Alessandro Aramu

Giornalista

Archivia Luglio 2019

Nel 2100 un terzo del mondo sarà africano. I numeri per capire il continente nero

L’Africa, il continente dimenticato. Il grande triangolo nero è oggi forse il luogo più sconosciuto e terribile del pianeta perché da lì, più che altrove, provengono quelli che l’Occidente e il nord del mondo ritengono problemi di controversa soluzione. Del resto, per decenni, quel continente è stato depredato, e continua a esserlo ancora oggi, delle sue più importanti risorse. In cambio gli abbiamo dato instabilità, povertà e persino spazzatura, giacché quello era uno dei luoghi preferiti dai governi e dalle criminalità per smaltire milioni di tonnellate di rifiuti, spesso tossici. Detto questo, per capire che cosa è oggi l’Africa oggi e che cosa sarà domani, dobbiamo affidarci a qualche numero e indicatore demografico.

Con una popolazione di circa 1,3 miliardi (nel 1930 nel contenente vivevano solo 150 milioni di persone), gli studi ci dicono che fra  30 anni, quindi nel 2050, l’Africa potrebbe avere circa 2,5 miliardi di abitanti, praticamente il doppio di oggi. Nessun continente al mondo cresce a questi ritmi. Ogni anno, quindi, nel continente nero nasce un paese grande quanto l’Italia. Le previsioni a lungo termine delle Nazioni Unite parlano di 4,4 miliardi di africani nel 2100, in un mondo con poco più di 11 miliardi di abitanti. Quindi se si continuerà con questo tasso di crescita, più di un terzo della popolazione mondiale alle soglie del nuovo secolo sarà in Africa. Per capire la portata di questo boom demografico, si può fare riferimento alla capitale del Kenya, Nairobi. La città oggi ha circa 5 milioni di abitanti, nel 2100, ovvero fra 80 anni, potrebbe arrivare a 46 milioni di residenti.

Altri numeri ci danno un’immagine più dettagliata, e non conosciuta da tutti, di che cosa è realmente l’Africa:

  • Il 40-50% della popolazione ha meno di 15 anni;
  • Rispetto al resto della popolazione mondiale, che si è sostanzialmente stabilizzata, quella dell’Africa sta subendo un processo violentemente metastasico: ogni 15 anni, la metà della popolazione sub sahariana si ricambia;
  • La tendenza in Africa è di cinque figli a testa;
  • I primi 5 paesi africani per numero di abitanti: 1) Nigeria: 154 milioni; 2) Etiopia: 85 milioni; 3) Egitto: 80 milioni; 4) Congo: 71 milioni; 5) Sudafrica: 47 milioni.
  • Secondo le valutazioni della Banca Mondiale, oltre un terzo della popolazione dell’Africa Sub-Sahariana vive sotto la soglia di povertà estrema (cioè dispone di meno di 1,90 dollari al giorno, secondo la nuova definizione della soglia di povertà), e in questa regione si concentrano 347 dei 702 milioni di poveri del pianeta, secondo le stime riferite al 2015. Secondo altre stime, il dato è ancora peggiore: il 70% della popolazione vivrebbe con meno di un dollaro al giorno.
  • L’intero continente produce solo il 3% del Prodotto Interno Lordo mondiale, praticamente come la ricchezza prodotta dalla Francia.

Sono numeri che ci dicono che niente, o quasi, potrà bloccare i flussi migratori da questa parte del mondo, tanto più inevitabili se si continuerà a investire poche risorse nello sviluppo e nella crescita di paesi che vivono, come dimostrano le tante guerre in corso, un deficit di democrazia, libertà e rispetto e di diritti civili.  Insieme all’Asia, l’Africa è il continente con più guerre in corso, guerre del tutto dimenticate, ignorate dai media, dall’opinione pubblica e dalle istituzioni regionali.

Un esempio emblematico è rappresentato  dalla Repubblica Democratica del Congo: la guerra civile, a intermittenza, devasta dal 1998 questo stato africano. Si stima che il conflitto abbia fatto cinque milioni di vittime, molte delle quali civili. Si tratta del conflitto che ha fatto più vittime dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, più del Vietnam, più della Corea, più della Siria e dell’Iraq.

