Alessandro Aramu

Giornalista

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Elezioni in Tunisia, l’Italia non sia distratta

Le elezioni presidenziali in Tunisia non possono essere guardate con distrazione dall’Italia giacché tra i due paesi, affacciati l’uno davanti all’altro nel Mar Mediterraneo, corrono relazioni economiche, diplomatiche e culturali molto profonde. Anche di recente, il nostro governo ha ribadito l’intenzione di voler diventare il primo partner della Tunisia, rafforzando un legame di profonda amicizia che però non è scevro da problemi. Il riferimento è certamente la questione dei flussi migratori: nel 2018, infatti, i tunisini hanno rappresentato la principale nazionalità di migranti giunti nel nostro paese, con una cifra che si è attestata a poco più di 4000 persone giunte nelle nostre coste.

Una questione spinosa perché l’Italia nel frattempo, grazie a una serie di progetti di cooperazione, è impegnata a formare moltissimo giovani nelle proprie università con lo scopo di creare una futura classe dirigente in grado di creare sviluppo nel paese africano ma anche un ponte con l’Italia, con l’obiettivo di rafforzare sinergie, scambi e persino percorsi di sviluppo congiunto nel bacino mediterraneo.

Qualche dato aiuta a comprendere meglio l’importanza di un paese che rappresenta una piattaforma produttiva naturale per le imprese italiane impegnate a diversificare le proprie attività e penetrare nuovi mercati nel Maghreb, Africa subsahariana e Golfo. L’Italia è  il secondo partner commerciale della Tunisi con interscambio bilaterale nel 2018 attorno ai 5,9 miliardi di euro, e un saldo in attivo. Siamo il secondo cliente e il primo fornitore della Tunisia, con una quota di mercato superiore al 16%.

La nostra presenza economica annovera un migliaio di imprese, che danno lavoro a 63 mila tunisini. Una presenza massiccia, quasi un terzo di tutte le imprese a partecipazione straniera. Le nostre aziende, pur nel contesto non facile degli ultimi anni, hanno mantenuto la loro posizione nel mercato tunisino. L’Italia è molto presente nei settori manifatturiero (soprattutto tessile/abbigliamento), energetico, costruzioni e grandi opere, componentistica automotive, bancario, trasporti, meccanico, elettrico, farmaceutico, turistico e agro-alimentare.

Ecco, guardare a quel paese come un semplice contesto estero, non dissimile dagli altri, è profondamente sbagliato. Le elezioni presidenziali, del resto, sono state un banco di prova importante per capire, o almeno intuire, quale strada intraprenderà la Tunisia del futuro. Il primo turno ha riservato qualche sorpresa e al ballottaggio sono finiti, tra i 26 in corsa, due candidati “fuori sistema”: il docente universitario e costituzionalista Kaïs Saïed e l’imprenditore Nabil Karoui, che proprio durante la campagna elettorale è finito in carcere per reati finanziari. Uno dei grandi sconfitti è il candidato di Ennahda, Abdelfattah Mourou, il partito islamista che in questi anni ha provato ad ammorbidire le sue posizioni conservatrici fino a una revisione, solo parziale a dire il vero, dell’idea di Islam politico, quasi una necessità all’indomani degli attentati terroristici che hanno scosso il paese.

Lo scontro non è più tra islamisti e laici ma tra progressisti e conservatori, tra chi ha una idea moderna dello Stato e chi ancora è radicato in dinamiche che premiamo solo le grande aree urbane, relegando le aree periferiche a condizioni di sotto sviluppo permanente. Il populismo di Karoui, che certamente affascina una parte della popolazione, sembra essere un elemento di destabilizzazione del quadro politico interno. Il dato che preoccupa di più è la bassa affluenza al voto, ben sotto al 50 per cento, segno che dalla rivoluzione dei Gelsomini a oggi a regnare è il disincanto e la sfiducia verso la classe dirigente di un paese che vive di fortissimi contrasti ideologici e di una precarietà democratica dovuta principalmente a fattori economici e di distribuzione di ricchezza che ha acuito le disuguaglianze sociali. L’Unione Europea, e in particolare l’Italia, hanno il difficile compito di sostenere un percorso democratico capace di contrastare povertà e disoccupazione che sono la prima causa dei fenomeni migratori e del terrorismo. È evidente come sia necessario fornire il potenziale per stabilizzare la democrazia tunisina attraverso una economia forte, un impegno che gli alleati della sponda nord del Mediterraneo non possono disattendere. I più sfiduciati sono proprio i giovani che, a una prima analisi, sono quelli che hanno maggiormente disertato le urne. Chi tra gli under 30 ha scelto la strada del voto ha optato per Saïed, mentre gli anziani hanno premiato il controverso Karoui. Ora tutto si sposta a novembre, quando ci sarà il ballottaggio per la poltrona presidenziale. Nel mezzo, a inizio ottobre, le elezioni politiche che disegneranno nuove alleanze e nuove strategie, soprattutto per i partiti usciti malconci dal primo voto presidenziale.

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Politica estera, le sfide per l’Italia

Sono almeno cinque le principali sfide che il nascente governo M5S- Pd, guidato da Giuseppe Conte, deve affrontare in politica estera.  Sfide che dovranno chiarire una volta per tutte gli equivoci che fino a oggi hanno caratterizzato i recenti esecutivi. Il riferimento al precedente con l’ingombrante presenza di Matteo Salvini nella duplice veste di ministero degli Interni e, al contempo, di responsabile degli Esteri (de facto) ha causato molti problemi nei rapporti internazionali dell’Italia, specie nel bacino mediterraneo.

L’attuale maggioranza non offre maggiori garanzie anche se almeno su un punto il partito di Zingaretti e di Di Maio sembrano aver trovato una buona convergenza, almeno di facciata: il rapporto con l’Unione Europea oggi sembra più un terreno di incontro che di scontro tra i due principali azionisti del governo. Il via libera alla nomina della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen,  e a Paolo Gentiloni come nuovo Commissario Europeo per l’Italia hanno sancito una distensione nelle relazioni con Bruxelles, facilitate anche dal nuovo ministro dell’economia che da quelle parte gode di importanti amicizie e di una considerazione che dovrebbe consentire di non essere guardati con la diffidenza degli ultimi mesi.

