Alessandro Aramu

Giornalista

Il grido del sopravvissuto: “La Turchia deve riconoscere il genocidio armeno”

Il grido del sopravvissuto: “La Turchia deve riconoscere il genocidio armeno”

Andranik Matevosyan con i suoi 107 anni è uno degli ultimi sopravvissuti del genocidio armeno. Ne aveva 102 quando nell’ottobre del 2014, insieme al fotografo Romolo Eucalitto, uno dei più grandi fotografi di cinema italiani, l’ho incontrato nella capitale armena. I suoi ricordi riaffiorano da un passato non facile da rimettere in piedi: «La mia famiglia era originaria di Kars, in Anatolia orientale, dove sono nato nel 1912. Avevo sei anni, quando la mia famiglia riuscì a migrare a Batumi, una città che si trova in Georgia. Non ricordo molto di quel periodo, ma ho sentito molto della storia della mia famiglia dai racconti di mia madre. Si chiamava Siran. Era estate e siamo scappati nel 1918». In realtà le vicende che racconta Andranik si svolgono nel 1915, tre anni prima di quanto rammenti. Lui, a quel tempo, aveva soltanto tre anni.

Come furono i giorni che anticiparono la fuga verso la salvezza? La nonna di Andranik, che si chiamava Shushan, aveva saputo da molti amici turchi che stavano cercando gli armeni per deportarli e ucciderli. Sono stati loro a suggerirle di non rimanere più nel villaggio, di scappare per non essere uccisi: «A quel punto mia nonna, che aveva i figli che facevano il servizio militare nell’esercito turco, è andata dai loro capi e li ha convinti a lasciarli andare via. Non so come ci sia riuscita, ma ha preso i tre figli, compreso il padre di Andranik, e siamo scappati tutti assieme». «Quando siamo andati via da Kars – dice – non avevamo nessuna idea di dove stavamo andando. Mio padre, Artem, e mia madre sapevano esattamente che cosa stava accadendo, la voce si era sparsa tra le famiglie armene. Molti turchi, come era capitato con mia nonna, ci avevano informato che l’esercito ottomano voleva uccidere gli armeni, compresi quelli che prestavano servizio nelle loro file. Mi hanno raccontato che molti genitori, che non potevano portare con sé i figli perché troppo piccoli, preferivano buttare i loro bambini nel fiume. Erano sicuri che in questo modo, i piccoli, che avevano anche un solo mese di vita, avrebbero avuto la possibilità di sopravvivere. Pensavano che se li avessero lasciati per terra, gli animali li avrebbero mangiati. Non tutti sono riusciti a scappare dal villaggio, molti sono rimasti lì, soprattutto i vecchi, e sono stati uccisi».

Andranik ricorda: «Avevo due fratelli ma sono stato l’unico a sopravvivere al genocidio insieme ai miei genitori». Quando gli chiedo se ricorda qualcosa più dei suoi fratelli, l’anziano uomo non risponde. Forse non vuole ricordare. Forse, semplicemente, non può farlo. Quello che certamente sa è che «molti armeni in quell’occasione hanno fatto finta di essere curdi». «I miei genitori si sono travestiti con i baffi lunghi, mi hanno preso in braccio e sono scappati dalla loro casa. Quando ci hanno fermato a un posto di blocco dell’esercito mio padre ha risposto che eravamo di nazionalità curda. Per questa ragione siamo rimasti sempre in silenzio lungo la strada, per non rivelare la nostra vera identità ai turchi. Insieme a noi c’erano altre famiglie armene, della nostra ci siamo salvati solo noi. Gli altri – i nonni, gli zii e le zie – sono stati uccisi. Si sono salvati solo quelli che erano vicini al confine e sono riusciti a scappare prima di essere catturati. Quelli che erano più lontani sono stati sterminati».