Dal 2018, nelle province nord-orientali del Nord Kivu e dell’Ituri, sono ripresi i combattimenti interetnici che hanno causato più di un milione di sfollati interni. Centinaia di migliaia di congolesi sono stati costretti a fuggire in Uganda attraverso il lago Alberto. La lotta tra gruppi armati per il controllo del territorio e delle risorse, la distruzione di scuole e abitazioni e gli attacchi ai civili hanno creato importanti bisogni umanitari. A questa situazione, nell’agosto dello scorso anno, si è aggiunto un focolaio di Ebola.

Ma l’inferno non si ferma qui: questa è una terra che vanta primati agghiaccianti, come quello delle bambine violentate e mutilate dalle milizie private. La violenza usata come arma di guerra. Un inferno senza ritorno che costringe tutti noi, a maggior ragione chi fa informazione, a guardare senza pregiudizi un continente devastato da conflitti, spesso acuiti dalle politiche di saccheggio che il nord del mondo, a partire dall’Europa, ha condotto fino a oggi.

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I cristiani di Siria traditi da Papa Bergoglio e dall’establishment del Vaticano

La propaganda anti Assad ha colto l’occasione della lettera di Papa Francesco al presidente siriano, nella quale in sostanza gli si chiede di porre fine alle migliaia di detenzioni illegali, alle torture, alle sparizioni, alle esecuzioni extragiudiziali degli oppositori politici, per sferrare un ennesimo colpo alla corretta informazione sulla guerra che da anni devasta il paese arabo. Quella lettera è suonata come un tradimento della Santa Sede, e dei suoi alti prelati, ai tanti cristiani che in questi anni sono stati letteralmente abbandonati al loro destino consentendo alle bande armate anti governative di brutalizzare le loro esistenze non solo con eccidi e sparizioni di massa ma anche con l’esodo forzato in altri luoghi.

La presenza cristiana in Siria in questi anni è stata assicurata grazie alla protezione che il presidente Assad e il suo esercito hanno fornito a intere comunità prese di mira dai terroristi di matrice jihadista. È una dato certo che nessuna propaganda dei media, soprattutto quelli italiani guidati dall’indecente quotidiano Avvenire, il giornale della Conferenza Episcopale Italiana, che vanta il record di manipolazioni dell’informazione sulla guerra in Siria, tanto da essere additato come il primo giornale cristiano che difende i carnefici (i gruppi anti Assad) e non le vittime (i cristiani stessi).

La sensazione è che il Santo Padre sia stato ancora una volta indotto in errore dai suoi consiglieri, molti dei quali stanno ancora in Siria tradendo la loro missione di fede e sacerdotale. È prevalsa dunque la linea gesuita alla Padre Dall’Oglio, intrisa di odio anti regime e di bugie, e non quella francescana basata sulla resistenza, sulla misericordia e sulla verità dei fatti. Non incolpo dunque Bergoglio, incolpo i suggeritori dell’odio, quei cristiani che tradiscono i cristiani e vendono la loro pelle ai gruppi jihadisti.

Al Santo Padre, sommessamente, suggerisco la lettura di due libri: Fratelli Traditi del reporter di guerra Gian Micalessin e Siria, i cristiani nella guerra del giornalista Fulvio Scaglione. Sono due colleghi che stimo e che mi onorano della loro amicizia. Sono davvero felice di aver potuto presentare i loro libri in occasione del Meeting Internazionale delle Politiche del Mediterraneo che il Centro Italo Arabo organizza ogni anno in Sardegna, una terra di resistenza e di lotte, proprio come quelle affrontate dai cristiani in Siria.

Ecco, se il Pontefice avesse letto questi libri, avesse ascoltato in prima persona il grido di dolore dei suoi cari fratelli cristiani, probabilmente quella lettera sarebbe stata diversa. La convinzione è che la sua mano sia stata guidata da qualcun altro, da una penna che ha sparso non inchiostro ma veleno e retorica anti Assad con il solo scopo di fornire all’opinione pubblica, per l’ennesima volta, un quadro molto diverso di quanto sta accadendo dal 2011 in Siria.

La guerra è guerra e io per primo so bene che il regime non usa i guani di velluto contro gli oppositori politici e i nemici dello Stato. Le torture ci sono e c’è anche tutto il resto. Per rimanere in piedi, per salvare la propria sovranità e unità, per combattere il terrorismo e respingere gli attacchi stranieri, il governo ha dovuto necessariamente incattivirsi e difendersi con maggior forza, anche violando i diritti umani.