Del resto, sono i pentastellati ad aver ammorbidito la loro linea, complice anche il nuovo corso del premier Conte che ha abbandonato le posizioni sovraniste del suo primo governo per condurre una linea più trattativista con le istituzioni continentali. L’uscita dall’Euro, che pure aveva alimentato una buona parte del movimento ai tempi in cui i veri leader erano Beppe Grillo e Roberto Casaleggio, oggi è stata del tutto accantonata. La parola d’ordine è riformare l’Europa da dentro e non a colpi di inutili spallate che, come dimostra la storia recente, non portano a nessun risultato.

La seconda sfida, che riguarda solo in parte i rapporti con Bruxelles, concerne la gestione dei flussi migratori. Al di là della disumana propaganda salviniana e del buonismo sciocco di una sinistra che si logora nell’incapacità  di affrontare la questione con senso di responsabilità, il vero nodo è quello dei rapporti con l’Africa. Il terminale libico non è la causa e neppure la soluzione di tutti i problemi. Un paese in guerra non può frenare il flusso migratorio che proviene da un continente che cresce al ritmo di 50 milioni di persone all’anno. Un continente destinato a diventare nel giro di 80 anni il più popoloso del pianeta. Se non si interviene creando sviluppo e ricchezza in questa parte del mondo, rinunciando alle politiche predatorie che ancora oggi impoveriscono intere nazioni, ogni discussione sulle migrazioni dal sud al nord del mondo non hanno alcun significato se non ad alimentare violenza e ignoranza. In questo quadro, l’Italia deve ritornare ad avere un ruolo forte anche in Medio Oriente, un posto che gli spetta di diritto e che purtroppo non esercita da tempo.

La guerra in Siria, l’avanzare del terrorismo di matrice jihadista, i rapporti con la Turchia di Erdogan, la questione israelo-palestinese e la promozione di un dialogo interreligioso che abbandoni la logica dello scontro di civiltà sono temi che devono ritornare al centro dell’agenda politica estera del nostro paese. Nel M5S e nel Pd ci sono sensibilità diverse ma urge un cambio di rotta soprattutto ora che alla Casa Bianca c’è Donald Trump. Gli Stati Uniti in salsa sovranista e isolazionista non possono più essere un modello per il nostro paese, Washington è inaffidabile e come dimostrano le ultime mosse del presidente statunitense anche un pericolo per la sicurezza mondiale. Un uomo che vive nel passato, i cui nemici sono i comunisti di Cuba, della Corea del Nord, della Cina e, tramite procura israeliana, il solito Iran. Nel frattempo, si continua a supportare l’Arabia Saudita, sponsor del terrorismo wahabita su scala mondiale e principale artefice di quella catastrofe umanitaria chiamata Yemen.

L’Italia non può permettersi di vivere ai confini del mondo, chiusa nel suo provincialismo permanente, con la paura di prendere autonome iniziative diplomatiche e libertà di movimento in contesti in cui ha il diritto, oltre che il dovere, di difendere i propri interessi.   In questo senso, Cina e Russia sono due grandi potenze economiche che non possono essere liquidate con la stolta politica delle sanzioni e dei dazi.

Liberarsi da certi pregiudizi (che poi sono quelli che portano la sinistra italiana a considerare tutti gli oppositori di Putin, anche quelli filo nazisti, dei paladini delle libertà e dei diritti civili) vuol dire impegnarsi a non tagliare fuori il nostro paese, una volte per tutte, dalle linee di traffico con l’Oriente, che non è solo via della Seta, e riannodare un filo commerciale con Mosca il cui mercato rappresenta per le aziende italiane una grande opportunità e fonte di ricchezza.

Insomma, il fragile governo “giallo-rosso”, in un mondo che corre a una velocità impressionante, come dimostra la mutevolezza delle alleanze diplomatiche, non può più permettersi di navigare a vista. Serve un briciolo di coraggio, anche perché i nostri storici alleati, si pensi alla Francia di Sarkozy e Macron, negli ultimi decenni hanno dimostrato di muoversi con una buona dose di spregiudicatezza nel contesto geopolitico globale, stringendo rapporti politici e accordi commerciali con importanti partner che non considerano più l’Italia un target strategico dal punto di vista economico.

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Il grido del sopravvissuto: “La Turchia deve riconoscere il genocidio armeno”

Andranik Matevosyan con i suoi 107 anni è uno degli ultimi sopravvissuti del genocidio armeno. Ne aveva 102 quando nell’ottobre del 2014, insieme al fotografo Romolo Eucalitto, uno dei più grandi fotografi di cinema italiani, l’ho incontrato nella capitale armena. I suoi ricordi riaffiorano da un passato non facile da rimettere in piedi: «La mia famiglia era originaria di Kars, in Anatolia orientale, dove sono nato nel 1912. Avevo sei anni, quando la mia famiglia riuscì a migrare a Batumi, una città che si trova in Georgia. Non ricordo molto di quel periodo, ma ho sentito molto della storia della mia famiglia dai racconti di mia madre. Si chiamava Siran. Era estate e siamo scappati nel 1918». In realtà le vicende che racconta Andranik si svolgono nel 1915, tre anni prima di quanto rammenti. Lui, a quel tempo, aveva soltanto tre anni.

Come furono i giorni che anticiparono la fuga verso la salvezza? La nonna di Andranik, che si chiamava Shushan, aveva saputo da molti amici turchi che stavano cercando gli armeni per deportarli e ucciderli. Sono stati loro a suggerirle di non rimanere più nel villaggio, di scappare per non essere uccisi: «A quel punto mia nonna, che aveva i figli che facevano il servizio militare nell’esercito turco, è andata dai loro capi e li ha convinti a lasciarli andare via. Non so come ci sia riuscita, ma ha preso i tre figli, compreso il padre di Andranik, e siamo scappati tutti assieme». «Quando siamo andati via da Kars – dice – non avevamo nessuna idea di dove stavamo andando. Mio padre, Artem, e mia madre sapevano esattamente che cosa stava accadendo, la voce si era sparsa tra le famiglie armene. Molti turchi, come era capitato con mia nonna, ci avevano informato che l’esercito ottomano voleva uccidere gli armeni, compresi quelli che prestavano servizio nelle loro file. Mi hanno raccontato che molti genitori, che non potevano portare con sé i figli perché troppo piccoli, preferivano buttare i loro bambini nel fiume. Erano sicuri che in questo modo, i piccoli, che avevano anche un solo mese di vita, avrebbero avuto la possibilità di sopravvivere. Pensavano che se li avessero lasciati per terra, gli animali li avrebbero mangiati. Non tutti sono riusciti a scappare dal villaggio, molti sono rimasti lì, soprattutto i vecchi, e sono stati uccisi».

