Alessandro Aramu

Giornalista

Il genocidio armeno: le schiave del sesso e i tatuaggi della vergogna

Il genocidio armeno: le schiave del sesso e i tatuaggi della vergogna

Sono a Erevan, capitale dell’Armenia, per un reportage sul genocidio armeno. Il mio sguardo cade su una foto in bianco e nero di una rivista. Una giovane donna vestita con gli abiti tradizionali, un fazzoletto sul volto e la pelle del viso segnata. Sembrano cicatrici. Leggo la didascalia di una foto e scopro che quei segni sono un oltraggio dal significato macabro: si tratta di tatuaggi, impressi dai turchi alle donne armene possedute come se fossero un oggetto qualunque. Quei tatuaggi indicano che quella donna era una schiava del sesso, costretta a sposarsi con la forza durante gli anni del genocidio. Quel ritratto è inquietante.

Capitava, non di rado, che le giovani donne armene venissero salvate dalla deportazione per andare a rendere servigi come cameriere nelle ricche famiglie turche. Non si trattava certo di un atto di generosità. Era una forma di riduzione in schiavitù, anche se non mancarono i benefattori, ispirati da sincera pietà. Non tutte, però, furono così fortunate. Chi non aveva la sventura di essere mutilata, stuprata, torturata o uccisa nel corso delle deportazioni, poteva finire nelle mani di qualche uomo turco desideroso di soddisfare i propri impulsi sessuali con una giovane donna armena. Difficile dire quali delle due sorti fosse la peggiore.

A ogni modo quei tatuaggi esprimono non solo un oltraggio ma la rappresentazione delle incalcolabili atrocità che le donne armene hanno dovuto affrontare durante un genocidio che è stato anche di natura culturale. Con la brutalità non si intendeva soltanto cancellare le tracce di un popolo da una terra che avevano abitato per millenni ma anche la presenza femminile, attraverso un annientamento che non ha nulla di casuale. Se gli uomini armeni hanno avuto la fortuna di morire nel giro di poco tempo, spesso dopo combattimenti o esecuzioni di massa da parte dell’esercito turco, alle donne non è stata risparmiata alcun tipo di sofferenza. Le foto degli archivi testimoniano una tragedia che non ha eguali in nessuno dei crimini del Ventesimo secolo.

Nel genocidio del 1915 sono le donne a patire la follia omicida dei musulmani. E la patiscono in quanto cristiane. Anche se una parte della storiografia ritiene che la pulizia etnica degli armeni non sia direttamente riconducibile a motivazioni di carattere religioso (tesi rafforzata dal fatto che la Germania, principale alleato dell’Impero Ottomano, fosse una nazione cristiana), è indubbio che il rendere la donna armena “una schiava del sesso”, fa fortemente dubitare sulla bontà di certe posizioni. Le donne, private di ogni protezione maschile o familiare, erano sole contro l’assoluta barbarie perpetrata dai soldati turchi. La specificità del genocidio armeno è proprio il differente destino degli uomini e delle donne: i primi, protettori delle loro famiglie, furono uccisi subito, gettandoli in burroni o nel fiume Eufrate, o finiti a colpi d’ascia. Le donne, invece, furono avviate a una deportazione che le portò verso l’estinzione, il nulla. In moltissimi casi furono obbligate a entrare negli harem dei turchi, perché la donna armena era considerata una merce “pregiata”.

Recentissimi studi stimano che circa un terzo dei turchi del 2014 sia di sangue misto armeno, greco e siriano: le tre minoranze che hanno subito persecuzioni e stermini nel corso dello scorso secolo. È un altro aspetto della contemporaneità di un crimine che continua a produrre effetti nel tempo. Molte bambine, si stima circa 80.000, rimasero nelle case turche, spose forzate in giovanissima età. Costrette a cambiare nome e religione, «non potevano più recitare le loro preghierine infantili, si dovevano uniformare alle famiglie dei turchi. Le prescelte erano quelle più in fiore, la loro vita era stata risparmiata durante le marce, ma era diventata una cosa completamente diversa, frutto di un totale sradicamento dalla loro cultura e identità». Gli uomini ancora oggi scrivono la storia, così è accaduto con il genocidio.

Le donne per un lungo periodo non hanno avuto grande spazio nei racconti. C’è un genocidio femminile che merita di essere raccontato, perché le donne armene sono state considerate impure, contaminate e disprezzate. I loro corpi sono stati violati e mortificati con una brutalità che si ritroverà anni dopo soltanto negli stupri di guerra della ex Jugoslavia. Sono loro ad aver sofferto di più, anche portando il più pesante dei fardelli: rigenerare nuova vita. Questa diversità si percepisce anche nel racconto delle nuove generazioni che, con la loro testimonianza, descrivono le “loro” storie.

Una visione femminile del genocidio che rivela la radice dell’odio che ha alimentato quel crimine e l’effetto che ha avuto sulla donna armena nel corso di questi cento anni. Quei tatuaggi delle schiave del sesso sono un segreto che molte donne hanno tenuto nascosto per anni. La bandiera turca-musulmana marcata sui volti e le mani era qualcosa che paradossalmente non si doveva né vedere (sembra quasi una contraddizione) e neppure sapere. E per decenni questa terribile pratica è sparita dai racconti ufficiali e dalle confidenze familiari. Più di ogni altra azione consumata dai turchi nei confronti delle donne armene, questa ha il sapore della macchia, di qualcosa di indelebile che non può essere cancellato in alcun modo.

Ecco perché queste giovani donne, una volta ritornate libere, hanno convissuto per il resto della loro esistenza con un senso di vergogna e di umiliazione che le ha rese “invisibili” alla storia. Rendere pubblica quella violazione voleva dire anche esporre in pubblico una condizione – e un reato – che avrebbe ricoperto di vergogna anche il marito, il padre e tutti i maschi della famiglia. Queste donne nascoste hanno continuato a subire nel tempo una violenza che ha umiliato la loro dignità e anche la loro vita privata. (…)

Tratto da Il genocidio armeno: 100 anni di silenzio – Lo straordinario racconto degli ultimi sopravvissuti di Alessandro Aramu, Gian Micalessin e Anna Mazzone (Arkadia Editore)

Foto: tratta da un filmato del 1923

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