fornito a intere comunità prese di mira dai terroristi di matrice jihadista. È una dato certo che nessuna propaganda dei media, soprattutto quelli italiani guidati dall’indecente quotidiano Avvenire, il giornale della Conferenza Episcopale Italiana, che vanta il record di manipolazioni dell’informazione sulla guerra in Siria, tanto da essere additato come il primo giornale cristiano che difende i carnefici (i gruppi anti Assad) e non le vittime (i cristiani stessi).

La sensazione è che il Santo Padre sia stato ancora una volta indotto in errore dai suoi consiglieri, molti dei quali stanno ancora in Siria tradendo la loro missione di fede e sacerdotale. È prevalsa dunque la linea gesuita alla Padre Dall’Oglio, intrisa di odio anti regime e di bugie, e non quella francescana basata sulla resistenza, sulla misericordia e sulla verità dei fatti. Non incolpo dunque Bergoglio, incolpo i suggeritori dell’odio, quei cristiani che tradiscono i cristiani e vendono la loro pelle ai gruppi jihadisti.

Al Santo Padre, sommessamente, suggerisco la lettura di due libri: Fratelli Traditi del reporter di guerra Gian Micalessin e Siria, i cristiani nella guerra del giornalista Fulvio Scaglione. Sono due colleghi che stimo e che mi onorano della loro amicizia. Sono davvero felice di aver potuto presentare i loro libri in occasione del Meeting Internazionale delle Politiche del Mediterraneo che il Centro Italo Arabo organizza ogni anno in Sardegna, una terra di resistenza e di lotte, proprio come quelle affrontate dai cristiani in Siria.

Ecco, se il Pontefice avesse letto questi libri, avesse ascoltato in prima persona il grido di dolore dei suoi cari fratelli cristiani, probabilmente quella lettera sarebbe stata diversa. La convinzione è che la sua mano sia stata guidata da qualcun altro, da una penna che ha sparso non inchiostro ma veleno e retorica anti Assad con il solo scopo di fornire all’opinione pubblica, per l’ennesima volta, un quadro molto diverso di quanto sta accadendo dal 2011 in Siria.

La guerra è guerra e io per primo so bene che il regime non usa i guani di velluto contro gli oppositori politici e i nemici dello Stato. Le torture ci sono e c’è anche tutto il resto. Per rimanere in piedi, per salvare la propria sovranità e unità, per combattere il terrorismo e respingere gli attacchi stranieri, il governo ha dovuto necessariamente incattivirsi e difendersi con maggior forza, anche violando i diritti umani.

Dall’altra parte, però, e Bergoglio lo deve sapere, ci sono le forze del male, i tagliagole, gli stupratori, gli attentatori armati dall’occidente e dalle monarchie del golfo, ci sono i nemici della libertà, del progresso e della democrazia. Ecco, dimenticare tutto ciò significa, inevitabilmente, essere complice dei terroristi. In tutto questo, caro Papa Francesco, di cristiano non ci vedo davvero nulla.

Condividi

Morto il Presidente Essebsi, con lui una Tunisia laica e progressista

Un paese fragile, ferito dal terrorismo e da una crisi sociale che vede nel malcontento delle fasce più giovani della popolazione un elemento di forte instabilità interna. La morte de novantaduenne presidente Béji Caid Essebsi, erede naturale di Habib Bourghiba, di cui era stato ministro,  getta un’ombra di incertezza sul futuro della Tunisia. Ha incarnato il senso più autentico della politica progressista e laica, autentico baluardo contro il fondamentalismo islamico e la deriva estremista che ha portato a essere il paese come il più grande serbatoio di jihadisti nella guerra in Siria.

Se ne è andato nel giorno della Festa della Repubblica, dopo essere stato ricoverato per le conseguenze di una intossicazione alimentare che lo aveva portato in ospedale per ben due volte a giugno.  Soltanto un anno fa, malgrado l’età avanzata, non aveva escluso una sua ricandidatura. Le dimissioni dell’anziano presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, a seguito di proteste di piazza e di pressioni dell’apparato militare nazionale, gli avevano fatto cambiare idea, ben sapendo che nel paese stava maturando con sempre più forza la richiesta di una stagione di rinnovamento e di ringiovanimento della classe dirigente tunisina.