Dall’altra parte, però, e Bergoglio lo deve sapere, ci sono le forze del male, i tagliagole, gli stupratori, gli attentatori armati dall’occidente e dalle monarchie del golfo, ci sono i nemici della libertà, del progresso e della democrazia. Ecco, dimenticare tutto ciò significa, inevitabilmente, essere complice dei terroristi. In tutto questo, caro Papa Francesco, di cristiano non ci vedo davvero nulla.

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Morto il Presidente Essebsi, con lui una Tunisia laica e progressista

Un paese fragile, ferito dal terrorismo e da una crisi sociale che vede nel malcontento delle fasce più giovani della popolazione un elemento di forte instabilità interna. La morte de novantaduenne presidente Béji Caid Essebsi, erede naturale di Habib Bourghiba, di cui era stato ministro,  getta un’ombra di incertezza sul futuro della Tunisia. Ha incarnato il senso più autentico della politica progressista e laica, autentico baluardo contro il fondamentalismo islamico e la deriva estremista che ha portato a essere il paese come il più grande serbatoio di jihadisti nella guerra in Siria.

Se ne è andato nel giorno della Festa della Repubblica, dopo essere stato ricoverato per le conseguenze di una intossicazione alimentare che lo aveva portato in ospedale per ben due volte a giugno.  Soltanto un anno fa, malgrado l’età avanzata, non aveva escluso una sua ricandidatura. Le dimissioni dell’anziano presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, a seguito di proteste di piazza e di pressioni dell’apparato militare nazionale, gli avevano fatto cambiare idea, ben sapendo che nel paese stava maturando con sempre più forza la richiesta di una stagione di rinnovamento e di ringiovanimento della classe dirigente tunisina.

Una notizia che non è giunta inattesa ma che comunque lascia un profondo vuoto per l’importanza che il Presidente Essebsi ha avuto in questi anni, dopo la rivoluzione dei gelsomini del 2010- 2011, come elemento stabilizzatore della politica tunisina anche a livello internazionale.  Molte delle cause che hanno determinato quelle sommosse però non sono state rimosse: disoccupazione, rincari alimentari e cattive condizioni di vita, soprattutto nelle fasce più povere e giovani della popolazione, specie nelle aree non urbane, sono problemi che ancora oggi rischiano di far esplodere un paese che molti osservatori internazionali definiscono una vera e propria pentola a pressione.

Certo, la ripresa del turismo, un nuovo slancio economico derivante dalle ingente risorse economiche immesse nel mercato interno  dalle organizzazioni sovranazionali, non ultima l’Unione Europea.  Dal 2014 era capo dello Stato, in precedenza aveva ricoperto il ruolo di primo ministro e, sotto Ben Ali, anche l’incarico di presidente della Camera.  Non è una bestemmia definirlo un padre della patria anche se ha partecipato come uomo di primo piano a stagioni politiche non brillanti per il paese.

Ad ogni modo, a Essebsi va il merito di aver proseguito l’azione di laicizzazione del paese, percorrendo la strada riformatrice del mitico Bourghiba. Se quest’ultimo con il codice della famiglia del 1956 aveva garantito alle donne tunisine una vita con maggiori diritti rispetto alle cittadine degli altri paesi arabi, il primo ha favorito la legge che permette alle tunisine di sposare non musulmani e quella contro la violenza di genere. Si tratta di norme che hanno rotto un tabù nel mondo islamico dove è vietato, per una donna di fede islamica, sposare uomini di altre religioni, mentre invece è consentito agli uomini.

Sotto la guida di Essebsi, la Tunisia ha fatto un altro significativo passo in avanti nella direzione della parità tra gli uomini e la donna, e lo ha fatto imponendo la parità nell’eredità, una misura che il testo sacro del Corano vieta giacché alle donne  è riconosciuta la metà di quanto spetta invece agli uomini.  Misure che hanno rafforzato l’alternativa al partito islamista di Ennahdha, costretto, in parte,  anche a rivedere alcune posizioni estremiste e intransigenti di fronte a una società che chiedeva maggiore apertura e più diritti. Un’eredità pesante che le forze progressiste e laiche del paese dovranno essere capaci di gestire, anche se le divisioni pesano come un macigno sui prossimi sviluppi politici nazionali: dalla spaccatura del partito di Essebsi, Nidaa Tounes, è nato un nuovo partito che si è alleato proprio con le forze islamiste.  Meno di un anno fa aveva ventilato l’ipotesi di una sua ricandidatura.

