Alessandro Aramu

Giornalista

Tutti gli articoli di Alessandro Aramu

Chi soffia sulla crisi in Libano?

La crisi c’è ed è profonda. Una crisi sociale, economica e politica. Quest’ultima è nota anche perché il sistema confessionale nato per dare stabilità al paese con il trascorrere del tempo mostra tutti i suoi limiti. Certamente, come è già accaduto altre volte in Medio Oriente, ci sono fattori e soprattutto attori esterni che vogliono destabilizzare il paese. Tra questi ci sono prima di tutto gli Stati Uniti.

Ne sarebbe convinto persino l’ambasciatore russo a Beirut che in alcuni colloqui riservati avrebbe manifestato questa opinione, quasi una certezza. Manco a dirlo Washington vuole sfruttare il caos e le proteste popolari contro Hezbollah, allo scopo di indebolire il movimento sciita salvando il vero responsabile di questa crisi, il premier dimissionato Saʿd Ḥarīrī, un fantoccio dell’Arabia Saudita. Ad alimentare le proteste anti Hezbollah ci sarebbero anche alcune monarchie del Golfo e l’immancabile Israele che con il partito di Dio ha da sempre un conto aperto.

Hezbollah, dal canto suo, ha sempre dichiarato di stare dalla parte del popolo e di sostenere le proteste e ha evidenziato che la crisi monetaria in Libano venga sfruttata a scopi esclusivamente politici. Una carta utilizzata dalla finanza mondiale per colpire essenzialmente il movimento guidato da Nasrallah. Il Libano, in verità, è nella morsa della corruzione e la Banca Centrale sembra incapace di affrontare il caos del valore della valuta.

Non è un caso che negli ultimi due mesi il prezzo dei generi alimentari sia aumentato in modo preoccupante andando a colpire proprio le fasce più deboli della popolazione. Allo stesso modo, il tasso di cambio della sterlina libanese rispetto al dollaro USA è diminuito. Una situazione non più sostenibile che, secondo Hezbollah, è colpa di certi poteri libanesi in combutta con gli Stati Uniti.

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L’attacco chimico in Siria nel 2018 fu una messinscena. Wikileaks svela la bufala anti Assad

L’attacco chimico a Douma nel 2018 fu una messinscena. Sono stato tra i primi giornalisti a denunciare questa schifezza orchestrata allo scopo di bombardare la Siria e colpire Assad ma oggi le cose sono ancora più chiare. L’ho fatto anche prima del 2018, nei libri e in numerose interviste (https://youtu.be/Z7eyu_1J7ac).  In principio furono gli esperti russi a denunciare la messinscena dei cosiddetti ribelli filo turchi: un’indagine indipendente condotta sul posto rivelò che gli stessi abitanti del distretto siriano di Douma e diversi rappresentanti dell’organizzazione dei Caschi Bianchi rivelarono che non ci fu nessun attacco chimico in quella occasione.

Poi, nel febbraio del 2019, fu addirittura il produttore della BBC Syria, Riam Dalati, a svelare che il video dei momenti successivi all’attacco chimico a Douma era una messa in scena e che in ospedale non ci fu nessuna vittima. Secondo Dalati non venne usato il sarin, come dichiarato da falsi testimoni, tutti filo ribelli e dai medici. Forse si trattò di cloro ma certamente non fu Assad a usare quelle armi.

Lo scorso primo marzo, l’Opac diffuse  il rapporto tecnico su Duma, evidenziando l’esistenza di “ragionevoli prove che un attacco con un’arma chimica avvenuto il 7 aprile 2018” e che la sostanza tossica usata fosse con ogni probabilità il cloro. L’Opac a dire il vero non attribuì le responsabilità degli attacchi chimici, tuttavia la comunità internazionale puntò senza alcuna prova il dito contro il presidente siriano Bashar al Assad. 

Oggi sappiamo, grazie a Wikileaks, dell’esistenza di testimonianze e fonti dell’Organizzazione per il divieto delle armi chimiche (Opac) che mettono in dubbio l’integrità della stessa organizzazione in relazione all’uso di armi chimiche nell’attacco di Douma, in Siria, il 7 aprile 2018. Wikileaks ha pubblicato anche una valutazione ingegneristica del presunto uso di armi chimiche nello stesso attacco.  Insomma, una gola profonda mette a nudo la scorrettezza del rapporto di un’organizzazione chiamata a svolgere indagini indipendenti allo scopo di ricercare la verità dei fatti. Ma qui, è chiaro, la verità è sempre a senso unico, ovvero contro il Governo di Damasco. L’imbroglio, noto per chi si occupa di vicende siriane da tempo, è svelato. Con buona pace dei media filo ribelli che oggi si trovano a fare i conti con un’amara realtà. 

Le prove raccolte dimostrano, con tutta evidenza, un comportamento irregolare nelle indagini dell’Opac sul presunto attacco chimico a Douma. Perfino i rapporti ufficiali sulle indagini sono incoerenti. Oggi il quadro è più chiaro, anche se molto inquietante. Nel rispetto degli obiettivi originali dell’Opac, prosegue Wikileas, l’organizzazione è chiamata a ristabilire la sua credibilità e legittimità consentendo a “tutti gli ispettori che hanno preso parte alle indagini su Douma a farsi avanti e a riferire le loro diverse osservazioni in un apposito forum degli Stati che hanno aderito alla Convenzione sulle armi chimiche”.

Oggi anche il quotidiano La Repubblica si è accorto di questa notizia e in un interessante articolo di Stefania Maurizia parla della gola profonda che sta mettendo in difficoltà l’OPAC e la sua credibilità a livello internazionale.

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Siria, l’accordo con Erdoğan sancisce una nuova vittoria della Russia di Putin

 

L’accordo tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan sulla Siria mette nero su bianco quanto si sapeva da tempo: l’azione militare turca per cacciare i curdi nella cosiddetta fascia di sicurezza, profonda 32 chilometri da Trl Abyad a Ras al Ayn, non è stato un atto di imperio di Ankara ma è stato concordato nei minimi dettagli da tempo sia con Washington che con Mosca. Ne ho parlato in questa occasione: https://youtu.be/8IT5-mJEQEw.

Assad trae un beneficio relativo da questo accordo ma, al di là dell’impegno di Russia e Turchia di assicurare l’unità politica e territoriale della Siria, vi è una reale violazione della sovranità e dell’integrità del paese perché quella fascia non sarà mai più sotto il controllo di Damasco.

Le milizie curde dello YPG saranno disarmate, dovranno arretrare oltre la fascia di sicurezza che verrà pattugliata congiuntamente da Turchia e Russia, all’interno di una fascia di 10 km di profondità dal confine, a est e ovest dell’area in cui è stata condotta l’operazione turca nel nord della Siria, esclusa Qamishli, principale centro curdo nell’area.