Una notizia che non è giunta inattesa ma che comunque lascia un profondo vuoto per l’importanza che il Presidente Essebsi ha avuto in questi anni, dopo la rivoluzione dei gelsomini del 2010- 2011, come elemento stabilizzatore della politica tunisina anche a livello internazionale.  Molte delle cause che hanno determinato quelle sommosse però non sono state rimosse: disoccupazione, rincari alimentari e cattive condizioni di vita, soprattutto nelle fasce più povere e giovani della popolazione, specie nelle aree non urbane, sono problemi che ancora oggi rischiano di far esplodere un paese che molti osservatori internazionali definiscono una vera e propria pentola a pressione.

Certo, la ripresa del turismo, un nuovo slancio economico derivante dalle ingente risorse economiche immesse nel mercato interno  dalle organizzazioni sovranazionali, non ultima l’Unione Europea.  Dal 2014 era capo dello Stato, in precedenza aveva ricoperto il ruolo di primo ministro e, sotto Ben Ali, anche l’incarico di presidente della Camera.  Non è una bestemmia definirlo un padre della patria anche se ha partecipato come uomo di primo piano a stagioni politiche non brillanti per il paese.

Ad ogni modo, a Essebsi va il merito di aver proseguito l’azione di laicizzazione del paese, percorrendo la strada riformatrice del mitico Bourghiba. Se quest’ultimo con il codice della famiglia del 1956 aveva garantito alle donne tunisine una vita con maggiori diritti rispetto alle cittadine degli altri paesi arabi, il primo ha favorito la legge che permette alle tunisine di sposare non musulmani e quella contro la violenza di genere. Si tratta di norme che hanno rotto un tabù nel mondo islamico dove è vietato, per una donna di fede islamica, sposare uomini di altre religioni, mentre invece è consentito agli uomini.

Sotto la guida di Essebsi, la Tunisia ha fatto un altro significativo passo in avanti nella direzione della parità tra gli uomini e la donna, e lo ha fatto imponendo la parità nell’eredità, una misura che il testo sacro del Corano vieta giacché alle donne  è riconosciuta la metà di quanto spetta invece agli uomini.  Misure che hanno rafforzato l’alternativa al partito islamista di Ennahdha, costretto, in parte,  anche a rivedere alcune posizioni estremiste e intransigenti di fronte a una società che chiedeva maggiore apertura e più diritti. Un’eredità pesante che le forze progressiste e laiche del paese dovranno essere capaci di gestire, anche se le divisioni pesano come un macigno sui prossimi sviluppi politici nazionali: dalla spaccatura del partito di Essebsi, Nidaa Tounes, è nato un nuovo partito che si è alleato proprio con le forze islamiste.  Meno di un anno fa aveva ventilato l’ipotesi di una sua ricandidatura.

Che cosa succederà ora? La costituzione prevede che la presidenza sia assunta, per un periodo che va da 45 a 90 giorni, dal presidente del Parlamento, ovvero da Mohamed Ennaceur che in un discorso alla nazione trasmesso in diretta televisiva, ha fatto un richiamo all’unità. Le elezioni presidenziali sono state anticipate e fissate al 15 settembre.

Condividi

Droga, Italia ai primi posti in Europa. Colla, cocaina ed eroina già a 8 anni

Italiani popolo di drogati, nel senso vero del termine.  Soltanto un anno fa il bollettino annuale EMCDDA (Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze) confermava un dato significativo, che smonta la retorica del proibizionismo che ha impernato le politiche di Governo negli ultimi decenni: il nostro paese è fra i peggiori in Europa, con il 22% degli adulti fra i 15 e i 64 anni che nel 2017 ha fatto uso di una qualche sostanza. L’Italia si colloca in terza posizione dopo Repubblica Ceca e Francia. Per quanto riguarda il consumo di cannabis siamo addirittura in seconda posizione a pochissima distanza dalla Francia, e in quarta per assunzioni di cocaina. Una percentuale di consumatori pari a quella dell’Olanda che, però, ha da tempo fatto scelte coraggiose che, attraverso la legalizzazione e severissimi controlli per chi la vende, hanno tolto il traffico e lo spaccio di alcune sostanze stupefacenti dalle mani della criminalità organizzata.