Che cosa succederà ora? La costituzione prevede che la presidenza sia assunta, per un periodo che va da 45 a 90 giorni, dal presidente del Parlamento, ovvero da Mohamed Ennaceur che in un discorso alla nazione trasmesso in diretta televisiva, ha fatto un richiamo all’unità. Le elezioni presidenziali sono state anticipate e fissate al 15 settembre.

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Droga, Italia ai primi posti in Europa. Colla, cocaina ed eroina già a 8 anni

Italiani popolo di drogati, nel senso vero del termine.  Soltanto un anno fa il bollettino annuale EMCDDA (Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze) confermava un dato significativo, che smonta la retorica del proibizionismo che ha impernato le politiche di Governo negli ultimi decenni: il nostro paese è fra i peggiori in Europa, con il 22% degli adulti fra i 15 e i 64 anni che nel 2017 ha fatto uso di una qualche sostanza. L’Italia si colloca in terza posizione dopo Repubblica Ceca e Francia. Per quanto riguarda il consumo di cannabis siamo addirittura in seconda posizione a pochissima distanza dalla Francia, e in quarta per assunzioni di cocaina. Una percentuale di consumatori pari a quella dell’Olanda che, però, ha da tempo fatto scelte coraggiose che, attraverso la legalizzazione e severissimi controlli per chi la vende, hanno tolto il traffico e lo spaccio di alcune sostanze stupefacenti dalle mani della criminalità organizzata.

Di recente ho scritto di come nel nostro paese ci sia una nuova ripresa del consumo di eroina, con modalità assai diverse rispetto agli anni Settanta e Ottanta.  Rispetto a un grammo di eroina costa esattamente la metà e questo ha indotto a una ritorno di questa droga che è la sostanza che crea la dipendenza più dannosa per sé e per gli altri (gli è stato assegnato un punteggio di 55 su una scala ipotetica di 100) – dopo l’alcool (più di 70 su 100). Seguono il crack, le metanfetamine, la cocaina, il tabacco. La cannabis, per intenderci, ha un effetto negativo calcolato con un valore di 20 su 100.

La politica, però, si è incentrata troppo spesso su questa sostanza per sbandierare azioni di contrasto alla droga che sono soltanto strumentali e costituiscono un ottimo paravento per il colossale fallimento del proibizionismo culturale e ideologico che da sempre regna in una parte consistente della nostra società. Trattare la marijuana alla stregua dell’eroina o dalla cocaina dimostra ignoranza e malafede e non aiuta a risolvere il problema. Semmai, lo ignora.

Insomma, negli ultimi due anni il consumo di eroina è aumentato di oltre il 100%, i morti più del 10%, ma noi si continua a sbandierare come vittoria delle politiche di contrasto al consumo e alla diffusione della droga la chiusura di qualche “cannabis shop”. La mafia albanese, la ‘ndrangheta, la camorra e Cosa Nostra se la ridono e ringraziano per tanta grazia.

Un’altra anomalia è rappresentata dal fatto che Italia, dove anno dopo anni cresce il consumo di sostanze stupefacenti, continua a usare il carcere per gestire il fenomeno delle tossicodipendenze. Una gestione fallimentare, che non risolve in alcun modo il problema, semmai lo peggiora. A pagare sono anche le casse dello Stato che ogni anno deve sborsare milioni di euro a causa per gestire la detenzione a seguito dei cosiddetti reati da droga.

Infine, per delineare un quadro allarmante, c’è un altro dato che fa davvero rabbrividire: dal 2013 a oggi  in Italia sono raddoppiati i ragazzi tossici. L’età media è sempre più bassa, si incomincia presto, prestissimo: 8 anni. I bambini sperimentano colla, cocaina ed eroina. A tredici, ci raccontano i più recenti studi, c’è chi si prostituisce per una dose. Sono in forte crescita anche gli adolescenti sottoposti al Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Ecco, a me sembra che tutto questo sia materia per aprire una grande discussione a livello nazionale su come fronteggiare questa emergenza. Ma la politica, di governo e di opposizione, l’opinione pubblica e il sistema dei media, con qualche rara eccezione, sono distratti dai rumori che fanno le loro voci. E così il nostro paese, inesorabilmente, affossa.