Andranik ricorda: «Avevo due fratelli ma sono stato l’unico a sopravvivere al genocidio insieme ai miei genitori». Quando gli chiedo se ricorda qualcosa più dei suoi fratelli, l’anziano uomo non risponde. Forse non vuole ricordare. Forse, semplicemente, non può farlo. Quello che certamente sa è che «molti armeni in quell’occasione hanno fatto finta di essere curdi». «I miei genitori si sono travestiti con i baffi lunghi, mi hanno preso in braccio e sono scappati dalla loro casa. Quando ci hanno fermato a un posto di blocco dell’esercito mio padre ha risposto che eravamo di nazionalità curda. Per questa ragione siamo rimasti sempre in silenzio lungo la strada, per non rivelare la nostra vera identità ai turchi. Insieme a noi c’erano altre famiglie armene, della nostra ci siamo salvati solo noi. Gli altri – i nonni, gli zii e le zie – sono stati uccisi. Si sono salvati solo quelli che erano vicini al confine e sono riusciti a scappare prima di essere catturati. Quelli che erano più lontani sono stati sterminati».

Con Andranik Matevosyan nella sua casa di Erevan

Sul genocidio non può raccontare altro. Non ricorda nulla di quella marcia che li ha condotti alla città di Batumi, tranne il fatto che «vivevamo nelle caserme e che c’erano delle navi inglesi in mare che portavano in salvo i sopravvissuti e gli armeni dovevano pagare se volevano imbarcarsi. Chi non aveva soldi, non poteva scappare». Soltanto molti anni dopo Andranik ha potuto vedere le immagini di quanto era capitato ai sui connazionali: «Sono stato molto male alla vista di quelle fotografie atroci, ho sofferto. Come hanno potuto fare una cosa simile? Comunque non posso dire che sono cattivi tutti i turchi, perché molti di quelli che hanno avuto la possibilità di salvarsi lo hanno fatto anche grazie a quei turchi che hanno informato gli armeni di quanto stava accadendo». Ma i turchi, come ammette il patriarca della famiglia Matevosyan, sono diversi dalla nazione turca, sulla quale ancora oggi pende la responsabilità di quel crimine contro l’umanità: «È difficile ammettere di aver commesso quel genocidio. I turchi accusano i curdi. I curdi, a loro volta, accusano i turchi. Nessuno si vuole prendere le colpe di quanto è accaduto a noi armeni. Certamente chi si è sporcato le mani di sangue oggi non c’è più. Le nuove generazioni che cosa possono fare? La colpa non è dei turchi ma basterebbe che lo Stato riconoscesse una volta per tutte il genocidio».

Dopo qualche anno trascorso in Georgia, nel 1928 la famiglia Matevosyan si è trasferita in Russia, stabilendosi nella città di Maykop: «È qui che ho conosciuto e sposato una ragazza di nome Siranush. Lei è la madre dei mei figli. Molti armeni, quelli ricchi, sono stati trasferiti in Siberia. Ma noi non avevamo niente e quindi le autorità ci hanno consentito di rimanere in Russia. Diversi anni dopo, nel 1937, poco prima che scoppiasse la Seconda guerra mondiale, siamo tornati in Armenia. Prima abbiamo vissuto a Echmiadzin, poi nella città di Goris, nel sud del Paese. Negli anni Sessanta ci siamo trasferiti a Yerevan». Dalla moglie ha avuto ben sette figli e oggi la sua famiglia è una tribù composta da oltre settanta persone. Conosciuto in ogni angolo di Sari Tagh, Andranik è amato e rispettato da tutti. A partire dalle nipotine che, proprio come a casa di Silvard, giocano e saltellano da una parte all’altra della casa. Andranik non ha ricevuto alcuna istruzione e per tutta la vita, prima in Russia e poi in Armenia, ha lavorato come operaio nel settore delle costruzioni stradali: «Un lavoro faticoso, mi piaceva»

Il più grande desiderio di Andranik è ritornare a Kars, il luogo che la sua famiglia è stata costretta ad abbandonare. Ricorda molto bene i suoi genitori e con un moto di rabbia dice: «Io voglio ritornare dove sono nato, dove ci sono le nostre case e le nostre terre. Ma dove possiamo andare? Come possiamo andare?». È una domanda che non ha risposta per quest’uomo che non smette di dire: «La Turchia deve riconoscere il genocidio. Lo deve riconoscere». Lo ripete, come a sottolineare un desiderio che vorrebbe diventasse un imperio. «Per me ritornare a Kars a questa età è qualcosa di simile a un sogno. So bene che questo desiderio difficilmente si realizzerà». Analogamente a Silvard, anche lui vive nella speranza. Una caratteristica di tutti gli armeni: «Speriamo che qualcosa di bello possa accadere prima o poi. Io, a ogni modo, non mi fido più dello Stato turco. Noi da quelle parti abbiamo le nostre case, le nostre terre, siamo stati costretti ad abbandonare tutto e i turchi devono ricompensare quello che ci hanno preso con la forza. Sono cent’anni che usano le nostre abitazioni e le proprietà degli armeni».

Andranik, che vorrebbe maggiore aiuto dallo Stato, è comunque contento che in tutto il mondo sia cresciuta la consapevolezza di che cosa sia stato il genocidio del 1915: «Fino a qualche tempo in pochi sapevano che cosa fosse accaduto realmente al nostro popolo. C’erano persone che non sapevano neppure dell’esistenza dell’Armenia o del Nagorno Karabakh. Adesso, per fortuna, se ne parla. Per noi è molto importante. Bisogna continuare a parlarne e i giornalisti fanno un lavoro molto importante per far conoscere la nostra storia». Ancora una volta, l’ennesima, ripete: «I turchi devono riconoscere il genocidio, ditelo per favore che lo devono riconoscere. Ci devono ricompensare. Ma tanto non lo faranno mai». Lo ripete senza sosta, fino a quando non lascio la sua casa in un quartiere popolare di Erevan.