Mosca, inoltre, manifesta la determinazione a combattere il terrorismo separatista (oltre quello di matrice jihadista): il riferimento è certamente ai curdi.  Nella cosiddetta fascia di sicurezza dovrà rientrare, su base volontaria, una parte dei circa 3,5 milioni di profughi siriani che oggi si trovano in Turchia e sono mal tollerati dalla popolazione.  La Siria, dal suo canto, può rivendicare la validità dell’Accordo di Adana firmato con la Turchia nel 1998.

Nulla si dice di Idlib, la provincia siriana del nord in mano ai ribelli filo turchi, in gran parte controllata da miliziani jihadisti e che rappresenta il vero obiettivo di Assad (e di Putin) per una ricomposizione territoriale che oggi è meno frantumata di ieri. Erdoğan, a questo punto, potrebbe restituire il favore alla Russia e concedere una liberazione di questa parte della Siria dove si concentra il maggior sforzo bellico e militare di Damasco e dei suoi alleati.

 

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Libano, se anche Hezbollah finisce nel mirino della protesta popolare

In Libano la protesta popolare non risparmia nessun partito politico, anche chi, come Hezbollah, non è accusato di corruzione. Nel sud del paese, roccaforte del Partito di Dio, per la prima volta si sono viste proteste contro il movimento sciita e persino contro il leader Nasrallah. Il forte ridimensionamento dei finanziamenti provenienti dall’Iran, a causa delle sanzioni Usa e dell’impegno militare in Siria, ha fatto sì che il partito sciita non sia più in grado di garantire, come un tempo, l’assistenza sociale e i servizi alla sua base. Sull’argomento consiglio la lettura di un interessantissimo articolo di Michele Giorgio su Il Manifesto.

Il principale obiettivo delle proteste di piazza è il capo del governo, Saad Hariri, sunnita e filo saudita che non gode più del sostegno del suo elettorato. Per uscire dall’angolo, il premier ha annunciato un taglio agli stipendi di ministri, parlamentari e del presidente della Repubblica pari al 50 per cento: misura che si applica anche a chi è ormai in pensione. Misure che, anche se approvate, potrebbero non placare l’ira di una popolazione oramai allo stremo.

Il Libano è sull’orlo del baratro, la corruzione dilagante, la crisi economica e l’aumento dei poveri (nel 2011 erano il 6%, ora sono il 39%) non può più essere sostenuta con politiche che prevedano nuove tasse (le manifestazioni sono iniziate dopo l’annuncio di una tassa, successivamente ritirata, sulle chiamate via Internet). Da sempre una polveriera, ancora di più oggi per l’insostenibile peso di circa un milione e mezzo di profughi siriani, che si aggiungono alla presenza storica dei palestinesi, il Paese dei Cedri è davvero a un bivio.

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L’intervista del 2012 con i terroristi detenuti in Siria mai trasmessa in Occidente

Il 6 settembre del 2012, il Centro Italo Arabo e del Mediterraneo ha avuto la possibilità di intervistare in una località sconosciuta della Siria, in un carcere di massima sicurezza, dei detenuti, la maggior parte stranieri e prevalentemente mercenari, originari per lopiù dello Yemen, dell’Afghanistan e dell’Algeria. Prima solo il reporter britannico Robert Fisk aveva avuto la possibilità di intervistarli senza però avere la possibilità di riprenderli come invece è stato consentito alla nostra organizzazione.  L’intervista, che qui ripropongo, è contenuta nel volume “Siria – Quello che i Media non dicono” di cui sono autore insieme a Raimondo Schiavone, Talal Khrais e Antonio Picasso (Arkadia Editore).

***

Sono schierati davanti a noi, sembrano uomini di mezza età. Quello che sembra essere il più giovane ha i capelli e gli occhi chiari. Alcuni di loro hanno la barba incolta e quell’aspetto dimesso e trasandato di persone dal vissuto difficile. Oltre a me e agli altri membri della delegazione di Assadakah vi sono due traduttori siriani, la deputata Maria Saadeh con il suo staff e alcuni reporter della tv siriana. Sistemo con attenzione la telecamera, la sensazione è quella di stare vivendo un momento storico. Non ho preparato una vera e propria intervista, so quello che voglio chiedere, ma non ho una scaletta predefinita. È accaduto tutto così in fretta e quest’incontro è stato talmente inaspettato che non ho avuto modo di prepararmi come avrei voluto. Non importa, sono uomini dopo tutto, non sarà difficile e le domande verranno da sé.

Chiedo da dove vengano, la provenienza mi sembra un primo dato importante da accertare; infatti mi domando subito se quelli che ho davanti siano siriani oppure no.

Mi rispondono in rapida successione: il più giovane è siriano, viene dalla periferia di Damasco; anche il secondo è siriano e proviene da una città nel nord della Siria, Deir el-Zour. Con sorpresa scopro che il terzo prigioniero è un algerino di nazionalità francese; accanto a lui siede un siriano, sempre della periferia di Damasco. Il turco che gli siede vicino, mi spiegano, non parla siriano né arabo, tradurrà per lui un uomo di media statura, prigioniero anche lui, proveniente da Aleppo.

Chiedo loro se hanno studiato, che tipo di formazione hanno. Il ragazzo con i capelli castani dice di essere un imam e di aver studiato teologia. Dice che suo fratello era nell’Esercito Siriano Libero e che è stato ferito durante uno scontro; racconta di essere stato intercettato e catturato mentre gli portava dei farmaci e dopo essere stato preso ha confessato la sua militanza tra i ribelli. Era il 7 aprile e si trovava alla periferia di Damasco.

La voce è roca e il tono monocorde, quasi dimesso.

Dice di essere stato emiro generale di Jabhat al-Nusra un braccio di Al-Qaida.

Mi sembra che abbia voglia di raccontare la sua storia. Così comincia un botta e risposta molto fitto.

Quali erano i vostri obiettivi in Siria?

Presso il comando della mia zona, dicevano che noi non avevamo l’obiettivo di far cadere il regime, ma l’obiettivo di instaurare il califfato. I piani prevedevano la creazione dell’Emirato di Damasco, per poi creare il grande califfato che si estendesse non solo nel mondo arabo, ma in tutto il mondo musulmano. Il capo della nostra organizzazione ripeteva spesso che la nostra missione non era solo quella di creare il califfato nel mondo arabo, ma arrivare fino alla Spagna; il comandante diceva: “Arriveremo fino a Roma e prenderemo Roma di nuovo”.

Avete un mandante, avete qualcuno che vi sovvenziona?

L’organizzazione madre si trova in Iraq, tante armi e tanti soldi, tanto denaro.

Cosa fate del denaro a disposizione, come lo utilizzate?

I soldi ci servono per comprare l’esplosivo. Qui, in Siria, c’è un ufficio organizzativo, a cui è demandata la gestione economica e che ha il compito di pagare gli aderenti.

Quindi voi siete tutti salariati, stipendiati?

Chi ha un lavoro non è stipendiato, chi non ha un lavoro fisso viene aiutato. C’è un responsabile economico a cui è demandato il compito di fornire il danaro.