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Niente siringhe, così si ritorna a morire di eroina in Italia

Negli anni Settanta e Ottanta un’intera generazione di giovani è stata spazzata via dall’eroina. È proprio a cavallo di quei due decenni che il consumo di droga ha subito un cambiamento epocale, raggiungendo dei picchi che mai erano stati raggiunti nel nostro paese.  Inizialmente si trattò, come molte cose di quegli anni, di una sfida giovanile anti sistema, una prova di forza contro la società consumistica e il potere politico costituito. Ben presto perse questo valore politico, se così si può definire, e l’eroina divenne presto la droga del disagio, dell’emarginazione, dello sballo che porta alla distruzione e alla morte.  Ne furono colpiti tutti, senza distinzioni di sorta: dagli studenti agli operai, dagli adolescenti ai professionisti. Tonnellate di droga immesse dalla criminalità organizzata, da Cosa Nostra (che ne fece un business negli Stati Uniti) e, successivamente, dalla ‘Ndrangheta. Poi, lentamente, l’eroina fu soppiantata da altre droghe.

Ed è così che la cocaina divenne l’eroina del nuovo millennio. Un nuovo affare per la criminalità organizzata e per le piazze dello spaccio, gestite direttamente da mafie nostrane e mafie estere, in primis quella nigeriana, specializzata anche nel racket della prostituzione. Il consumo di cocaina in questi decenni ha assunto dimensioni molto vaste e anche in questo caso, da droga dei ricchi è diventata una sostanza di facile reperibilità e dai costi abbordabili, anche per i più giovanissimi.

Oggi, nel silenzio generale, come ha denunciato Nicola Gratteri, procuratore Antimafia a Catanzaro, l’eroina è ritornata a essere la droga più insidiosa: 1 grammo costa appena 25 euro, mentre la cocaina ne vale il doppio. Non fa rumore come negli anni Settanta e Ottanta, perché non si vedono più i morti nei parchi, nelle piazze, nei bagni di qualche stazione o in qualche luogo desolato. I morti non si vedono ma ci sono. Muoiono di infarto e non finiscono nelle prime pagine dei giornali.

Il silenzio oggi è il miglior alleato dell’eroina e della criminalità organizzata, come quella albanese che sta stringendo un patto di ferro con quella nostrana. Tonnellate di eroina accumulate in Afghanistan stanno invadendo l’Europa, il mercato di questa sostanza ha ricominciato a crescere da 6 anni a questa parte.  Nel 2016 i consumatori di eroina erano meno di 300 mila, contro i quasi 600 mila di ecstasy, LSD e anfetamine e l’oltre un milione della cocaina. Ad ogni modo, come nel passato, l’abbondanza e i prezzi bassi stanno determinando un mutamento nei consumi della droga in Italia.

Non vediamo più siringhe infilzate nelle braccia perché questa droga ora si “sniffa” e si fuma. Nuove generazioni di giovani, e non, rischiano di essere devastate. Il rischio è che per fare più profitto si immetta nel mercato una sostanza tagliata male, un prodotto che faccia scoppiare letteralmente il cuore come dimostra il picco di decessi per infarto registrato negli ultimi anni tra giovani e giovanissimi. 

La politica, e in parte il mondo dell’informazione, sono vittime dei loro pregiudizi culturali, della non conoscenza della materia e della tendenza a strumentalizzare qualunque cosa venga definita droga. Facciamo le battaglie contro i cannabis shop ma non vogliamo vedere qualcosa di infinitamente più grande e pericoloso. Ancora una volta, ignoriamo gli insegnamenti del passato, l’allarme della magistratura e i segnali della nostra società. Il futuro che ci aspetta è tutt’altro che roseo.

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Paolo Borsellino, libero di essere ucciso di notte e di giorno

Ventisette anni fa, in una calda giornata palermitana, venne ucciso Paolo Borsellino con gli agenti della sua scorta. Tra questi, c’era anche una giovane sarda, Emanuela Loi, figlia della mia terra, la prima donna poliziotto a morire in servizio nella storia d’Italia. Pochi mesi prima, analoga sorte capitò al giudice Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e ai loro angeli custodi.

A quel tempo studiavo giurisprudenza all’Università e mi interessavo di mafia con la passione civile e la curiosità che qualche anno dopo mi avrebbe fatto cambiare il mio obiettivo professionale: da magistrato a giornalista.