Tratto da Il genocidio armeno: 100 anni di silenzio – Lo straordinario racconto degli ultimi sopravvissutidi Alessandro Aramu, Gian Micalessin e Anna Mazzone (Arkadia Editore)

Foto di Romolo Eucalitto.

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Il genocidio armeno e la forza delle donne: la lezione di Antonia Arslan

Il coraggio delle donne armene è raccontato in maniera magistrale dalla scrittrice Antonia Arslan che nelle sue opere ha sempre fornito un punto di vista singolare del genocidio del 1915. Nel romanzo La masseria delle allodole l’autrice non si è certo sottratta dal descrivere, in modo drammatico, lo stupro e lo strazio delle donne costrette a dare piacere ai soldati turchi durante le deportazioni verso il deserto siriano. Lo ha fatto perché il genocidio raccontato da una donna considera sporco, indegno e umiliante sia lo stupro quanto il silenzio imposto da una società dominata dalla cultura maschilista. Il vero disonore è stato non parlare prima di quel dramma, tapparsi le orecchie per non sentire le urla di quelle donne straziate dalla ferocia dei soldati ottomani. Con i loro racconti, le donne armene hanno capovolto il senso di colpa e la vergogna dello stupro. Sono uscite dall’isolamento e hanno trasformato un segreto mai rivelato, o soltanto sussurrato, in una narrazione potente, capace di denunciare la frenesia di un crimine e le aberrazioni degli esseri umani.

La forza delle donne armene ha ispirato un altro capolavoro della scrittrice di origine armena, Il libro di Mush, che racconta la storia del salvataggio rocambolesco dell’Omiliario di Mush, un prezioso manoscritto miniato del 1202, che oggi è possibile ammirare nella Biblioteca di Yerevan, strappato alla furia devastatrice dei turchi da due coraggiose donne armene, due figure potenti che rappresentano la capacità di questa nazione di rialzarsi anche dopo aver subito la devastazione. Una vicenda struggente che riporta indietro nel tempo, a cento anni fa, quando nella valle di Mush, in Anatolia, i turchi ottomani distrussero il maestoso monastero dei Santi Apostoli. Le fiamme ridussero in cenere ogni cosa, tranne il prezioso libro di preghiere, di salmi e di angeli che soccorrono e aiutano da sempre il popolo armeno. I reduci della Terza armata ottomana, affamati, feriti, sconfitti nel Caucaso dall’esercito russo, scaricarono la loro frustrazione e rabbia sui cristiani, ritenuti responsabili della disfatta. Massacrarono tutti gli armeni, bruciarono i palazzi e distrussero le Chiese. Di quella civiltà non doveva rimanere traccia.

All’eccidio sopravvissero soltanto due donne: la fragile Anoush e la forte Kohar. Furono loro a ritrovare il manoscritto, il più grande del mondo, alto circa un metro e largo mezzo e a salvarlo attraverso un viaggio che Antonia Arslan racconta con rara maestria. Per poterne sopportare il peso, le due donne decidono di dividerlo in due e ciascuna lo porterà a turno. Il viaggio è terribile, le due donne sono braccate dai turchi, indebolite, affamate e congelate. Kohar muore e una metà del libro viene sepolta con lei a Erzurum per poi essere ritrovata da un ufficiale russo e portata a Tbilisi, l’altra viene portata da Anoush nella capitale dell’Armenia, dove negli anni Venti viene ricomposto e tuttora è conservato.

Ancora oggi chi vuole addentrarsi nella valle di Mush viene vivamente sconsigliato di farlo, c’è la convinzione che bisogna avere rispetto per le anime degli uccisi che ancora vagano come la nebbia che avvolge le montagne. Proprio a Yerevan ho avuto modo di parlare del libro di Mush con alcune donne armene. È una storia che descrive meglio di altre, tra leggenda e realtà, il senso di rinascita che ispira questo popolo, in cui le donne, anche nella società contemporanea, occupano un ruolo decisivo. Alle donne armene spetta il compito di lottare per la salvezza dei propri figli piccoli ma anche per conservare le tradizioni, le storie, le ricette, le leggende, la religiosità armene. Il fulcro della civiltà armena. Così, da sempre, e ancora di più dopo il genocidio, si preserva la memoria di questo popolo pacifico e straordinariamente laborioso.

Il mio incontro con Antonia Arslan nel 2015

Non sono molti i conflitti nei quali è stata data una lettura di genere, una visione della tragedia vista con gli occhi delle donne. «Il loro coraggio e la loro determinazione», afferma Antonio Asrlan, «insieme agli aiuti di qualche uomo giusto turco le salva, ma in generale si può dire che la resilienza delle donne armene è stata straordinaria. Hanno dovuto compiere scelte straordinariamente difficili: quali figli tenere e quali abbandonare lungo la marcia, se cederli ai turchi e ai curdi che venivano a rapirli, se suicidarsi o meno, come difendere le proprie figlie adolescenti dagli stupri, in che modo dare da mangiare ai propri cari senza morire del tutto di fame e di sete. Nei progetti degli organizzatori del genocidio le donne non sono state eliminate come gli uomini perché, secondo la cultura ottomana, non contavano nulla: la donna, nella cultura ottomana, è inferiore e non ha un’anima, per questo può essere usata e piegata a proprio piacimento».

Che sia un corpo violato, una pelle marchiata o un libro, poco cambia: le donne armene, in un modo o in altro, sanno ritrovare sempre il cammino della salvezza, al di là del dolore, del lutto e della tragedia. Tutto questo emerge dai loro racconti, dalla loro forza, dallo straordinario amore che hanno per una terra che è stata privata del calore e dal temperamento dei loro uomini. Per queste donne, salvare qualcosa significa salvare tutto il mondo. E salvare un libro significa salvare la cultura e l’identità del popolo armeno dall’oblio. Gli organizzatori del genocidio non avevano previsto niente di tutto ciò. Sono state le donne a salvare la cultura armena anatolica e nella diaspora hanno portato con loro un’identità unica di quei luoghi, con usanze e costumi che non hanno uguali nelle comunità armene presenti in altre zone del mondo.