Di recente ho scritto di come nel nostro paese ci sia una nuova ripresa del consumo di eroina, con modalità assai diverse rispetto agli anni Settanta e Ottanta.  Rispetto a un grammo di eroina costa esattamente la metà e questo ha indotto a una ritorno di questa droga che è la sostanza che crea la dipendenza più dannosa per sé e per gli altri (gli è stato assegnato un punteggio di 55 su una scala ipotetica di 100) – dopo l’alcool (più di 70 su 100). Seguono il crack, le metanfetamine, la cocaina, il tabacco. La cannabis, per intenderci, ha un effetto negativo calcolato con un valore di 20 su 100.

La politica, però, si è incentrata troppo spesso su questa sostanza per sbandierare azioni di contrasto alla droga che sono soltanto strumentali e costituiscono un ottimo paravento per il colossale fallimento del proibizionismo culturale e ideologico che da sempre regna in una parte consistente della nostra società. Trattare la marijuana alla stregua dell’eroina o dalla cocaina dimostra ignoranza e malafede e non aiuta a risolvere il problema. Semmai, lo ignora.

Insomma, negli ultimi due anni il consumo di eroina è aumentato di oltre il 100%, i morti più del 10%, ma noi si continua a sbandierare come vittoria delle politiche di contrasto al consumo e alla diffusione della droga la chiusura di qualche “cannabis shop”. La mafia albanese, la ‘ndrangheta, la camorra e Cosa Nostra se la ridono e ringraziano per tanta grazia.

Un’altra anomalia è rappresentata dal fatto che Italia, dove anno dopo anni cresce il consumo di sostanze stupefacenti, continua a usare il carcere per gestire il fenomeno delle tossicodipendenze. Una gestione fallimentare, che non risolve in alcun modo il problema, semmai lo peggiora. A pagare sono anche le casse dello Stato che ogni anno deve sborsare milioni di euro a causa per gestire la detenzione a seguito dei cosiddetti reati da droga.

Infine, per delineare un quadro allarmante, c’è un altro dato che fa davvero rabbrividire: dal 2013 a oggi  in Italia sono raddoppiati i ragazzi tossici. L’età media è sempre più bassa, si incomincia presto, prestissimo: 8 anni. I bambini sperimentano colla, cocaina ed eroina. A tredici, ci raccontano i più recenti studi, c’è chi si prostituisce per una dose. Sono in forte crescita anche gli adolescenti sottoposti al Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Ecco, a me sembra che tutto questo sia materia per aprire una grande discussione a livello nazionale su come fronteggiare questa emergenza. Ma la politica, di governo e di opposizione, l’opinione pubblica e il sistema dei media, con qualche rara eccezione, sono distratti dai rumori che fanno le loro voci. E così il nostro paese, inesorabilmente, affossa.

Condividi

Niente siringhe, così si ritorna a morire di eroina in Italia

Negli anni Settanta e Ottanta un’intera generazione di giovani è stata spazzata via dall’eroina. È proprio a cavallo di quei due decenni che il consumo di droga ha subito un cambiamento epocale, raggiungendo dei picchi che mai erano stati raggiunti nel nostro paese.  Inizialmente si trattò, come molte cose di quegli anni, di una sfida giovanile anti sistema, una prova di forza contro la società consumistica e il potere politico costituito. Ben presto perse questo valore politico, se così si può definire, e l’eroina divenne presto la droga del disagio, dell’emarginazione, dello sballo che porta alla distruzione e alla morte.  Ne furono colpiti tutti, senza distinzioni di sorta: dagli studenti agli operai, dagli adolescenti ai professionisti. Tonnellate di droga immesse dalla criminalità organizzata, da Cosa Nostra (che ne fece un business negli Stati Uniti) e, successivamente, dalla ‘Ndrangheta. Poi, lentamente, l’eroina fu soppiantata da altre droghe.

Ed è così che la cocaina divenne l’eroina del nuovo millennio. Un nuovo affare per la criminalità organizzata e per le piazze dello spaccio, gestite direttamente da mafie nostrane e mafie estere, in primis quella nigeriana, specializzata anche nel racket della prostituzione. Il consumo di cocaina in questi decenni ha assunto dimensioni molto vaste e anche in questo caso, da droga dei ricchi è diventata una sostanza di facile reperibilità e dai costi abbordabili, anche per i più giovanissimi.