È passata una vita da quei giorni eppure si avverte ancora la cappa dei silenzi e delle vendette, dell’abbandono e della solitudine. Si respira ancora l’odore acre dell’esplosivo e dei corpi carbonizzati. Si odono le grida della folla inferocita al funerale contro i politici e i rappresentanti delle Istituzioni.

Qualche giorno fa ero a Palermo e, per caso, sono passato di fronte al luogo dove venne ucciso il Generale Dalla Chiesa, prefetto di quella città. Appena 48 ore dopo, una grande operazione tra Stati Uniti e Italia, condotta da FBI e la nostra Polizia di Stato, ha portato agli arresti numerosi esponenti delle famiglie Inzerillo e Gambino, i clan degli “scappati” costretti a fuggire dalla Sicilia dai Corleonesi di Totò Riina nella tragica guerra di mafia degli anni Ottanta.

E ancora la desecretazione dei verbali e dei nastri delle audizioni nella Commissione Antimafia, con quella voce roca e profonda di Borsellino che denuncia come nel 1984 la scorta ai magistrati fosse percepita più come un problema sociale che come un’emergenza nazionale e di quanto vaste fossero le lacune nel presidio del territorio.  E, infine, una frase, una sola frase, che è l’emblema della solitudine di certi uomini nella lotta alla criminalità organizzata: “Io, sistematicamente, il pomeriggio mi reco in ufficio con la mia automobile e torno a casa per le 21 o le 22. Magari con ciò riacquisto la mia libertà utilizzando la mia automobile, però non capisco che senso abbia farmi perdere la libertà la mattina per poi essere libero di essere ucciso la sera”.

Tutto si mescola, nel tempo e nelle facce, il passato che diventa presente, il silenzio che occupa le parole. 27 anni fa, un tempo lontano, uno schiocco di dita per Cosa Nostra.

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Se rubi una petroliera a me, ne rubo una a te

I Guardiani della rivoluzione islamica dell’Iran hanno sequestrato una petroliera nelle acque del Golfo persico. La conferma arriva direttamente da Teheran attraverso un comunicato letto dalla televisione di Stato. Si tratta di una petroliera (forse la Riah, battente bandiera panamense e di proprietà della compagnia emiratina Prime Tankers) carica di un milione di litri di carburante che, secondo i pasdaran, sarebbe stato contrabbandato.

Si tratta della prima risposta della Repubblica Islamica dopo il sequestro, avvenuto nelle scorse settimane, della petroliera iraniana Grace 1 da parte dei Royal Marines al largo di Gibilterra. Secondo le autorità britanniche, la nave trasportava petrolio destinata alla Siria in violazione dell’embargo imposto dall’Unione europea.

In campo è scesa anche la Guida suprema della rivoluzione, Ali Khamenei, che ha affermato come l’Iran non abbia alcuna intenzione di lasciare senza risposta gli “atti di pirateria” commessi dal Regno Unito. Peraltro, proprio Londra ha rivelato che il mancato rilascio della nave iraniana dipende da Israele che ha chiesto espressamente di non consegnare a Teheran l’imbarcazione. Il ministro degli esteri britannico, dopo tutto, aveva assicurato una rapida riconsegna in cambio della garanzia di non rifornire più greggio alla Siria.

Come nel passato, si riapre la caccia alle petroliere nella acque internazionali. Il teatro è ancora una volta il Golfo Persico. Non è un caso che la Gran Bretagna abbia deciso di inviare una terza nave da guerra per contrastare una eventuale ritorsione dell’Iran dopo i fatti che hanno riguardato la Grace 1. Intanto, tra vedere e non vedere, i guardiani della rivoluzione hanno “recuperato” una petroliera fantasma straniera riportandola nelle proprie acque territoriali.

Della serie: se tu rubi una cosa a me, io ne rubo un’altra a te.