Tratto da Il genocidio armeno: 100 anni di silenzio – Lo straordinario racconto degli ultimi sopravvissutidi Alessandro Aramu, Gian Micalessin e Anna Mazzone (Arkadia Editore)

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Venti di guerra tra India e Pakistan: ecco che cosa accade nel Kashmir

Soffiano sempre più forti i venti di guerra tra India e Pakistan. A tenere banco è ancora una volta la regione contesa del Kashmir. Entrambi i paesi ne rivendicano la sovranità anche se formalmente è sotto il controllo di Nuova Delhi. La contesa, oltre che politica, è soprattutto religiosa giacché alla minoranza di fede induista si contrappone quella islamica che in qualche modo gravita intorno a Islamabad, capitale pachistana.

La situazione è peggiorata nelle ultime ore con due mosse che hanno messo in preallerta gli eserciti delle due potenze. Il governo indiano ha dapprima lanciato un allarme circa possibili attentati terroristici e ha invitato le migliaia di soldati  a rafforzare la sicurezza nella regione himalayana a maggioranza musulmana.  Per questa ragione circa 20 mila persone, tra pellegrini hindu e turisti, sono stati invitati a lasciare il Kashmir. Ma l’esodo potrebbe riguardare oltre a 200 mila lavoranti stranieri.

La seconda mossa, che rischia di innescare un vero e proprio conflitto armato, è la revoca da parte dell’India dello “status speciale” dello Stato di Jammu e Kashmir e della sua capacità di legiferare in modo autonomo. Una decisione che cancella, con un colpo di spugna, l’articolo 370 della Costituzione. Di fatto viene introdotta la possibilità di acquisti immobiliari ai non residenti, finora vietati, e cancella le tutele per i locali nell’amministrazione pubblica e nell’istruzione universitaria. L’autonomia era tesa a integrare la componente musulmana nella società indiana, assicurando diritti e specifiche prerogative.

Senza lo statuto speciale, Nuova Delhi potrà assimilare in modo forzato il Kahsmir con l’obiettivo di indebolire la comunità di fede islamica. Una decisione che sicuramente provocherà disordini e proteste. Intanto l’India ha sospeso nella regione i servizi telefonici e di Internet e ha messo i leader locali  vicini al Pakistan agli arresti domiciliari. Oggi il Kashmir indiano è praticamente chiuso all’esterno. Il governo di Nuova Delhi ha ordinato “che non ci debba essere movimento di pubblico e che anche tutte le istituzioni educative devono rimanere chiuse”.

* L’India e il Pakistan si contendono il Kashmir sin dalla spartizione dell’impero coloniale britannico nel 1947. Gli eserciti indiani e pakistani quasi tutti i giorni si scambiano colpi di mortaio sulla linea del cessate il fuoco, che segna un confine di fatto tra le due parti del Kashmir. In più, un’insurrezione separatista infuria dal 1989 nel Kashmir indiano, causando la morte di oltre 70mila persone, per lo più civili. Nuova Delhi accusa il suo vicino di sostenere segretamente i gruppi armati che operano nella valle settentrionale di Srinagar, accuse che il Pakistan ha sempre negato con forza. D’altronde Islamabad lancia analoghe accuse all’India, tra cui quella di fare uso di bombe a grappolo contro civili, ma anche “colpi di mortaio e artiglieria”. Questo mentre i militari indiani affermano di aver ucciso diversi “aggressori” pakistani che cercavano di attraversare il confine “de facto” del Kashmir.

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Il genocidio armeno: le schiave del sesso e i tatuaggi della vergogna

Sono a Erevan, capitale dell’Armenia, per un reportage sul genocidio armeno. Il mio sguardo cade su una foto in bianco e nero di una rivista. Una giovane donna vestita con gli abiti tradizionali, un fazzoletto sul volto e la pelle del viso segnata. Sembrano cicatrici. Leggo la didascalia di una foto e scopro che quei segni sono un oltraggio dal significato macabro: si tratta di tatuaggi, impressi dai turchi alle donne armene possedute come se fossero un oggetto qualunque. Quei tatuaggi indicano che quella donna era una schiava del sesso, costretta a sposarsi con la forza durante gli anni del genocidio. Quel ritratto è inquietante.

Capitava, non di rado, che le giovani donne armene venissero salvate dalla deportazione per andare a rendere servigi come cameriere nelle ricche famiglie turche. Non si trattava certo di un atto di generosità. Era una forma di riduzione in schiavitù, anche se non mancarono i benefattori, ispirati da sincera pietà. Non tutte, però, furono così fortunate. Chi non aveva la sventura di essere mutilata, stuprata, torturata o uccisa nel corso delle deportazioni, poteva finire nelle mani di qualche uomo turco desideroso di soddisfare i propri impulsi sessuali con una giovane donna armena. Difficile dire quali delle due sorti fosse la peggiore.

A ogni modo quei tatuaggi esprimono non solo un oltraggio ma la rappresentazione delle incalcolabili atrocità che le donne armene hanno dovuto affrontare durante un genocidio che è stato anche di natura culturale. Con la brutalità non si intendeva soltanto cancellare le tracce di un popolo da una terra che avevano abitato per millenni ma anche la presenza femminile, attraverso un annientamento che non ha nulla di casuale. Se gli uomini armeni hanno avuto la fortuna di morire nel giro di poco tempo, spesso dopo combattimenti o esecuzioni di massa da parte dell’esercito turco, alle donne non è stata risparmiata alcun tipo di sofferenza. Le foto degli archivi testimoniano una tragedia che non ha eguali in nessuno dei crimini del Ventesimo secolo.

Nel genocidio del 1915 sono le donne a patire la follia omicida dei musulmani. E la patiscono in quanto cristiane. Anche se una parte della storiografia ritiene che la pulizia etnica degli armeni non sia direttamente riconducibile a motivazioni di carattere religioso (tesi rafforzata dal fatto che la Germania, principale alleato dell’Impero Ottomano, fosse una nazione cristiana), è indubbio che il rendere la donna armena “una schiava del sesso”, fa fortemente dubitare sulla bontà di certe posizioni. Le donne, private di ogni protezione maschile o familiare, erano sole contro l’assoluta barbarie perpetrata dai soldati turchi. La specificità del genocidio armeno è proprio il differente destino degli uomini e delle donne: i primi, protettori delle loro famiglie, furono uccisi subito, gettandoli in burroni o nel fiume Eufrate, o finiti a colpi d’ascia. Le donne, invece, furono avviate a una deportazione che le portò verso l’estinzione, il nulla. In moltissimi casi furono obbligate a entrare negli harem dei turchi, perché la donna armena era considerata una merce “pregiata”.