Oltre al vostro obiettivo di creare il califfato, avete degli obiettivi di carattere religioso? Come vi orientate dal punto di vista religioso? Chi sono i vostri nemici e i vostri amici?

Non esistono amici al di fuori dell’organizzazione, chi non crede nella nostra religione, chi non è fedele al libro sacro è un infedele, e come tale destinato alla morte. È legale ucciderlo. Come ai tempi dei califfati, durante i quali chi non era musulmano doveva pagare il dazio e per chi non pagava c’era la spada e la morte.

In nome di quale Dio?

Non capisco. Per me è il Dio normale.

Un Dio che dice e ordina di uccidere?

I membri dell’organizzazione seguono un certo tipo di fatwa. Nella nostra organizzazione c’è un consiglio religioso, all’interno del quale ci sono dei responsabili chiamati a emettere fatwa. Il punto di riferimento dal punto di vista della dottrina, e colui che emana le fatwa più importanti, è un pensatore che si chiama Bethemia.

Dio vi autorizza ad uccidere?

La fatwa è un permesso legale per uccidere.

Lei la pensa così anche oggi?

Adesso, attualmente no.

Perché?

Quando sono entrato a far parte dell’organizzazione, ho incontrato l’emiro di Al-quta alla periferia di Damasco. L’emiro mi ha mostrato il piano di esplosione del centro di Al Midan nel cuore di Damasco. Le immagini dell’esplosione mi hanno fatto provare una grande pena, ma il capo era esaltato, provava una vera e propria eccitazione. Il responsabile della sharia aveva precisato che l’organizzazione non uccideva i civili, mentre il responsabile della zona occidentale di Al-quta aveva sostenuto che durante l’esplosione di una bomba vi possono essere dei danni collaterali. E questo non era un problema. Così ho iniziato ad avere dei dubbi.

Quando gli domando come viene trattato, risponde che è trattato molto bene, gli vengono somministrati i farmaci di cui ha bisogno poiché ha subito un intervento al cuore. Incalzo e chiedo se qualcuno gli ha mai fatto fare una fatwa per uccidere altri. Mi dice di non aver mai fatto una fatwa simile, ma gli è stato chiesto di uccidere un autista cristiano che si rifiutava di pagare il dazio e per questo era considerato un infedele. Chi non ammette la sharia e non paga il dazio deve essere eliminato.

Racconta poi di essere stato condotto, tempo prima, a Chamku, dove ha visto uccidere un rappresentante del governo. Chiedo ancora se spera di tornare a casa. Risponde con un “certamente” e china la testa, volgendo lo sguardo verso il pavimento.

Passiamo poi a un altro dei prigionieri. Si chiama Mohamed Amin Ali al-Abdullah, ha 26 anni e ha studiato medicina per quattro anni; era il medico dell’organizzazione.

Dove è stato arrestato?

Era il 10 maggio, sono stato arrestato nell’ospedale di Al Mussa: era un’imboscata. Ero andato a trovare la madre di uno, l’ordine era stato impartito dal terrorista che aveva provocato la strage di Al Midan del 6 gennaio 2012. Era ricercato dallo Stato, lui faceva parte del clan di Nusra.

Condividevi l’operato dell’autore della strage di Al Midan?

Il terrorista che ha causato la strage Al Midan doveva piazzare ordigni non solo ad Al Midan, ma in molte altre zone, io non sapevo quello che accadeva, ero lì in quanto medico, dovevo prestare soccorso ai membri dell’organizzazione. Quell’uomo [n.d.r. l’autore della strage di Al Midan] mi ha portato dove c’è stato l’attentato di al Kasaz e dove sono state utilizzate 5 tonnellate di esplosivo, era il 14 maggio.

Sei sposato? Hai fratelli?

No.

Chi è il responsabile militare dell’organizzazione?

L’emiro che mi ha coinvolto è un iracheno, il responsabile militare era un siriano di Damasco.

Sai quante persone sono morte durante l’attentato?

Più di 70 persone, e più di 300 feriti con danni alle case e agli edifici.

Come hanno organizzato quell’operazione?

Non sapevo che operazione facessero. Abnur, signore responsabile, mi ha condotto in un magazzino pieno di esplosivo alla periferia di Damasco e mi ha chiesto di aiutarlo. Inizialmente ero lì come medico responsabile. Ho fornito il mio supporto e ho caricato l’esplosivo dentro l’auto.

 Il medico termina il suo racconto e interviene il giovane imam, per precisare che l’emiro della strage di al Kasaz è lo stesso da cui anche lui riceveva gli ordini. Poi riprendiamo con Mohamed.

Che ruolo avevano gli iracheni?

Sono entrato in questo gruppo terroristico tramite un mio amico, collega di università alla fine del mese di dicembre 2011, solo per fornire aiuto sanitario. Secondo il punto di vista del mio amico era un modo per aiutarmi, questi gruppi di jihadisti sono venuti dall’Iraq, per aiutare il popolo siriano contro il regime.

Interviene ancora l’imam e dice che il responsabile della fatwa religiosa era iracheno, un generale o uno dei capi dell’organizzazione, che era stato eletto, come comandante generale in Siria, col nome di Abu Mussab.

Il detenuto sostiene di essere entrato nell’associazione dopo aver subito la pressione costante da parte dei media. Sostiene infatti che da marzo a gennaio vi è stata un’azione persuasiva, che gli è penetrata nel cervello. Interviene allora uno dei giornalisti e precisa: “I palestinesi soffrono, sono sotto l’occupazione, come mai non vi era tra le vostre priorità quella di liberare il territorio palestinese, piuttosto che quello siriano? Se voi credete che i palestinesi siano oppressi e la vittoria di Hezbollah su Israele è avvenuta grazie alla Siria, perché la Siria e non la Palestina?”.

Risponde ancora l’imam. “Secondo il concetto dell’organizzazione, tutti i sistemi del mondo arabo sono infedeli, e tutti gli infedeli sono uguali, a prescindere che si tratti di un ebreo, un dittatore, o un regime, perché non ammettono la legge di Dio. Chi non ammette la legge di Dio è un infedele e quindi bisogna combatterlo. La strada verso Gerusalemme passa tramite Damasco. Il Corano dice, chi non ammette la legge di Dio è un dittatore. Non è così nel versetto del Corano, precisano i traduttori, questa è la loro interpretazione. Per loro il dittatore, non ammette la legge di Dio, allora è un infedele”.

Dopo questa precisazione riprende l’intervista vera e propria.

Vi sentite dei rivoluzionari ? In questo momento dei prigionieri politici? Pensate di essere stati incriminati per motivi politici o siete solo persone che hanno sbagliato?