Oggi, nel silenzio generale, come ha denunciato Nicola Gratteri, procuratore Antimafia a Catanzaro, l’eroina è ritornata a essere la droga più insidiosa: 1 grammo costa appena 25 euro, mentre la cocaina ne vale il doppio. Non fa rumore come negli anni Settanta e Ottanta, perché non si vedono più i morti nei parchi, nelle piazze, nei bagni di qualche stazione o in qualche luogo desolato. I morti non si vedono ma ci sono. Muoiono di infarto e non finiscono nelle prime pagine dei giornali.

Il silenzio oggi è il miglior alleato dell’eroina e della criminalità organizzata, come quella albanese che sta stringendo un patto di ferro con quella nostrana. Tonnellate di eroina accumulate in Afghanistan stanno invadendo l’Europa, il mercato di questa sostanza ha ricominciato a crescere da 6 anni a questa parte.  Nel 2016 i consumatori di eroina erano meno di 300 mila, contro i quasi 600 mila di ecstasy, LSD e anfetamine e l’oltre un milione della cocaina. Ad ogni modo, come nel passato, l’abbondanza e i prezzi bassi stanno determinando un mutamento nei consumi della droga in Italia.

Non vediamo più siringhe infilzate nelle braccia perché questa droga ora si “sniffa” e si fuma. Nuove generazioni di giovani, e non, rischiano di essere devastate. Il rischio è che per fare più profitto si immetta nel mercato una sostanza tagliata male, un prodotto che faccia scoppiare letteralmente il cuore come dimostra il picco di decessi per infarto registrato negli ultimi anni tra giovani e giovanissimi. 

La politica, e in parte il mondo dell’informazione, sono vittime dei loro pregiudizi culturali, della non conoscenza della materia e della tendenza a strumentalizzare qualunque cosa venga definita droga. Facciamo le battaglie contro i cannabis shop ma non vogliamo vedere qualcosa di infinitamente più grande e pericoloso. Ancora una volta, ignoriamo gli insegnamenti del passato, l’allarme della magistratura e i segnali della nostra società. Il futuro che ci aspetta è tutt’altro che roseo.

Condividi

Paolo Borsellino, libero di essere ucciso di notte e di giorno

Ventisette anni fa, in una calda giornata palermitana, venne ucciso Paolo Borsellino con gli agenti della sua scorta. Tra questi, c’era anche una giovane sarda, Emanuela Loi, figlia della mia terra, la prima donna poliziotto a morire in servizio nella storia d’Italia. Pochi mesi prima, analoga sorte capitò al giudice Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e ai loro angeli custodi.

A quel tempo studiavo giurisprudenza all’Università e mi interessavo di mafia con la passione civile e la curiosità che qualche anno dopo mi avrebbe fatto cambiare il mio obiettivo professionale: da magistrato a giornalista.

È passata una vita da quei giorni eppure si avverte ancora la cappa dei silenzi e delle vendette, dell’abbandono e della solitudine. Si respira ancora l’odore acre dell’esplosivo e dei corpi carbonizzati. Si odono le grida della folla inferocita al funerale contro i politici e i rappresentanti delle Istituzioni.

Qualche giorno fa ero a Palermo e, per caso, sono passato di fronte al luogo dove venne ucciso il Generale Dalla Chiesa, prefetto di quella città. Appena 48 ore dopo, una grande operazione tra Stati Uniti e Italia, condotta da FBI e la nostra Polizia di Stato, ha portato agli arresti numerosi esponenti delle famiglie Inzerillo e Gambino, i clan degli “scappati” costretti a fuggire dalla Sicilia dai Corleonesi di Totò Riina nella tragica guerra di mafia degli anni Ottanta.

E ancora la desecretazione dei verbali e dei nastri delle audizioni nella Commissione Antimafia, con quella voce roca e profonda di Borsellino che denuncia come nel 1984 la scorta ai magistrati fosse percepita più come un problema sociale che come un’emergenza nazionale e di quanto vaste fossero le lacune nel presidio del territorio.  E, infine, una frase, una sola frase, che è l’emblema della solitudine di certi uomini nella lotta alla criminalità organizzata: “Io, sistematicamente, il pomeriggio mi reco in ufficio con la mia automobile e torno a casa per le 21 o le 22. Magari con ciò riacquisto la mia libertà utilizzando la mia automobile, però non capisco che senso abbia farmi perdere la libertà la mattina per poi essere libero di essere ucciso la sera”.