Recentissimi studi stimano che circa un terzo dei turchi del 2014 sia di sangue misto armeno, greco e siriano: le tre minoranze che hanno subito persecuzioni e stermini nel corso dello scorso secolo. È un altro aspetto della contemporaneità di un crimine che continua a produrre effetti nel tempo. Molte bambine, si stima circa 80.000, rimasero nelle case turche, spose forzate in giovanissima età. Costrette a cambiare nome e religione, «non potevano più recitare le loro preghierine infantili, si dovevano uniformare alle famiglie dei turchi. Le prescelte erano quelle più in fiore, la loro vita era stata risparmiata durante le marce, ma era diventata una cosa completamente diversa, frutto di un totale sradicamento dalla loro cultura e identità». Gli uomini ancora oggi scrivono la storia, così è accaduto con il genocidio.

Le donne per un lungo periodo non hanno avuto grande spazio nei racconti. C’è un genocidio femminile che merita di essere raccontato, perché le donne armene sono state considerate impure, contaminate e disprezzate. I loro corpi sono stati violati e mortificati con una brutalità che si ritroverà anni dopo soltanto negli stupri di guerra della ex Jugoslavia. Sono loro ad aver sofferto di più, anche portando il più pesante dei fardelli: rigenerare nuova vita. Questa diversità si percepisce anche nel racconto delle nuove generazioni che, con la loro testimonianza, descrivono le “loro” storie.

Una visione femminile del genocidio che rivela la radice dell’odio che ha alimentato quel crimine e l’effetto che ha avuto sulla donna armena nel corso di questi cento anni. Quei tatuaggi delle schiave del sesso sono un segreto che molte donne hanno tenuto nascosto per anni. La bandiera turca-musulmana marcata sui volti e le mani era qualcosa che paradossalmente non si doveva né vedere (sembra quasi una contraddizione) e neppure sapere. E per decenni questa terribile pratica è sparita dai racconti ufficiali e dalle confidenze familiari. Più di ogni altra azione consumata dai turchi nei confronti delle donne armene, questa ha il sapore della macchia, di qualcosa di indelebile che non può essere cancellato in alcun modo.

Ecco perché queste giovani donne, una volta ritornate libere, hanno convissuto per il resto della loro esistenza con un senso di vergogna e di umiliazione che le ha rese “invisibili” alla storia. Rendere pubblica quella violazione voleva dire anche esporre in pubblico una condizione – e un reato – che avrebbe ricoperto di vergogna anche il marito, il padre e tutti i maschi della famiglia. Queste donne nascoste hanno continuato a subire nel tempo una violenza che ha umiliato la loro dignità e anche la loro vita privata. (…)

Tratto da Il genocidio armeno: 100 anni di silenzio – Lo straordinario racconto degli ultimi sopravvissuti di Alessandro Aramu, Gian Micalessin e Anna Mazzone (Arkadia Editore)

Foto: tratta da un filmato del 1923

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2 agosto 1980, la strage alla stazione di Bologna e la storia della piccola Angela

Il 2 agosto del 1980 era un sabato e a Bologna faceva caldo, caldissimo. Alla stazione ferroviaria Centrale c‘era un via vai impazzito di persone, perché quelli erano i giorni del grande esodo, i giorni che anticipano le ferie estive.

Alle 10.25 una bomba rompe quel disordine felice e la frenesia diventa silenzio e distruzione. Sotto le macerie, sparsi qua e là, incastrati tra i treni e le rotaie, sul selciato, scaraventati a decine di metri dal luogo dove stavano poco prima, i corpi di 85 persone. I feriti alla fine sono 200. Questa è la strage di Bologna, una storia di depistaggi e di menzogne, una pagina nera, una delle tante, della storia d’Italia nei cosiddetti anni di piombo.

Il mio pensiero va, in particolare, alla più piccola di quelle vittime, una bambina che veniva dalla mia terra, la Sardegna. Si chiamava Angela Fresu, aveva tre anni ed era con mamma Maria, una giovane donna di soli 24 anni.

Come tanti altri conterranei, anche Maria era emigrata dall’isola per lavorare come operaia in una fabbrica di confezioni a Empoli in Toscana.  Insieme a due amiche, Verdiana Bibona di Castelfiorentino e Silvana Ancilotti di Cambiano in provincia di Firenze, stavano andando in vacanza al lago di Garda.

L’esplosione le colse nella sala d’attesa della stazione. Angela e Verdiana morirono sul colpo. Di Maria nessuna traccia, neanche un brandello di carne. Qualche mese dopo, nel dicembre dello stesso anno, i resti di Maria vennero trovati sotto un treno diretto a Basilea, in Svizzera.

L’unica a sopravvivere fu Silvana che ricorda così quei momenti:  “Maria era di fronte a me, a Verdiana e alla bambina, la piccola Angela. Noi eravamo sedute. Lei era lì davanti, in piedi. Poi ci fu l’esplosione. Svenni. E quando riaprii gli occhi solo Maria non c’era più. Era scomparsa. Verdiana e la bambina erano a terra, di spalle. Immobili”.

Ecco perché ogni volta che capito a Bologna, in quella maledetta stazione, il pensiero corre sempre a quella mattina di 39 anni fa. Una mattina estiva che, improvvisamente, perse il sole e la luce.  

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Africa e migrazioni: sfatiamo qualche mito

Numerose ricerche, condotte ad esempio da soggetti autorevoli come l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) o l’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), ci dicono che l’Africa è il luogo delle migrazioni interne. Lo dicono in modo freddo i numeri che dimostrano come nel solo 2017, i flussi all’interno del continente africano abbiano riguardato quasi 20 milioni, l’equivalente di un terzo della popolazione italiana.