Ho seguito una strada sbagliata, risponde ancora l’imam con voce flebile, non sono triste per il mio status di prigioniero. L’organizzazione ci mostrava due strade percorribili: o la vittoria o il martirio. Io ho seguito la strada che, ovviamente, portava alla prigione, ho condannato me stesso. Quello che ho visto durante la mia esperienza è stato scioccante, il modo in cui sono stato trattato era molto diverso rispetto a quello che pensavo, a quello che immaginavo. Quando sono arrivato qui mi hanno trattato in modo molto umano, sono migliori di me. Questo è il destino inevitabile per uno che, come me, ha commesso questi sbagli.

 I suoi occhi si riempiono di lacrime.

Poniamo poi un ultimo quesito al giovane medico.

Come mai un dottore che ha giurato di salvare le persone, decide di uccidere?

Non ero la corrente dell’operazione militare, solo dopo ho compreso che l’attentato di al Kasaz era opera dell’organizzazione.

A questo punto io e i miei accompagnatori ci rivolgiamo al turco, maglietta nera e pantaloni grigi, il siriano accanto lui traduce le domande che gli rivolgiamo.

 Hai detto di essere passato dalla Turchia, per te è stato facile passare dalla Turchia in Siria? Come hai attraversato la frontiera?

Sono arrivato alla frontiera senza nessun problema e, come me, anche altre persone armate. Sono arrivato a Damasco chiedendo a una persona, Talivana, Ajil… Mi hanno fatto chiudere gli occhi e mi hanno portato a casa del primo. Ajil è andato in Turchia, chiedendo ad Assad (secondo interlocutore) di avere una strada sicura, per far entrare i jihadisti. Ho visto armi, fucili e bombe a mano. La seconda volta Assad mi aveva dato 5000 dollari. Assad è arrivato ad Aleppo in Turchia e mi ha insegnato le tecniche del contrabbando di armi e uomini. La via d’accesso per le armi non siamo riusciti a prepararla bene, così sono stato arrestato mentre arrivavo a Damasco. Sono stato arrestato ad Aleppo il 12 marzo.

Il prigioniero algerino ha la barba bianca, l’ho notato fin dall’inizio dell’intervista. Ha tenuto sempre lo sguardo basso, rivolto verso il suolo, e le mani giunte, un segno di timore forse, o di chiusura, immagino. La voce è roca.

Il suo nome è Jamel Amer al-Khodoud, sua moglie e i suoi figli vivono a Marsiglia, ha 49 anni, la sua battaglia è iniziata in seguito al tam tam mediatico a opera delle emittenti arabe, in particolare al-Jazeera. Voleva fare qualcosa per opporsi alle sofferenze delle quali, secondo lui, erano vittime i musulmani.

Non si legge rimorso né pentimento nei suoi occhi, sguardo basso teso a evitare l’incontro con gli sguardi di noi estranei. Dichiara di essere trattato bene, non mostra segni di maltrattamento, come del resto gli altri prigionieri. Quando mi avvicino a lui, rivolgendomi in lingua francese, e gli chiedo se ha paura, mi fa cenno di sì. Capisco che quella carcerazione non deve essere facile; gli chiedo se spera di tornare a casa, domanda banale forse, mi risponde ancora di sì e mi fa capire che le condizioni di detenzione non sono delle migliori. Del resto siamo in guerra, le carceri siriane sono colme di detenuti e il luogo in cui ci troviamo è uno spazio militare di massima sicurezza.

È entrato dalla Turchia, dopo un lungo viaggio dalla Francia fino a Istanbul; quindi si è recato in un campo profughi, al confine turco-siriano. Accanto a questi ci sono i campi di addestramento. È stato circa 3 mesi in questo campo, a Yadavi, e qui gli hanno insegnato l’arte della guerra.

 Come è entrato in Turchia?

In modo clandestino, di notte.

Come può uno che vive in Francia, a Marsiglia, decidere di venire a fare una guerra? Cosa l’ha spinta da Marsiglia?

Mentre guardavo i canali di al-Jazeera e al-Arabiya, sentivo la pena e la sofferenza di queste decine di bambini, di donne e piangevo. Ho deciso da solo, ho preso l’aereo e sono andato in Turchia.

Cosa faceva a Marsiglia?

Il freelance, lavoravo a volte come autista negli alberghi, vendevo nei mercati.

Adesso cosa pensa? Pensa di aver fatto uno sbaglio? Sarebbe stato meglio rimanere a Marsiglia?

Sì, penso sarebbe stato meglio rimanere a Marsiglia. Ma sentivo che venire in Siria era per me un dovere, una jihad. Combattere in nome di Dio.

Lei sa sparare?

Ho fatto il servizio militare in Francia, Reggimento dei trasporti.

In questi 3 mesi che tipo di addestramento le è stato impartito?

Ho fatto 15 giorni di addestramento con i fucili in dotazione, presso i siriani sotto il comando di Abu Akmall. L’ho conosciuto nel campo profughi siriano in Turchia.

Quanti anni ha?

49 anni.

Come mai il governo turco consentiva gli addestramenti?

I turchi non sapevano, lo facevamo di nascosto. Non si può uscire dai campi profughi. Non so come Akmall riuscisse a uscire dal campo.

Lei ha famiglia e figli?

Una moglie e 6 figli.

Ha preferito lasciare moglie e figli in Francia per andare a fare una guerra?

Per me, i figli siriani sono come miei figli.

Il governo francese non ha chiamato per lei?

Il governo francese non ha fatto nulla.

L’ambasciata è stata avvisata?

È stata avvisata, però non è intervenuta.

Ha parlato con sua moglie al telefono?

I responsabili del carcere me lo hanno permesso, ma a volte la linea cade.

Sua moglie che cosa le ha detto? Se vuole dirmelo, è una domanda personale.

Ho parlato con il mio figlio maggiore, ho mandato un sms, la linea è caduta e non ho potuto parlare con mia moglie.

Ha avvisato e non ha detto nient’altro…

Siccome non sono riuscito a comunicare con la famiglia in Francia, non so se sappiano qualcosa oppure no.

Loro sapevano che stava partendo per la Turchia?

Ho lasciato la famiglia senza dire il perché, ho deciso e sono partito.

Chi nella sua famiglia condivide con lei questo pensiero?

Ho figli piccoli, il più grande ha 11 anni, non ha queste idee. Io ho maturato queste idee solo attraverso la Tv. Non facevo parte di alcuna organizzazione, l’informazione è pericolosa.

In Francia frequentava estremisti?

In passato andavo in una moschea di salafiti, solo per fare proselitismo, invitavo la gente alla preghiera. Non parlavo mai di Al jihad.

Ci rivolgiamo nuovamente al prigioniero turco.

Ci vuole parlare della sua relazione con i talebani e la loro relazione con la Siria?

Ho conosciuto un uomo in Turchia di nome Yussef, ho assistito a una lezione di religione in Afghanistan. Le scuole religiose in Afghanistan formano ed educano i soldati, che poi tornano in Turchia e vengono mandati in tutto il mondo.

 Galibo è siriano, è stato beccato a Damasco. Faceva parte dell’esercito libero, era un muftì, la più alta autorità religiosa in quell’area, come il papa.