Tutto si mescola, nel tempo e nelle facce, il passato che diventa presente, il silenzio che occupa le parole. 27 anni fa, un tempo lontano, uno schiocco di dita per Cosa Nostra.

Condividi

Se rubi una petroliera a me, ne rubo una a te

I Guardiani della rivoluzione islamica dell’Iran hanno sequestrato una petroliera nelle acque del Golfo persico. La conferma arriva direttamente da Teheran attraverso un comunicato letto dalla televisione di Stato. Si tratta di una petroliera (forse la Riah, battente bandiera panamense e di proprietà della compagnia emiratina Prime Tankers) carica di un milione di litri di carburante che, secondo i pasdaran, sarebbe stato contrabbandato.

Si tratta della prima risposta della Repubblica Islamica dopo il sequestro, avvenuto nelle scorse settimane, della petroliera iraniana Grace 1 da parte dei Royal Marines al largo di Gibilterra. Secondo le autorità britanniche, la nave trasportava petrolio destinata alla Siria in violazione dell’embargo imposto dall’Unione europea.

In campo è scesa anche la Guida suprema della rivoluzione, Ali Khamenei, che ha affermato come l’Iran non abbia alcuna intenzione di lasciare senza risposta gli “atti di pirateria” commessi dal Regno Unito. Peraltro, proprio Londra ha rivelato che il mancato rilascio della nave iraniana dipende da Israele che ha chiesto espressamente di non consegnare a Teheran l’imbarcazione. Il ministro degli esteri britannico, dopo tutto, aveva assicurato una rapida riconsegna in cambio della garanzia di non rifornire più greggio alla Siria.

Come nel passato, si riapre la caccia alle petroliere nella acque internazionali. Il teatro è ancora una volta il Golfo Persico. Non è un caso che la Gran Bretagna abbia deciso di inviare una terza nave da guerra per contrastare una eventuale ritorsione dell’Iran dopo i fatti che hanno riguardato la Grace 1. Intanto, tra vedere e non vedere, i guardiani della rivoluzione hanno “recuperato” una petroliera fantasma straniera riportandola nelle proprie acque territoriali.

Della serie: se tu rubi una cosa a me, io ne rubo un’altra a te.

Condividi

Oltre la guerra in Siria: i limiti dell’informazione

La Siria raccontata attraverso la cronaca quotidiana delle battaglie e da una prospettiva solo ed esclusivamente militare – come se il fronte di guerra fosse l’unica misura di quanto sta accadendo in quell’area geografica – oltre a essere noiosa, è un fallimento per l’informazione. Certamente non aiuta a comprendere i mutamenti in corso nella società siriana, le trasformazioni e anche i limiti di una gestione della ricostruzione derivanti non solo dal peso delle sanzioni ma anche da quello annoso, e mai risolto, della corruzione interna. 
Dopotutto, Bashar al Assad sa bene che alcuni oscuri funzionari del partito Bath, in particolare quelli periferici, sono i peggiori nemici della libertà e della pace sociale nel Paese.  Era così prima della guerra, in quella stagione di riforme mancate e di corruzione diffusa, spesso compiuta alle spalle del Presidente, e lo è ancora di più oggi.
Serve uno sforzo maggiore, dunque, per tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e impedire di coltivare nemici interni, più subdoli e invisibili rispetto a quelli armati. Voler bene alla Siria significa saper e voler raccontare non il centimetro di terra sottratto ai terroristi ma anche il centimetro di spazio sottratto alla disinformazione a favore della verità dei fatti. Anche nelle zone liberate permane una condizione di povertà e di disagio notevole, il cibo non è di facile reperibilità, l’energia e l’acqua spesso scarseggiano. Le cause sono in parte note, in parte taciute, non per disonestà intellettuale ma per debolezza delle fonti da cui attingere le notizie. Raccontare a senso unico, da una parte o dall’altra, è un esercizio semplice quanto rischioso, soprattutto se si fa in modo corretto il mestiere di giornalista.
La Siria non è solo Damasco e, in parte, Aleppo ma anche quei tantissimi piccoli centri, anche rurali, che oggi sono marginalizzati nel processo di ricostruzione. Penso che si debba pretendere dagli alleati, soprattutto da quelli più competitivi nel mercato globale, uno sforzo maggiore per il rilancio economico della Siria perché si rischia un’implosione del sistema sociale e politico attuale con grande incertezza per il futuro. Il problema è proprio come risollevare l’economia di un paese devastato e, comunque, isolato una decisione scellerata degli Stati Uniti e dell’Europa.
Ecco, se proprio devo dirla tutta, oggi la posizione di Assad mi sembra meno salda di ieri. Un tempo si poteva essere o con lui o contro di lui. Le cose sono cambiate, quella logica non funziona più, neanche sotto il profilo della narrazione giornalistica.  Nella società siriana ci sono sfumature che vanno colte, segnali che non possono essere trascurati, perché quella società, devastata in quella che sarebbe diventata la classe dirigente del futuro, è molto più complessa di come è descritta anche dai cosiddetti “filo governativi”. Come insegna la storia, è proprio il post guerra (ancora in corso) che riserva le maggiori sorprese.
Condividi