Migrazioni interne, dunque, mentre quelle verso gli altri continenti, Europa in testa, sono davvero poco significative in termini assoluti. Come se non bastasse, l’Africa è anche un luogo di arrivo e non solo di partenze, visto che quasi 7 milioni di extra continentali nel solo 2017 ha deciso di mettere piede in quei luoghi. Altri miti da sfatare è che da sud si viaggi necessariamente verso nord: il flusso verticale dal basso verso l’alto riguarda solo il 35% della popolazione mondiale, mentre gli altri si spostano su altre direttrici. Ad ogni modo è interessante capire quali siano i paesi dai quali ci si muove di più all’interno dell’Africa. In ordine decrescente sono: Etiopia, Nigeria, Uganda, Costa d’Avorio e Sud Africa.

Sfatato il primo mito, ovvero quella dell’invasione dell’Europa da parte degli africani, resta da capire chi siano effettivamente i migranti che arrivano sulle nostre coste. Fermo restando, come ho già avuto modo di dire, che l’Africa è il continente delle guerre dimenticate, del saccheggio delle materie prime e del deficit di democrazia e dei diritti civili, anche qui bisogna contraddire una certa narrazione, usata strumentalmente a fini di mera propaganda politica.

I dati elaborati dall’ISPI per Dataroom, mostrano un quadro molto chiaro. Negli ultimi sei anni, su 1 milione e 85 mila migranti africani sbarcati in Europa, il 60% proveniva da Paesi con un reddito pro capite tra 1.000 e 4.000 dollari l’anno, considerato medio-basso dalla Banca mondiale per il continente africano. Il 29% tra i 4 e 12 mila dollari, ossia medio-alto; il 7% da Paesi dove c’è un reddito alto (sopra i 12.000 dollari) e solo il 5% dai Paesi poverissimi (sotto i mille dollari). Insomma, a emigrare è soprattutto la classe media e non i poverissimi.

Secondo la Banca mondiale – che ha osservato i 100 milioni di persone che nel mondo si sono spostate negli ultimi 25 anni –  sotto i mille dollari le migrazioni sono basse o assenti; tra i 1.000 e i 4.500 aumentano e arrivano al picco; tra 4.500 e 12 mila iniziano a diminuire; sopra i 12 mila si diventa Paese di immigrazione.

Per quanto riguarda l’Italia, per completare una radiografia del fenomeno, in Italia il numero più alto di arrivi (87.225) è dalla Nigeria, dove il reddito pro capite è di 5.473 dollari l’anno; dal Senegal (30.280 partenze), il reddito medio è di 2.781 dollari; dalla Costa d’Avorio (22.240) e il reddito 2.880 dollari.  Indipendentemente dalla posizione geografica, ed esclusi i Paesi con conflitti in corso dove gli spostamenti sono interni e nei Paesi confinanti, là dove il reddito è basso le partenze sono minime.

Dal Burundi (reddito 742 dollari), ne sono arrivati 30; dalla Repubblica Centrafricana (731 dollari) 165; dal Niger (reddito di 870 dollari) 1.135 arrivi. I flussi tendono a fermarsi quando il reddito medio supera i 12 mila dollari, ed è il caso del Sud Africa, Botswana e Guinea Equatoriale.

Ecco, tutto questo per dire che quando si parla del fenomeno delle migrazioni, soprattutto se riferito a un continente che cresce al ritmo di 60 milioni di persone all’anno (con una proiezione nel 2100 di circa 4,4 miliardi di abitanti), è bene guardare i numeri e non piegarsi, come fa la gran parte dei media, alla propaganda della politica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Nel 2100 un terzo del mondo sarà africano. I numeri per capire il continente nero

L’Africa, il continente dimenticato. Il grande triangolo nero è oggi forse il luogo più sconosciuto e terribile del pianeta perché da lì, più che altrove, provengono quelli che l’Occidente e il nord del mondo ritengono problemi di controversa soluzione. Del resto, per decenni, quel continente è stato depredato, e continua a esserlo ancora oggi, delle sue più importanti risorse. In cambio gli abbiamo dato instabilità, povertà e persino spazzatura, giacché quello era uno dei luoghi preferiti dai governi e dalle criminalità per smaltire milioni di tonnellate di rifiuti, spesso tossici. Detto questo, per capire che cosa è oggi l’Africa oggi e che cosa sarà domani, dobbiamo affidarci a qualche numero e indicatore demografico.

Con una popolazione di circa 1,3 miliardi (nel 1930 nel contenente vivevano solo 150 milioni di persone), gli studi ci dicono che fra  30 anni, quindi nel 2050, l’Africa potrebbe avere circa 2,5 miliardi di abitanti, praticamente il doppio di oggi. Nessun continente al mondo cresce a questi ritmi. Ogni anno, quindi, nel continente nero nasce un paese grande quanto l’Italia. Le previsioni a lungo termine delle Nazioni Unite parlano di 4,4 miliardi di africani nel 2100, in un mondo con poco più di 11 miliardi di abitanti. Quindi se si continuerà con questo tasso di crescita, più di un terzo della popolazione mondiale alle soglie del nuovo secolo sarà in Africa. Per capire la portata di questo boom demografico, si può fare riferimento alla capitale del Kenya, Nairobi. La città oggi ha circa 5 milioni di abitanti, nel 2100, ovvero fra 80 anni, potrebbe arrivare a 46 milioni di residenti.

Altri numeri ci danno un’immagine più dettagliata, e non conosciuta da tutti, di che cosa è realmente l’Africa:

  • Il 40-50% della popolazione ha meno di 15 anni;
  • Rispetto al resto della popolazione mondiale, che si è sostanzialmente stabilizzata, quella dell’Africa sta subendo un processo violentemente metastasico: ogni 15 anni, la metà della popolazione sub sahariana si ricambia;
  • La tendenza in Africa è di cinque figli a testa;
  • I primi 5 paesi africani per numero di abitanti: 1) Nigeria: 154 milioni; 2) Etiopia: 85 milioni; 3) Egitto: 80 milioni; 4) Congo: 71 milioni; 5) Sudafrica: 47 milioni.
  • Secondo le valutazioni della Banca Mondiale, oltre un terzo della popolazione dell’Africa Sub-Sahariana vive sotto la soglia di povertà estrema (cioè dispone di meno di 1,90 dollari al giorno, secondo la nuova definizione della soglia di povertà), e in questa regione si concentrano 347 dei 702 milioni di poveri del pianeta, secondo le stime riferite al 2015. Secondo altre stime, il dato è ancora peggiore: il 70% della popolazione vivrebbe con meno di un dollaro al giorno.
  • L’intero continente produce solo il 3% del Prodotto Interno Lordo mondiale, praticamente come la ricchezza prodotta dalla Francia.