 Quindi era lei che emanava le fatwa?

Noi emanavamo delle fatwa. Noi decidevamo chi doveva morire.

Quindi, lei decideva della vita e della morte delle persone?

Purtroppo sì, questo era anche il mio compito, emettere fatwa nei confronti degli infedeli e di chi non pagava il dazio.

Oggi ritiene che fosse giusto quello che faceva?

Oggi no, penso sia sbagliato.

Il carattere evasivo della risposta palesa la scarsa convinzione di chi, suo malgrado, è costretto dallo stato di prigionia a dare delle risposte strumentali, che gli consentano di sopravvivere serenamente all’interno della struttura.

Concludiamo chiedendo un’ultima cosa.

Come viene trattato in questo luogo?

Bene! Mi sembra la giusta punizione per ciò che ho fatto.

Anche questa risposta, palesemente non del tutto veritiera, tradisce lo stato d’animo di un detenuto che, comprensibilmente, non dichiara apertamente lo stato di sofferenza proprio della prigionia.

 

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Siria, la testimonianza dal fronte: i terroristi di Idlib fanno il lavoro sporco. E i curdi hanno molte responsabilità

“Nelle aree curde abbiamo visto molte persone ferite e uccise dai pestaggi dei turchi. L’intero confine settentrionale da Jarablus sull’Eufrate a Maliyah è interessato. Ci sono parecchie persone in ospedale. Per quanto riguarda il numero di morti e la loro identità, è ancora presto per saperlo. Cerchiamo di essere vigili su ciò che ascoltiamo. Le famiglie sono fuggite ad Al Hasakeh. Non osano più uscire. I curdi vanno porta a porta arruolando tutti gli uomini per combattere nei ranghi curdi contro i turchi”. È una testimonianza eccezionale quella offerta da Alexandre Goodarzy, in missione nel nord della Siria per SOS Chrétiens d’Orient, al sito Voltaire.net.

Un racconto eccezionale su quanto sta accadendo in queste ore in quella zona del paese: “L’esercito turco, con il sostegno dei jihadisti di Idlib, ha bombardato diverse località della Siria nord-orientale e poi ha lanciato l’operazione di terra”.  Goodarzy parla di una situazione spaventosa e attribuisce non poche colpe anche all’ostinazione curda nel voler assolutamente creare un Kurdistan a spese della sovranità nazionale siriana “Finora, le piccole minoranze cristiane siriache, caldee e assire e persino la maggioranza araba sunnita e curda sono state sottoposte al dispotismo di questo movimento politico, in particolare il PYD e la sua ala armata, l’YPG. Certo, è piuttosto doloroso in questo momento”.

Per quanto riguarda il pericolo jihadista, derivante dal fatto che molti miliziani dello Stato Islamico sono detenuti nei campi e nelle carceri curde in aree sottoposte ai bombardamenti di Ankara, Alexandre Goodarzy evidenzia come l’indebolimento dei curdi renderà impossibile contenere questo gran numero di combattenti dell’ISIS che, insieme alle loro famiglie, potrebbero trovare una via di fuga e costituire una nuova minaccia jihadista.

Alla domanda se l’offensiva turca potrebbe servire a Bashar al-Assad per riprendere il controllo della regione, afferma: “Il governo siriano condanna ovviamente l’offensiva turca contro la violazione della sovranità e dell’integrità territoriale del paese. Tuttavia, è molto interessante per i siriani vedere i turchi fare il lavoro sporco per loro. La questione curda è un problema sia per i turchi che per i siriani. Se domani la Siria attaccasse i curdi, i media si scatenerebbero contro il governo di Damasco. Del resto, basta vedere come hanno trattato questo paese dopo aver combattuto per otto anni contro il terrorismo”.

Infine ricorda come la Turchia attacchi la Siria e i curdi da otto anni: “Controlla i territori a ovest dell’Eufrate e nella sacca di Idlib, dove si trovano i terroristi, ci sono le postazioni dei turchi. Ora che stanno attaccando i curdi, ci svegliamo! È abbastanza problematico. Sarebbe stato necessario condannare i turchi molto tempo prima”.

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La via della Seta: c’è una rotta che porta dritta all’Italia

La Via della Seta rappresenta una grande opportunità per l’Italia. Non toccato dalla rotta terrestre, il nostro paese è direttamente coinvolto in quella marittima: l’autostrada sull’acqua percorre l’Oceano indiano per approdare in uno o più porti italiani prima della movimentazione delle merci via terra.

Il Governo Gentiloni nel 2017 individuò tre porti: Genova, Venezia e, soprattutto, Trieste, il preferito da Pechino. L’autostrada del mare sarebbe la via privilegiata dal nostro paese anche per esportare i nostri prodotti verso l’Asia con condizioni di grande vantaggio, a partire da quello fiscale, per le nostre aziende. Parlare di internazionalizzazione senza considerare questo imponente programma di investimenti è certamente un errore perché tutto il mondo si muove da tempo in quella direzione. L’Italia, al di là del continuo dibattito politico sulla Via della Seta, non può trascurare questa opportunità. Il rischio concreto è perdere un treno che avrebbe come conseguenza quella di indebolire un sistema produttivo composto in gran parte da piccole e medie imprese la cui capacità di affrontare le sfide dei nuovi mercati è tutt’altro che scontata.

Il  memorandum d’intesa siglato da Roma e Pechino ha fornito la cornice giuridica a 29 accordi (dieci intese fra aziende private e 19 istituzionali, fra cui quelli su start up innovative e-commerce) tra aziende italiane e cinesi per almeno circa 8-10 miliardi di euro. Gli accordi commerciali riguardano trasporti, energia, impianti siderurgici, credito e cantieri navali, settori in cui l’Italia vanta una forte esperienza. Le imprese coinvolte, del resto, sono importanti: Cdp, Unicredit e Intesa Sanpaolo (credito), Fincantieri e Rina di Genova (settore navale), Terna, Ansaldo, Snam, Italgas, Enel e Eni (energia), Ferrovie (trasporti e Danieli (siderurgia). La Danieli di Buttrio (Udine) è partner della Cina per la realizzazione (da 1,1 miliardi di euro) di un impianto siderurgico integrato, dalla miniera al laminatoio, in Azerbaigian. Snam ha firmato un’intesa a supporto di iniziative congiunte che riguardano sia l’Italia e la Cina che paesi terzi. Eni ha firmato con Bank of China un accordo “per rafforzare la collaborazione su vari strumenti finanziari”.  Tra gli accordi sottoscritti alcuni riguardano scambi a livello culturale. Alla base delle intese, l’intensificazione della lotta al traffico illecito delle opere d’arte, mostre, gemellaggi tra siti Unesco.