Nucleare iraniano, la Cina e il “bullismo” americano

Il commento più efficace in merito alla questione nucleare iraniana è arrivato dalla Cina e precisamente dal portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang, che ha definito “il bullismo unilaterale degli Usa un tumore che si diffonde e sta creando più problemi e crisi su scala globale”.

Pechino mal digerisce le politiche economiche di Trump, che fanno del protezionismo una minaccia costante nelle relazioni diplomatiche con altri paesi. Dazi e sanzioni sembrano essere le (sole) parole d’ordine di Washington: il tempo sembra essersi fermato a qualche decennio addietro, quando oltre cortina si nascondevano solo nemici.

La Cina, insieme ad altri Stati, come l’Iran appunto, sembra essere uno dei bersagli preferiti del presidente statunitense che i più stretti collaboratori, come rivelano alcune fonti, definiscono “imprevedibile, egocentrico e pericoloso”.

Detto questo, Pechino giudica del tutto comprensibile la decisione di Teheran di innalzare il livello dell’arricchimento dell’uranio a 4,5%, rispetto al 3,67% consentito dall’accordo del 2015. Il paese asiatico ha intrapreso una strada simile visto che la produzione di energia nucleare è aumentata del 18,6 per cento su base annua nel 2018.

Attualmente in Cina sono operative 45 centrali nucleare con una capacità installata totale di 45,9 milioni di kW.  Pechino ha generato complessivamente 294,4 miliardi di kWh energia nucleare, circa il 4,2% delle produzione complessiva del paese. Grazie all’utilizzo dell’atomo ha evitato l’immissione in atmosfera di ben 280 milioni di tonnellate di Co2 e risparmiato 90 milioni di tonnellate di carbone.

E’ la  stessa strada che vuole intraprendere Teheran, per liberarsi dal peso delle sanzioni economiche che gli impediscono di vendere il petrolio all’estero, per liberarsi dalla dipendenza dal greggio e per produrre più energia pulita in un programma che non preveda la creazione di una bomba atomica come invece affermano, senza alcuna prova, sia gli Stati Uniti che Israele.

Malgrado le mistificazioni della stampa occidentale, una cosa è certa: la crisi nucleare è stata causata e voluta da Trump che ha stracciato in modo irresponsabile l’accordo del 2015. Quella di Teheran è una reazione legittima. Anzi direi di più: è legittima difesa.

Condividi

I bambini di Chernobyl e l’Italia: perché guardare una serie Tv (imperfetta)

Una serie televisiva statunitense, prodotta da HBO, ha riportato alla memoria più grande tragedia nucleare dell’era moderna*: era il 26 aprile del 1986 quando nella centrale V.I. Lenin, situata in Ucraina settentrionale (a quel tempo Unione Sovietica), a 3 km dalla città di Pryp”jat’ e a 18 km da quella di Černobyl’, si verificò una fortissima esplosione che provocò lo scoperchiamento del reattore e di conseguenza causò un vasto incendio. Parlare di quel disastro significa inevitabilmente parlare dell’URSS e del suo popolo, della sua grandezza e della sua miseria, delle menzogne e dei sacrifici che, per il bene supremo della nazione, furono imposti a uomini, donne e bambini tenuti all’oscuro di ciò che stava accadendo nell’immediatezza di quella catastrofe. L’etica dei comportamenti piegata alla ragion di Stato, si direbbe.