Sono numeri che ci dicono che niente, o quasi, potrà bloccare i flussi migratori da questa parte del mondo, tanto più inevitabili se si continuerà a investire poche risorse nello sviluppo e nella crescita di paesi che vivono, come dimostrano le tante guerre in corso, un deficit di democrazia, libertà e rispetto e di diritti civili.  Insieme all’Asia, l’Africa è il continente con più guerre in corso, guerre del tutto dimenticate, ignorate dai media, dall’opinione pubblica e dalle istituzioni regionali.

Un esempio emblematico è rappresentato  dalla Repubblica Democratica del Congo: la guerra civile, a intermittenza, devasta dal 1998 questo stato africano. Si stima che il conflitto abbia fatto cinque milioni di vittime, molte delle quali civili. Si tratta del conflitto che ha fatto più vittime dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, più del Vietnam, più della Corea, più della Siria e dell’Iraq.

Dal 2018, nelle province nord-orientali del Nord Kivu e dell’Ituri, sono ripresi i combattimenti interetnici che hanno causato più di un milione di sfollati interni. Centinaia di migliaia di congolesi sono stati costretti a fuggire in Uganda attraverso il lago Alberto. La lotta tra gruppi armati per il controllo del territorio e delle risorse, la distruzione di scuole e abitazioni e gli attacchi ai civili hanno creato importanti bisogni umanitari. A questa situazione, nell’agosto dello scorso anno, si è aggiunto un focolaio di Ebola.

Ma l’inferno non si ferma qui: questa è una terra che vanta primati agghiaccianti, come quello delle bambine violentate e mutilate dalle milizie private. La violenza usata come arma di guerra. Un inferno senza ritorno che costringe tutti noi, a maggior ragione chi fa informazione, a guardare senza pregiudizi un continente devastato da conflitti, spesso acuiti dalle politiche di saccheggio che il nord del mondo, a partire dall’Europa, ha condotto fino a oggi.

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I cristiani di Siria traditi da Papa Bergoglio e dall’establishment del Vaticano

La propaganda anti Assad ha colto l’occasione della lettera di Papa Francesco al presidente siriano, nella quale in sostanza gli si chiede di porre fine alle migliaia di detenzioni illegali, alle torture, alle sparizioni, alle esecuzioni extragiudiziali degli oppositori politici, per sferrare un ennesimo colpo alla corretta informazione sulla guerra che da anni devasta il paese arabo. Quella lettera è suonata come un tradimento della Santa Sede, e dei suoi alti prelati, ai tanti cristiani che in questi anni sono stati letteralmente abbandonati al loro destino consentendo alle bande armate anti governative di brutalizzare le loro esistenze non solo con eccidi e sparizioni di massa ma anche con l’esodo forzato in altri luoghi.

La presenza cristiana in Siria in questi anni è stata assicurata grazie alla protezione che il presidente Assad e il suo esercito hanno fornito a intere comunità prese di mira dai terroristi di matrice jihadista. È una dato certo che nessuna propaganda dei media, soprattutto quelli italiani guidati dall’indecente quotidiano Avvenire, il giornale della Conferenza Episcopale Italiana, che vanta il record di manipolazioni dell’informazione sulla guerra in Siria, tanto da essere additato come il primo giornale cristiano che difende i carnefici (i gruppi anti Assad) e non le vittime (i cristiani stessi).

La sensazione è che il Santo Padre sia stato ancora una volta indotto in errore dai suoi consiglieri, molti dei quali stanno ancora in Siria tradendo la loro missione di fede e sacerdotale. È prevalsa dunque la linea gesuita alla Padre Dall’Oglio, intrisa di odio anti regime e di bugie, e non quella francescana basata sulla resistenza, sulla misericordia e sulla verità dei fatti. Non incolpo dunque Bergoglio, incolpo i suggeritori dell’odio, quei cristiani che tradiscono i cristiani e vendono la loro pelle ai gruppi jihadisti.

Al Santo Padre, sommessamente, suggerisco la lettura di due libri: Fratelli Traditi del reporter di guerra Gian Micalessin e Siria, i cristiani nella guerra del giornalista Fulvio Scaglione. Sono due colleghi che stimo e che mi onorano della loro amicizia. Sono davvero felice di aver potuto presentare i loro libri in occasione del Meeting Internazionale delle Politiche del Mediterraneo che il Centro Italo Arabo organizza ogni anno in Sardegna, una terra di resistenza e di lotte, proprio come quelle affrontate dai cristiani in Siria.

Ecco, se il Pontefice avesse letto questi libri, avesse ascoltato in prima persona il grido di dolore dei suoi cari fratelli cristiani, probabilmente quella lettera sarebbe stata diversa. La convinzione è che la sua mano sia stata guidata da qualcun altro, da una penna che ha sparso non inchiostro ma veleno e retorica anti Assad con il solo scopo di fornire all’opinione pubblica, per l’ennesima volta, un quadro molto diverso di quanto sta accadendo dal 2011 in Siria.

La guerra è guerra e io per primo so bene che il regime non usa i guani di velluto contro gli oppositori politici e i nemici dello Stato. Le torture ci sono e c’è anche tutto il resto. Per rimanere in piedi, per salvare la propria sovranità e unità, per combattere il terrorismo e respingere gli attacchi stranieri, il governo ha dovuto necessariamente incattivirsi e difendersi con maggior forza, anche violando i diritti umani.

Dall’altra parte, però, e Bergoglio lo deve sapere, ci sono le forze del male, i tagliagole, gli stupratori, gli attentatori armati dall’occidente e dalle monarchie del golfo, ci sono i nemici della libertà, del progresso e della democrazia. Ecco, dimenticare tutto ciò significa, inevitabilmente, essere complice dei terroristi. In tutto questo, caro Papa Francesco, di cristiano non ci vedo davvero nulla.

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