Resta la diffidenza dell’Unione Europea che non ha firmato nessun memorandum perché, ufficialmente spiegano gli addetti ai lavori e i funzionari di Bruxelles, ci sono già delle piattaforme che guidano le relazioni con Pechino: la strategia Ue-Cina e la quella sulla connettività. In verità, il timore dell’Ue è che la Cina possa intessere rapporti con i singoli Paesi che vadano a ledere l’integrità commerciale dell’Unione. Tra gli Stati membri che a settembre del 2019 non hanno siglato il memorandum figurano Francia, Germania e Spagna mentre, secondo alcune fonti, ci sarebbero anche Paesi che hanno rifiutato di siglare il memorandum con la Cina.

La politica nazionale, come spesso accade, si è soffermata prevalentemente sui rischi  di questa operazione e non sulle concrete opportunità che si potrebbero aprire per le nostre imprese. Sia chiaro, i rischi sono reali anche perché il colosso cinese non viene in Italia o in Europa a fare beneficienza. Si parla di affari e di investimenti per miliardi e miliardi di dollari. Non è da escludere, quindi, così come è accaduto in altri paesi, in particolare in Africa, che Pechino punti, tra le varie cose, anche ad accaparrarsi pezzi di infrastrutture italiane o ad assicurarsi una concessione lunga di quelle statali.

Molto dipenderà  da quanto il governo italiano saprà resistere alla tentazione di liberarsi dalla gestione di beni infrastrutturali che sono diventati soltanto un costo o un peso per lo Stato. Come di dice in questi casi, “le nozze si fanno in due” ed è nella piena disponibilità delle nostre istituzioni la stipula di  accordi che siano vantaggiosi per entrambe le parti. È comunque significativo il fatto che tra il 2000 e il 2016, il nostro paese sia stato uno dei maggiori destinatari nell’Unione europea, dopo Regno Unito e Germania, degli investimenti cinesi, in particolare nel triennio 2014-2016.

L’Italia guarda con grande interesse alla possibilità di esportare le proprie merci in un mercato enorme come quello cinese. I due governi, del resto, hanno di un’agenda incentrata su forti priorità dei due sistemi economici. Le tecnologie verdi, l’agroalimentare, l’urbanizzazione sostenibile, i servizi sanitari e l’aerospaziale sono campi su cui Italia e la Cina possono investire con la consapevolezza di una perfetta complementarità tra le capacità tecnologiche e industriali italiane in questi settori e le necessità dello straordinario sviluppo cinese.

Ne è una prova concreta l’istituzione del Business Forum Italia/Cina (inaugurato nel giugno 2014 e rilanciato all’inizio del 2016), una piattaforma di interazione innovativa dal potenziale enorme. Le Comunità d’affari dei due Paesi hanno a disposizione un foro permanente – prima inesistente – che si affianca al dialogo intergovernativo, per facilitare scambio d’informazioni, conoscenze, proposte industriali e investimenti reciproci, ivi compresa partnership strategiche anche su mercati terzi. L’ultima riunione plenaria del Business Forum Italia/Cina si è svolta a Roma il 22 marzo 2019 in occasione della visita del presidente cinese Xi Jinping.

(2. continua)

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Cina, la via della Seta è il futuro del commercio mondiale

La Repubblica Popolare della Cina è la nazione più popolosa del mondo (poco meno di un miliardo e mezzo di persone) e si estende su territorio variegato, dalle catene montuose himalayane, all’altopiano del Tibet, fino ad arrivare alle coste sul Pacifico ad est. L’amministrazione riguarda 33 suddivisioni di livello provinciale, di cui 22 province, 5 regioni autonome, 4 municipalità e 2 regioni amministrative speciali. La sede centrale è a Pechino ed è da qui che vengono emanate leggi e normative in ambito imprenditoriale. Ogni amministrazione provinciale ha comunque una certa autonomia nella gestione dei Piani Quinquennali emanati dal governo di Pechino, che rappresentano il principale strumento di politica economica del Paese.

Nel Programma di Sviluppo Quinquennale che va dal 2016 al 2020 riveste ampia centralità l’obiettivo di assicurare forme di crescita qualitativa. Le Autorità si trovano oggi chiamate a garantire continuità allo sviluppo economico del Paese, estendendone i benefici a tutte le fasce della popolazione. Sul piano delle relazioni bilaterali, punta a incrementare le proprie relazioni economiche e commerciali con i Paesi sia industrializzati, sia emergenti ed è ormai annoverata tra i principali finanziatori di progetti di sviluppo economico all’estero, pur con criteri differenti da quelli OCSE.

Secondo il Fondo monetario internazionale, la Cina è la regione a più rapida crescita e il motore principale dell’economia del pianeta. La cosiddetta “terra di mezzo” da sola rappresenta un terzo del contributo alla crescita economica del mondo. Benché il tasso di crescita non raggiunga più la doppia cifra come nello scorso decennio (il 6,6% nel 2018), la Cina ha il secondo PIL al mondo e da anni sta sperimentando una crescita significativa. L’imponente urbanizzazione e la crescita del potere di acquisto della classe media sono alla base della costante crescita dei consumi interni. Ciò non solo nelle cosiddette città di prima fascia (Pechino, Shanghai e Canton) ma anche in quelle di seconda e terza fascia (20 metropoli, ciascuna con 7-10 milioni di abitanti), oltre a numerose altre aree urbane da 3-5 milioni di abitanti.

Si è discusso a lungo del rischio di una brusca frenata (hard landing) dell’economia cinese, tuttavia vi sono alcune dinamiche che, in una certa misura, forniscono rassicurazioni in questo senso. Nel Paese da alcuni anni è in atto un processo che sta modificando il suo modello di sviluppo, orientandolo maggiormente dall’export ai consumi con un conseguente andamento meno rapido, ma più sostenibile, e con l’obiettivo di entrare a far parte, nel medio termine, tra i paesi ad alto reddito.

Ben si comprende quindi perché la Cina sia considerata oggi il mercato più attrattivo per le imprese italiane, non solo per l’enorme platea di consumatori a cui proporre i nostri prodotti e servizi ma anche per le concrete opportunità di investimento che sono sorte a seguito degli accordi inseriti in quel vasto programma denominato la Via della Seta. Un nome suggestivo, ambizioso, per certi aspetti epico, che va però letto con molta attenzione, non solo per gli importanti risvolti di natura economico/commerciale ma anche politico. I soggetti sono la Cina, da una parte, e l’Europa, dall’altra, con un ruolo di primo piano proprio del nostro paese. È la riproposizione in chiave moderna di quel tragitto che, attraverso i mercati, portavano il pregiato tessuto da quel paese fino al cuore del vecchio continente.  Quel tragitto, grazie a un’intuizione del presidente cinese Xi Jinping, è diventato a partire dal 2013 un vero e proprio progetto industriale, commerciale e di infrastrutture per poter ampliare la forza economica del suo paese in Europa. L’iniziativa è considerata prioritaria dai vertici politici cinesi.

L’obiettivo dichiarato è quello di costituire una rete di connettività e partenariati che, insieme a trattati bilaterali e regionali di libero scambio, faciliti commerci e investimenti.