Parlare di quella catastrofe significa ripercorrere, all’indietro, un pezzo della nostra storia, anche e soprattutto individuale. La serie televisiva ha uno sguardo (e una morale) occidentale su quella vicenda ed è stata criticata, tra gli altri, anche dalle autorità di Mosca. A ben vedere, però, quelle critiche sono in parte infondate perché è la stessa serie a individuare degli eroi positivi che rappresentano, nel bene o nel male, la grandezza di quel progetto statale e politico che voleva contrapporsi, non senza limiti ed errori, all’egemonia dell’altro blocco, quello a guida americana. Gli eroi sono, primi fra tutti, i tanti scienziati sovietici che lavorarono per evitare una catastrofe ben peggiore dal punto di vista umano e ambientale.

Non è questa la sede per analizzare quella parentesi storica, durata poco più di 70 anni, ma per capire i fatti narrati dalla serie non si può prescindere da quel contesto intriso di ideologia e di contraddizioni. Ancora oggi non sappiamo quali siano stati i numeri reali di quella tragedia, i cui effetti letali su ambiente e popolazione dureranno per arco di tempo indefinito. Il numero dei decessi e dei casi accertati di tumore, a seguito dell’esposizione alle radiazioni, varia da rapporto a rapporto.

Quello che giova ricordare è il ruolo avuto dall’Italia in questa vicenda: in seguito alla catastrofe, il nostro paese fu da subito il più coinvolto a livello europeo nell’ospitare i bambini ucraini, russi e bielorussi provenienti dalle aree colpite dalle radiazioni. Il Chernobyl Children’s Project ha fatto si che mezzo milione di quei bambini, quasi tutti provenienti dalla Bielorussia, circa la metà di quelli coinvolti complessivamente nel programma, sia stato ospitato dalle famiglie italiane con il sistema delle “adozioni temporanee”.

Fu una straordinaria stagione di amicizia e solidarietà, la corsa alle adozioni mostrò ancora una volta il volto migliore di un paese che insieme alla posizione geografica, lo stile di vita, il cibo e l’ambiente salubre, seppe offrire ai bambini venuti dal freddo quell’amore, nel senso puro del termine, che sembra così distante dal clima di oggi, intriso di egoismo, indifferenza e cattiveria.

Ecco, ricordare Chernobyl, con tutti i limiti e le imprecisioni di una inquietante serie televisiva (interpretata da un manipolo di attori magistrali, sui quali spicca l’immensa Emily Watson) aiuta a tenere in mente ciò che siamo e dovremmo sempre essere: un popolo che non si tira indietro di fronte alle tragedie e sa accogliere con quel senso di generosità e grandezza che appartiene alla nostro storia.

*Uno dei due incidenti classificati come catastrofici con il livello 7 (massimo della scala INES) dall’IAEA, insieme all’incidente avvenuto nella centrale di Fukushima Dai-ichi nel marzo 2011.

Condividi

L’accordo sul nucleare è stato violato da Trump e non dall’Iran

L’Iran ha innalzato il livello dell’arricchimento dell’uranio a 4,5%, rispetto al 3,67% consentito dall’accordo del 2015. Lo ha affermato Behruz Kamalvandi, portavoce dell’Organizzazione per l’energia atomica dell’Iran, aggiungendo che campioni dell’uranio arricchito saranno inviati all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea).  Non stupisce che la stampa occidentale, compresa quella italiana, nel commentare la notizia faccia notare che Teheran con questa decisione si sia posta fuori dall’accordo che fu siglato, dopo un’estenuante trattativa, con l’UE e soprattutto con gli Stati Uniti dell’allora presidente Barack Obama.

La verità è che l’Iran quell’accordo lo ha sempre rispettato e ad averlo violato per primo è stato l’attuale presidente americano Donald Trump. Era l’8 maggio dello scorso anno quando venne annunciata la decisione degli Stati Uniti di uscire dall’accordo con l’aggiunta, ingiustificata, di nuove sanzioni contro il paese islamico. A ispirare la decisione della Casa Bianca, secondo autorevoli fonti, è stato il fedele alleato Israele che a Washington ha una sorta di dependance diplomatica anche grazie alla presenza di Jared Kushner, genero di Trump nato in una ricchissima famiglia ebrea e consigliere personale per il Medio Oriente. Nell’annunciare la svolta, condannata da tutti gli alleati europei e lodata ovviamente da Israele e i paesi sunniti del Golfo Persico, il presidente americano affermò: “Non avremmo mai dovuto firmare quel contratto, non ha portato la pace e non la porterà mai. Dobbiamo punire chi non rispetta le regole, chi imbroglia. L’accordo con l’Iran serve solo alla sopravvivenza del regime a cui permette ancora di arricchire uranio”.