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Oltre la guerra in Siria: i limiti dell’informazione

La Siria raccontata attraverso la cronaca quotidiana delle battaglie e da una prospettiva solo ed esclusivamente militare – come se il fronte di guerra fosse l’unica misura di quanto sta accadendo in quell’area geografica – oltre a essere noiosa, è un fallimento per l’informazione. Certamente non aiuta a comprendere i mutamenti in corso nella società siriana, le trasformazioni e anche i limiti di una gestione della ricostruzione derivanti non solo dal peso delle sanzioni ma anche da quello annoso, e mai risolto, della corruzione interna. 
Dopotutto, Bashar al Assad sa bene che alcuni oscuri funzionari del partito Bath, in particolare quelli periferici, sono i peggiori nemici della libertà e della pace sociale nel Paese.  Era così prima della guerra, in quella stagione di riforme mancate e di corruzione diffusa, spesso compiuta alle spalle del Presidente, e lo è ancora di più oggi.
Serve uno sforzo maggiore, dunque, per tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e impedire di coltivare nemici interni, più subdoli e invisibili rispetto a quelli armati. Voler bene alla Siria significa saper e voler raccontare non il centimetro di terra sottratto ai terroristi ma anche il centimetro di spazio sottratto alla disinformazione a favore della verità dei fatti. Anche nelle zone liberate permane una condizione di povertà e di disagio notevole, il cibo non è di facile reperibilità, l’energia e l’acqua spesso scarseggiano. Le cause sono in parte note, in parte taciute, non per disonestà intellettuale ma per debolezza delle fonti da cui attingere le notizie. Raccontare a senso unico, da una parte o dall’altra, è un esercizio semplice quanto rischioso, soprattutto se si fa in modo corretto il mestiere di giornalista.
La Siria non è solo Damasco e, in parte, Aleppo ma anche quei tantissimi piccoli centri, anche rurali, che oggi sono marginalizzati nel processo di ricostruzione. Penso che si debba pretendere dagli alleati, soprattutto da quelli più competitivi nel mercato globale, uno sforzo maggiore per il rilancio economico della Siria perché si rischia un’implosione del sistema sociale e politico attuale con grande incertezza per il futuro. Il problema è proprio come risollevare l’economia di un paese devastato e, comunque, isolato una decisione scellerata degli Stati Uniti e dell’Europa.
Ecco, se proprio devo dirla tutta, oggi la posizione di Assad mi sembra meno salda di ieri. Un tempo si poteva essere o con lui o contro di lui. Le cose sono cambiate, quella logica non funziona più, neanche sotto il profilo della narrazione giornalistica.  Nella società siriana ci sono sfumature che vanno colte, segnali che non possono essere trascurati, perché quella società, devastata in quella che sarebbe diventata la classe dirigente del futuro, è molto più complessa di come è descritta anche dai cosiddetti “filo governativi”. Come insegna la storia, è proprio il post guerra (ancora in corso) che riserva le maggiori sorprese.
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Nucleare iraniano, la Cina e il “bullismo” americano

Il commento più efficace in merito alla questione nucleare iraniana è arrivato dalla Cina e precisamente dal portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang, che ha definito “il bullismo unilaterale degli Usa un tumore che si diffonde e sta creando più problemi e crisi su scala globale”.

Pechino mal digerisce le politiche economiche di Trump, che fanno del protezionismo una minaccia costante nelle relazioni diplomatiche con altri paesi. Dazi e sanzioni sembrano essere le (sole) parole d’ordine di Washington: il tempo sembra essersi fermato a qualche decennio addietro, quando oltre cortina si nascondevano solo nemici.

La Cina, insieme ad altri Stati, come l’Iran appunto, sembra essere uno dei bersagli preferiti del presidente statunitense che i più stretti collaboratori, come rivelano alcune fonti, definiscono “imprevedibile, egocentrico e pericoloso”.

Detto questo, Pechino giudica del tutto comprensibile la decisione di Teheran di innalzare il livello dell’arricchimento dell’uranio a 4,5%, rispetto al 3,67% consentito dall’accordo del 2015. Il paese asiatico ha intrapreso una strada simile visto che la produzione di energia nucleare è aumentata del 18,6 per cento su base annua nel 2018.

Attualmente in Cina sono operative 45 centrali nucleare con una capacità installata totale di 45,9 milioni di kW.  Pechino ha generato complessivamente 294,4 miliardi di kWh energia nucleare, circa il 4,2% delle produzione complessiva del paese. Grazie all’utilizzo dell’atomo ha evitato l’immissione in atmosfera di ben 280 milioni di tonnellate di Co2 e risparmiato 90 milioni di tonnellate di carbone.

E’ la  stessa strada che vuole intraprendere Teheran, per liberarsi dal peso delle sanzioni economiche che gli impediscono di vendere il petrolio all’estero, per liberarsi dalla dipendenza dal greggio e per produrre più energia pulita in un programma che non preveda la creazione di una bomba atomica come invece affermano, senza alcuna prova, sia gli Stati Uniti che Israele.