Il progetto, denominato anche “Belt and Road”, prevede la realizzazione di tratte ferroviarie ad alte velocità, autostrade e creazione o ampliamento di porti dalla Cina all’Europa, attraverso tutta l’Asia. Ne sono coinvolti anche potenze come la Russia e l’India e altri paesi che hanno messo a disposizione ingenti somme di denaro. Sono sei le rotte – quattro terrestri e due marittime – che si snoderanno lungo una serie di basi – ovvero porti, ferrovie e strade – dalle quali far transitare i prodotti cinesi.

Per questo è stata creata la Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture con una cassaforte da 100 miliardi di dollari il 30% dei quali arrivati proprio da Pechino. In tutto sono oltre 150 i paesi che hanno firmato l’intesa e comprendono paesi di Asia centrale, Asia settentrionale, Asia occidentale e i paesi e le regioni lungo l’Oceano Indiano e il Mediterraneo.

Si tratta, come si vede, di un’iniziativa strategica commerciale dalla grandissima importanza che si muove in una triplice direzione perché punta: 1) a promuovere il ruolo della Cina nelle relazioni commerciali globali; 2) a espandere i suoi flussi di investimenti internazionali; 3) a fornire sbocchi commerciali per i suoi prodotti. Come è stato evidenziato da vari osservatori, si tratta di uno strumento di soft power di grande portata. (1. continua)

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La Siria riparte dal pluralismo religioso (e dai cristiani)

La propaganda anti Assad in chiave religiosa è un elemento costante di come i media hanno raccontato la guerra in Siria dal sorgere del conflitto nel 2011. Nelle maglie della disinformazione, loro malgrado, sono finiti i cristiani: perseguitati dai gruppi jihadisti supportati dall’Occidente e dalle Monarchie del golfo, hanno fatto fatica a far sentire la loro voce quando una schiera di inviati spregiudicati hanno raccontato soltanto un’unica versione, compresa quella falsa che a volere la loro scomparsa dalla Siria, come quella di altre minoranze, fosse proprio il governo di Damasco.

Autorevoli giornalisti hanno condotto importanti reportage per demolire questa narrazione fatta propria, in parte, anche da Papa Francesco che, evidentemente, non ha ascoltato le grida di dolore che le comunità cristiane siriane hanno lanciato al mondo mentre i terroristi commettevano nei loro confronti le peggiori atrocità. Una responsabilità, quella del Vaticano, che non può essere sottaciuta perché confonde il piano dei perseguitati con quello dei loro persecutori, ignorando che c’è sempre stato qualcuno che ha lottato per assicurare la presenza cristiana in Siria.

Alla vasta letteratura sul tema (si pensi ai libri in lingua italiana del reporter di guerra Gian Micalessin, Fratelli traditi, e del giornalista Fulvio Scaglione, Siria – I cristiani nella guerra), si aggiunge anche il libro “Voci dalla Siria” di Mark Taliano, ricercatore del Center for Research on Globalization (CRG) e autore di Global Research Publishers, 2017.  L’autore unisce anni di ricerca con osservazioni sul campo e nel suo volume presenta ai lettori un’analisi informata e ben documentata tanto da essere considerata oggi il principale e più autorevole documento sui media in Siria. Il libro sostiene una tesi non molto amata dal giornalismo occidentali, ovvero che nel paese il pluralismo religioso stia risorgendo, a volte letteralmente dalle ceneri.

Si parla tanto dei profughi ma non si racconta mai del loro ritorno in patria, in un paese che l’esercito di Damasco con il sostegno della Russia e dei suoi storici alleati regionali (Iran ed Hezbollah) ha liberato dai terroristi la cui barbarie è ben impressa nella mente di milioni di siriani. In decine di migliaia hanno rifatto la strada di ritorno dai campi in Libano, Turchia, Giordania e Iraq. Altri stanno pensando di ritornare persino dall’Europa. Certo, non tutti i cristiani fuggiti dalla Siria nel corso della guerra non tornano nel paese ma questo non perché c’è Assad ma solo perché si preferisce, dopo una fuga drammatica da un luogo di guerra, provare a costruire una nuova vita in luoghi che danno maggiore sicurezza. Del resto, il numero dei cristiani in Siria oggi è dimezzato mentre quello nell’Iraq liberato è ridotto a meno di un quinto e la comunità prossima all’estinzione. Sono numeri che smontano la tesi dei nemici di Assad in funzione anti cristiana.

Certo, la ricostruzione è lenta e faticosa, il paese, smembrato e ridotto in molte delle sue parti in un cumulo di macerie, soffre, per via delle sanzioni, la fame e il deficit di cure mediche, ma la popolazione ha ripreso a vivere sotto un cielo che non è più quello cupo dello Stato Islamico e delle bande jihadiste. Mark Taliano prende l’antica città di Maaloula come esempio della rinascita, soprattutto per i cristiani. Luogo sacro per eccellenza, dove si parla ancora l’aramaico, la lingua di Cristo, dopo la distruzione dei santuari, delle chiese e persino delle moschee da parte dei terroristi di al Qaeda, oggi è un esempio di pluralismo religioso tipico della migliore tradizione orientale.

La Siria è ritornata a essere la terra dei profeti, del dialogo religioso, dei riti sacri e di quelle antiche testimonianze che hanno posto questo luogo al centro della cristianità nel mondo. Che piaccia o meno, il merito è in gran parte del Presidente Assad al quale si possono certamente attribuire molte colpe ma non certo quella di aver lottato per mantenere la Siria integra, sovrana, laica e plurale, un’architettura poco gradita all’Arabia Saudita e alla sua ideologia wahabita, ma soprattutto libera dal giogo del terrorismo islamico e dalla violenza jihadista.

Ancora oggi circolano delle vere e proprie fake news, sulle quali si nutre l’opinione pubblica, circa i crimini commessi dal governo siriano. Parlando dei cristiani salta all’occhio quella messa in circolazione dal Syrian Network for Human Rights, una finta organizzazione umanitaria pagata dall’emiro del Qatar, che di terrorismo se ne intende visto che in Siria ha foraggiato a suon di petroldollari i gruppi armati autori di massacri su vasta scala. Lo stesso Emiro, attraverso la sua emittente, Al Jazeera, si è macchiato delle peggiori nefandezze nel campo dell’informazione mondiale, con falsi scoop propinati allo solo scopo di far ricadere su Damasco e Mosca colpe che invece sono attribuibili interamente sui cosiddetti ribelli.