Con Andranik Matevosyan nella sua casa di Erevan

Sul genocidio non può raccontare altro. Non ricorda nulla di quella marcia che li ha condotti alla città di Batumi, tranne il fatto che «vivevamo nelle caserme e che c’erano delle navi inglesi in mare che portavano in salvo i sopravvissuti e gli armeni dovevano pagare se volevano imbarcarsi. Chi non aveva soldi, non poteva scappare». Soltanto molti anni dopo Andranik ha potuto vedere le immagini di quanto era capitato ai sui connazionali: «Sono stato molto male alla vista di quelle fotografie atroci, ho sofferto. Come hanno potuto fare una cosa simile? Comunque non posso dire che sono cattivi tutti i turchi, perché molti di quelli che hanno avuto la possibilità di salvarsi lo hanno fatto anche grazie a quei turchi che hanno informato gli armeni di quanto stava accadendo». Ma i turchi, come ammette il patriarca della famiglia Matevosyan, sono diversi dalla nazione turca, sulla quale ancora oggi pende la responsabilità di quel crimine contro l’umanità: «È difficile ammettere di aver commesso quel genocidio. I turchi accusano i curdi. I curdi, a loro volta, accusano i turchi. Nessuno si vuole prendere le colpe di quanto è accaduto a noi armeni. Certamente chi si è sporcato le mani di sangue oggi non c’è più. Le nuove generazioni che cosa possono fare? La colpa non è dei turchi ma basterebbe che lo Stato riconoscesse una volta per tutte il genocidio».

Dopo qualche anno trascorso in Georgia, nel 1928 la famiglia Matevosyan si è trasferita in Russia, stabilendosi nella città di Maykop: «È qui che ho conosciuto e sposato una ragazza di nome Siranush. Lei è la madre dei mei figli. Molti armeni, quelli ricchi, sono stati trasferiti in Siberia. Ma noi non avevamo niente e quindi le autorità ci hanno consentito di rimanere in Russia. Diversi anni dopo, nel 1937, poco prima che scoppiasse la Seconda guerra mondiale, siamo tornati in Armenia. Prima abbiamo vissuto a Echmiadzin, poi nella città di Goris, nel sud del Paese. Negli anni Sessanta ci siamo trasferiti a Yerevan». Dalla moglie ha avuto ben sette figli e oggi la sua famiglia è una tribù composta da oltre settanta persone. Conosciuto in ogni angolo di Sari Tagh, Andranik è amato e rispettato da tutti. A partire dalle nipotine che, proprio come a casa di Silvard, giocano e saltellano da una parte all’altra della casa. Andranik non ha ricevuto alcuna istruzione e per tutta la vita, prima in Russia e poi in Armenia, ha lavorato come operaio nel settore delle costruzioni stradali: «Un lavoro faticoso, mi piaceva»

Il più grande desiderio di Andranik è ritornare a Kars, il luogo che la sua famiglia è stata costretta ad abbandonare. Ricorda molto bene i suoi genitori e con un moto di rabbia dice: «Io voglio ritornare dove sono nato, dove ci sono le nostre case e le nostre terre. Ma dove possiamo andare? Come possiamo andare?». È una domanda che non ha risposta per quest’uomo che non smette di dire: «La Turchia deve riconoscere il genocidio. Lo deve riconoscere». Lo ripete, come a sottolineare un desiderio che vorrebbe diventasse un imperio. «Per me ritornare a Kars a questa età è qualcosa di simile a un sogno. So bene che questo desiderio difficilmente si realizzerà». Analogamente a Silvard, anche lui vive nella speranza. Una caratteristica di tutti gli armeni: «Speriamo che qualcosa di bello possa accadere prima o poi. Io, a ogni modo, non mi fido più dello Stato turco. Noi da quelle parti abbiamo le nostre case, le nostre terre, siamo stati costretti ad abbandonare tutto e i turchi devono ricompensare quello che ci hanno preso con la forza. Sono cent’anni che usano le nostre abitazioni e le proprietà degli armeni».

Andranik, che vorrebbe maggiore aiuto dallo Stato, è comunque contento che in tutto il mondo sia cresciuta la consapevolezza di che cosa sia stato il genocidio del 1915: «Fino a qualche tempo in pochi sapevano che cosa fosse accaduto realmente al nostro popolo. C’erano persone che non sapevano neppure dell’esistenza dell’Armenia o del Nagorno Karabakh. Adesso, per fortuna, se ne parla. Per noi è molto importante. Bisogna continuare a parlarne e i giornalisti fanno un lavoro molto importante per far conoscere la nostra storia». Ancora una volta, l’ennesima, ripete: «I turchi devono riconoscere il genocidio, ditelo per favore che lo devono riconoscere. Ci devono ricompensare. Ma tanto non lo faranno mai». Lo ripete senza sosta, fino a quando non lascio la sua casa in un quartiere popolare di Erevan.

Tratto da Il genocidio armeno: 100 anni di silenzio – Lo straordinario racconto degli ultimi sopravvissutidi Alessandro Aramu, Gian Micalessin e Anna Mazzone (Arkadia Editore)

Foto di Romolo Eucalitto.

Condividi
Alessandro Aramu

I commenti sono chiusi