Alessandro Aramu

Giornalista

La Siria riparte dal pluralismo religioso (e dai cristiani)

La Siria riparte dal pluralismo religioso (e dai cristiani)

La propaganda anti Assad in chiave religiosa è un elemento costante di come i media hanno raccontato la guerra in Siria dal sorgere del conflitto nel 2011. Nelle maglie della disinformazione, loro malgrado, sono finiti i cristiani: perseguitati dai gruppi jihadisti supportati dall’Occidente e dalle Monarchie del golfo, hanno fatto fatica a far sentire la loro voce quando una schiera di inviati spregiudicati hanno raccontato soltanto un’unica versione, compresa quella falsa che a volere la loro scomparsa dalla Siria, come quella di altre minoranze, fosse proprio il governo di Damasco.

Autorevoli giornalisti hanno condotto importanti reportage per demolire questa narrazione fatta propria, in parte, anche da Papa Francesco che, evidentemente, non ha ascoltato le grida di dolore che le comunità cristiane siriane hanno lanciato al mondo mentre i terroristi commettevano nei loro confronti le peggiori atrocità. Una responsabilità, quella del Vaticano, che non può essere sottaciuta perché confonde il piano dei perseguitati con quello dei loro persecutori, ignorando che c’è sempre stato qualcuno che ha lottato per assicurare la presenza cristiana in Siria.

Alla vasta letteratura sul tema (si pensi ai libri in lingua italiana del reporter di guerra Gian Micalessin, Fratelli traditi, e del giornalista Fulvio Scaglione, Siria – I cristiani nella guerra), si aggiunge anche il libro “Voci dalla Siria” di Mark Taliano, ricercatore del Center for Research on Globalization (CRG) e autore di Global Research Publishers, 2017.  L’autore unisce anni di ricerca con osservazioni sul campo e nel suo volume presenta ai lettori un’analisi informata e ben documentata tanto da essere considerata oggi il principale e più autorevole documento sui media in Siria. Il libro sostiene una tesi non molto amata dal giornalismo occidentali, ovvero che nel paese il pluralismo religioso stia risorgendo, a volte letteralmente dalle ceneri.

Si parla tanto dei profughi ma non si racconta mai del loro ritorno in patria, in un paese che l’esercito di Damasco con il sostegno della Russia e dei suoi storici alleati regionali (Iran ed Hezbollah) ha liberato dai terroristi la cui barbarie è ben impressa nella mente di milioni di siriani. In decine di migliaia hanno rifatto la strada di ritorno dai campi in Libano, Turchia, Giordania e Iraq. Altri stanno pensando di ritornare persino dall’Europa. Certo, non tutti i cristiani fuggiti dalla Siria nel corso della guerra non tornano nel paese ma questo non perché c’è Assad ma solo perché si preferisce, dopo una fuga drammatica da un luogo di guerra, provare a costruire una nuova vita in luoghi che danno maggiore sicurezza. Del resto, il numero dei cristiani in Siria oggi è dimezzato mentre quello nell’Iraq liberato è ridotto a meno di un quinto e la comunità prossima all’estinzione. Sono numeri che smontano la tesi dei nemici di Assad in funzione anti cristiana.

Certo, la ricostruzione è lenta e faticosa, il paese, smembrato e ridotto in molte delle sue parti in un cumulo di macerie, soffre, per via delle sanzioni, la fame e il deficit di cure mediche, ma la popolazione ha ripreso a vivere sotto un cielo che non è più quello cupo dello Stato Islamico e delle bande jihadiste. Mark Taliano prende l’antica città di Maaloula come esempio della rinascita, soprattutto per i cristiani. Luogo sacro per eccellenza, dove si parla ancora l’aramaico, la lingua di Cristo, dopo la distruzione dei santuari, delle chiese e persino delle moschee da parte dei terroristi di al Qaeda, oggi è un esempio di pluralismo religioso tipico della migliore tradizione orientale.

La Siria è ritornata a essere la terra dei profeti, del dialogo religioso, dei riti sacri e di quelle antiche testimonianze che hanno posto questo luogo al centro della cristianità nel mondo. Che piaccia o meno, il merito è in gran parte del Presidente Assad al quale si possono certamente attribuire molte colpe ma non certo quella di aver lottato per mantenere la Siria integra, sovrana, laica e plurale, un’architettura poco gradita all’Arabia Saudita e alla sua ideologia wahabita, ma soprattutto libera dal giogo del terrorismo islamico e dalla violenza jihadista.

Ancora oggi circolano delle vere e proprie fake news, sulle quali si nutre l’opinione pubblica, circa i crimini commessi dal governo siriano. Parlando dei cristiani salta all’occhio quella messa in circolazione dal Syrian Network for Human Rights, una finta organizzazione umanitaria pagata dall’emiro del Qatar, che di terrorismo se ne intende visto che in Siria ha foraggiato a suon di petroldollari i gruppi armati autori di massacri su vasta scala. Lo stesso Emiro, attraverso la sua emittente, Al Jazeera, si è macchiato delle peggiori nefandezze nel campo dell’informazione mondiale, con falsi scoop propinati allo solo scopo di far ricadere su Damasco e Mosca colpe che invece sono attribuibili interamente sui cosiddetti ribelli.

Secondo tale organismo, il presidente siriano dal 2011 a oggi avrebbe attaccato volutamente 124 chiese nel paese. L’intento è quello di screditare quanto riportato dalle stesse comunità cristiane, dalle autorità ecclesiastiche del paese e dai giornalisti che hanno raccolto testimonianze in pieno contrasto con quanto affermato da un gruppo mediatico che non può essere considerato né indipendente né libero. Del resto, lo fanno anche alcuni giornalisti e opinionisti che in Siria non ci sono mai andati ma pensano di detenere la verità in tasca. Intanto, sotto le bombe dei quartieri occupati dai terroristi ci stavano loro, i preti, le suore, i chierici e quei fedeli che non hanno mai smesso di aiutarsi a vicenda e di aiutare il prossimo, senza pensare che quel prossimo fosse cristiano, ebreo o musulmano. E in quegli anni lunghissimi, tutti loro, da Aleppo alle periferie di Damasco, avevano la consapevolezza che il male aveva il volto dei jihadisti e non quello di Assad.

Condividi
Alessandro Aramu

I commenti sono chiusi