Niente di più falso. Come hanno dimostrato le ispezioni effettuate in questi anni, l’Iran ha sempre rispettato le regole e non ha mai imbrogliato nessuno. Di vero c’è soltanto la pericolosa esaltazione dell’amministrazione americana responsabile di voler inasprire a tutti i costi lo scontro con un paese che non si allinea ai disegni egemonici degli Stati Uniti e dei suoi alleati in Medio Oriente. La guerra per procura in Siria – con il finanziamento dei gruppi radicali islamici in chiave anti Assad – è solo l’esempio più eclatante.

La decisione di stracciare l’accordo era stata anticipata (poche ore prima dell’annuncio in tv) da una fonte dell’amministrazione Usa e, sua volta, era stata a sua volta anticipata dallo stesso Trump al presidente francese Emmanuel Macron. Che i media occidentali capovolgano la narrazione senza un briciolo di memoria non stupisce, del resto l’Iran non gode di buona stampa dalle nostre parti dove la lobby ebraica domina da tempo l’informazione e ne condiziona direzioni, linee editoriali, promozioni e persino assunzioni.

Detto questo, con la scelta di Washington di stracciare quell’accordo, che, tra le altre cose, contribuiva a porre dei paletti precisi allo sviluppo del programma nucleare civile iraniano, è evidente che la repubblica degli Ayatollah si sia sentita libera di perseguire i propri interessi e la propria politica. Non solo, in questa vicenda la stessa diplomazia sembra in affanno: l’Iran ha proposto nuovi colloqui ma non ha ricevuto alcuna risposta concreta dai governi europei. L’unico è stato il presidente francese Macron che ha rilanciato il dialogo con Teheran per non gettare all’aria quanto fatto fino a oggi e per evitare una crisi politica internazionale dagli sviluppi imprevedibili.

L’Iran, quindi, lancia la sfida e lo fa in modo trasparente confermando, almeno per ora, di non voler costruire un’arma atomica. L’intento, del resto è chiaro: rimanere nel solco di un progetto di produzione energetica pulita e a basso costo per una nazione che, in costanza di sanzioni, non potrà basare il proprio sviluppo futuro sul solo petrolio.

Condividi

Le sanzioni all’Iran dimostrano la debolezza della politica estera di Trump

Donald Trump ha deciso di inasprire le sanzioni contro la Repubblica Islamica dell’Iran, colpendo la guida spirituale Ali Khamenei e il suo entourage. Il segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin, ha spiegato che gli Stati Uniti congeleranno miliardi di dollari di fondi attivi dell’Iran. Il Presidente degli Stati Uniti è convinto che la misura possa indebolire ulteriormente Teheran e alimentare lo scontento popolare verso i vertici dello Stato, costringendo così gli ayatollah al negoziato. Insomma, la politica del ricatto: stringere la corda intorno al collo del nemico per obbligarlo a trattare.

La crisi economica e il malcontento della popolazione sono dei fatti incontrovertibili, ma quello che non riesce ad accettare il presidente Trump è che un iraniano preferisce tagliarsi una mano prima di soccombere di fronte al ricatto di un americano. Peraltro, a trarre vantaggio dalle sanzioni americane sono due nemici dichiarati dell’Iran, l’Arabia Saudita e, soprattutto Israele, che nel recente conflitto in Siria hanno fomentato il terrorismo jihadista e l’estremismo salafita in chiave anti Assad, alleato storico di Teheran. 

Le sanzioni hanno come unico effetto quello di far stringere il popolo iraniano intorno al suo leader in una forma di resistenza che deriva dalla storia, forza, cultura della grande Persia. La mediocrità della politica estera della Casa Bianca è in linea con quella fallimentare e fumosa dell’amministrazione Obama che, però, ha avuto il merito di aver riportato l’Iran nell’assise internazionale con la dignità che gli spetta di diritto. 

Condividi