Malgrado le mistificazioni della stampa occidentale, una cosa è certa: la crisi nucleare è stata causata e voluta da Trump che ha stracciato in modo irresponsabile l’accordo del 2015. Quella di Teheran è una reazione legittima. Anzi direi di più: è legittima difesa.

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I bambini di Chernobyl e l’Italia: perché guardare una serie Tv (imperfetta)

Una serie televisiva statunitense, prodotta da HBO, ha riportato alla memoria più grande tragedia nucleare dell’era moderna*: era il 26 aprile del 1986 quando nella centrale V.I. Lenin, situata in Ucraina settentrionale (a quel tempo Unione Sovietica), a 3 km dalla città di Pryp”jat’ e a 18 km da quella di Černobyl’, si verificò una fortissima esplosione che provocò lo scoperchiamento del reattore e di conseguenza causò un vasto incendio. Parlare di quel disastro significa inevitabilmente parlare dell’URSS e del suo popolo, della sua grandezza e della sua miseria, delle menzogne e dei sacrifici che, per il bene supremo della nazione, furono imposti a uomini, donne e bambini tenuti all’oscuro di ciò che stava accadendo nell’immediatezza di quella catastrofe. L’etica dei comportamenti piegata alla ragion di Stato, si direbbe.

Parlare di quella catastrofe significa ripercorrere, all’indietro, un pezzo della nostra storia, anche e soprattutto individuale. La serie televisiva ha uno sguardo (e una morale) occidentale su quella vicenda ed è stata criticata, tra gli altri, anche dalle autorità di Mosca. A ben vedere, però, quelle critiche sono in parte infondate perché è la stessa serie a individuare degli eroi positivi che rappresentano, nel bene o nel male, la grandezza di quel progetto statale e politico che voleva contrapporsi, non senza limiti ed errori, all’egemonia dell’altro blocco, quello a guida americana. Gli eroi sono, primi fra tutti, i tanti scienziati sovietici che lavorarono per evitare una catastrofe ben peggiore dal punto di vista umano e ambientale.

Non è questa la sede per analizzare quella parentesi storica, durata poco più di 70 anni, ma per capire i fatti narrati dalla serie non si può prescindere da quel contesto intriso di ideologia e di contraddizioni. Ancora oggi non sappiamo quali siano stati i numeri reali di quella tragedia, i cui effetti letali su ambiente e popolazione dureranno per arco di tempo indefinito. Il numero dei decessi e dei casi accertati di tumore, a seguito dell’esposizione alle radiazioni, varia da rapporto a rapporto.

Quello che giova ricordare è il ruolo avuto dall’Italia in questa vicenda: in seguito alla catastrofe, il nostro paese fu da subito il più coinvolto a livello europeo nell’ospitare i bambini ucraini, russi e bielorussi provenienti dalle aree colpite dalle radiazioni. Il Chernobyl Children’s Project ha fatto si che mezzo milione di quei bambini, quasi tutti provenienti dalla Bielorussia, circa la metà di quelli coinvolti complessivamente nel programma, sia stato ospitato dalle famiglie italiane con il sistema delle “adozioni temporanee”.

Fu una straordinaria stagione di amicizia e solidarietà, la corsa alle adozioni mostrò ancora una volta il volto migliore di un paese che insieme alla posizione geografica, lo stile di vita, il cibo e l’ambiente salubre, seppe offrire ai bambini venuti dal freddo quell’amore, nel senso puro del termine, che sembra così distante dal clima di oggi, intriso di egoismo, indifferenza e cattiveria.

Ecco, ricordare Chernobyl, con tutti i limiti e le imprecisioni di una inquietante serie televisiva (interpretata da un manipolo di attori magistrali, sui quali spicca l’immensa Emily Watson) aiuta a tenere in mente ciò che siamo e dovremmo sempre essere: un popolo che non si tira indietro di fronte alle tragedie e sa accogliere con quel senso di generosità e grandezza che appartiene alla nostro storia.

*Uno dei due incidenti classificati come catastrofici con il livello 7 (massimo della scala INES) dall’IAEA, insieme all’incidente avvenuto nella centrale di Fukushima Dai-ichi nel marzo 2011.

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