Secondo tale organismo, il presidente siriano dal 2011 a oggi avrebbe attaccato volutamente 124 chiese nel paese. L’intento è quello di screditare quanto riportato dalle stesse comunità cristiane, dalle autorità ecclesiastiche del paese e dai giornalisti che hanno raccolto testimonianze in pieno contrasto con quanto affermato da un gruppo mediatico che non può essere considerato né indipendente né libero. Del resto, lo fanno anche alcuni giornalisti e opinionisti che in Siria non ci sono mai andati ma pensano di detenere la verità in tasca. Intanto, sotto le bombe dei quartieri occupati dai terroristi ci stavano loro, i preti, le suore, i chierici e quei fedeli che non hanno mai smesso di aiutarsi a vicenda e di aiutare il prossimo, senza pensare che quel prossimo fosse cristiano, ebreo o musulmano. E in quegli anni lunghissimi, tutti loro, da Aleppo alle periferie di Damasco, avevano la consapevolezza che il male aveva il volto dei jihadisti e non quello di Assad.

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Saremo invasi dai musulmani? Così la propaganda stravolge l’inchiesta di Le Point

I giovani musulmani in Francia abbracciano in numero sempre più crescente il fondamentalismo e l’ortodossia. Questo, in sostanza, quanto emerge da un’inchiesta del giornale Le Point* che sta scuotendo la Francia e preoccupa l’Europa. Manco a dirlo, l’interessante reportage di Jérôme Fourquet, uno dei più acuti analisti politici transalpini, è stato preso a pretesto da una parte del mondo sovranista per lanciare una campagna contro l’Islam tout court e in difesa della civiltà cristiana. Sullo sfondo rimane la tesi, la più pessimistica, secondo la quale entro il 2050, continuando così le cose, i cittadini musulmani costituiranno la maggioranza della popolazione in Europa e il fondamentalismo troverà terreno fertile per sovvertire l’ordine e i principi democratici dell’Occidente. Questa affermazione, come è ovvio, serve a rafforzare le politiche di chiusura delle frontiere e di impedire che nel nostro continente arrivino altri immigrati musulmani.

Prima di analizzare l’inchiesta di Le Point, occorre sottolineare come i più autorevoli studi demografici affermino che se anche i profughi e gli immigrati continuassero a venire in Europa allo stesso ritmo, e con una simile composizione religiosa, da qui al 2050 la popolazione musulmana potrebbe quasi triplicare e arrivare al 14%. Se invece l’immigrazione cessasse completamente la popolazione musulmana potrebbe arrivare al 7,4% entro il 2050. Una delle ragioni di tale crescita è che i musulmani europei sono in media più giovani degli altri europei di 13 anni. Hanno, inoltre, più figli, in media un figlio in più per donna.

Se non venissero ammessi più profughi nei paesi europei, ma l’immigrazione continuasse al ritmo attuale, sulla base dei dati di metà 2016 la popolazione musulmana potrebbe più che raddoppiare arrivando all’11,2 percento. Sono numeri importanti ma che smentiscono la tesi catastrofista dei sovranisti europei e italiani.

Detto questo, tra la maggioranza dei profughi giunti in Europa in questi ultimi anni quella siriana è la componente più numerosa e non rappresenta certo un pericolo perché, abituata a vivere in una struttura statale in cui il pluralismo religioso era ed è tutt’ora, benché il paese sia devastato dalla guerra, un elemento fondante della convivenza civile. La Francia da questo punto di vista è un modello particolare, come del resto il Belgio. Non è un caso che gli attentati terroristici di matrice jihadista che hanno colpito Parigi e Bruxelles siano stati condotti non da immigrati ma da cittadini francesi di origini musulmane, di seconda e terza generazione.

L’inchiesta di Jérôme Fourquet fotografa un quadro noto da tempo e va analizzato con il piglio di chi conosce la società francese e le sue periferie. L’emarginazione delle nuove generazioni di stranieri, non soltanto musulmani, che non riescono a integrarsi nel paese è un fenomeno che ciclicamente si ripropone all’attenzione dell’opinione pubblica. I cosiddetti ‘sans papiers’, gli immigrati illegali francesi, occupano le cronache da più di 20 anni.

Non si possono dimenticare le rivolte del 2005 nelle banlieue, tre settimane di sommosse e di scontri che rappresentano la più importante rivolta in Francia dal maggio del 1968. Parliamo di contesti urbani in cui i padri o i nonni di molti giovani africani di seconda o terza generazione hanno vissuto per decenni in baraccapoli: erano la forza lavoro utilizzate dalle imprese francesi per dare vita a nuove abitazioni nell’ambito di un piano di ricostruzioni che doveva restituire non solo spazi ma anche dignità agli abitanti delle periferie. Soltanto in un secondo momento quei lavoratori, dopo aver vissuto in contesti disumani, riuscirono ad entrare in una casa vera e propria, in quei condomini con affitto moderato che hanno rappresentato uno scatto sociale per tanti “esclusi” dalla società francese. Negli anni Ottanta l’aumento della disoccupazione e la disperazione hanno contribuito a creare fenomeni diffusi di illegalità a cui si sono aggiunti elementi religiosi e politici, come dimostrano gli attentanti del 1998 condotti dall’islamismo militante. Dal 1997, anno in cui si costituì il primo collettivo dei Sans Papier, a oggi la posizione di migliaia di stranieri è stata regolarizzata ma sono ancora tanti quelli (si parla di 100 mila) che ancora aspettano di uscire dal cono d’ombra in cui sono costretti a vivere.

Leggere l’inchiesta di Le Point senza considerare questa premessa rischia di stravolgere il significato di quei numeri che destano preoccupazione perché il rischio non è certo l’assimilazione della cultura occidentale, con profonde radici cristiane, da parte di quella islamica ma il concreto e imminente pericolo di sicurezza che il fondamentalismo delle nuove generazioni di musulmani francesi costituisce per tutta l’Europa. Un fenomeno già visto in altri contesti del Mediterraneo, come ad esempio la Tunisia che, infatti, è il paese dal quale sono partiti più combattenti in Siria dove sono andati a ingrossare le fila di formazioni jihadiste come Daesh o Al Qaeda.

Ecco, più che gridare all’invasione musulmana, c’è da chiedersi che cosa stia facendo concretamente la Francia di Macron per prevenire il rischio di attentati e quali politiche stia portando avanti nelle periferie francesi per evitare che la povertà, il disagio e l’emarginazione di molti giovani rappresentino il terreno fertile per l’affermarsi, su larga scala, dell’estremismo di matrice islamica.

*“La percentuale di persone che partecipa alle preghiere del venerdì in moschea è più che raddoppiata, dal 16 per cento nel 1989 al 38 per cento oggi. È spettacolare. Notiamo un calo della percentuale di persone che dichiara di bere alcolici, dal 35 per cento nel 1989 al 21 per cento oggi. Solo il 41 per cento ritiene che l’Islam debba conformarsi alla laicità, contro il 37 per cento che ritiene che sia al contrario la laicità che deve adattarsi all’Islam. L’82 per cento ritiene che il cibo halal deve essere consumato nelle mense scolastiche e il 68 per cento ritiene che una ragazza dovrebbe essere in grado di indossare il velo a scuola. Tra gli intervistati, il 27 per cento concorda con l’idea che ‘la sharia dovrebbe prevalere sulle leggi della Repubblica’”.

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