Alessandro Aramu

Giornalista

Chi soffia sulla crisi in Libano?

La crisi c’è ed è profonda. Una crisi sociale, economica e politica. Quest’ultima è nota anche perché il sistema confessionale nato per dare stabilità al paese con il trascorrere del tempo mostra tutti i suoi limiti. Certamente, come è già accaduto altre volte in Medio Oriente, ci sono fattori e soprattutto attori esterni che vogliono destabilizzare il paese. Tra questi ci sono prima di tutto gli Stati Uniti.

Ne sarebbe convinto persino l’ambasciatore russo a Beirut che in alcuni colloqui riservati avrebbe manifestato questa opinione, quasi una certezza. Manco a dirlo Washington vuole sfruttare il caos e le proteste popolari contro Hezbollah, allo scopo di indebolire il movimento sciita salvando il vero responsabile di questa crisi, il premier dimissionato Saʿd Ḥarīrī, un fantoccio dell’Arabia Saudita. Ad alimentare le proteste anti Hezbollah ci sarebbero anche alcune monarchie del Golfo e l’immancabile Israele che con il partito di Dio ha da sempre un conto aperto.

Hezbollah, dal canto suo, ha sempre dichiarato di stare dalla parte del popolo e di sostenere le proteste e ha evidenziato che la crisi monetaria in Libano venga sfruttata a scopi esclusivamente politici. Una carta utilizzata dalla finanza mondiale per colpire essenzialmente il movimento guidato da Nasrallah. Il Libano, in verità, è nella morsa della corruzione e la Banca Centrale sembra incapace di affrontare il caos del valore della valuta.

Non è un caso che negli ultimi due mesi il prezzo dei generi alimentari sia aumentato in modo preoccupante andando a colpire proprio le fasce più deboli della popolazione. Allo stesso modo, il tasso di cambio della sterlina libanese rispetto al dollaro USA è diminuito. Una situazione non più sostenibile che, secondo Hezbollah, è colpa di certi poteri libanesi in combutta con gli Stati Uniti.

Condividi

L’attacco chimico in Siria nel 2018 fu una messinscena. Wikileaks svela la bufala anti Assad

L’attacco chimico a Douma nel 2018 fu una messinscena. Sono stato tra i primi giornalisti a denunciare questa schifezza orchestrata allo scopo di bombardare la Siria e colpire Assad ma oggi le cose sono ancora più chiare. L’ho fatto anche prima del 2018, nei libri e in numerose interviste (https://youtu.be/Z7eyu_1J7ac).  In principio furono gli esperti russi a denunciare la messinscena dei cosiddetti ribelli filo turchi: un’indagine indipendente condotta sul posto rivelò che gli stessi abitanti del distretto siriano di Douma e diversi rappresentanti dell’organizzazione dei Caschi Bianchi rivelarono che non ci fu nessun attacco chimico in quella occasione.

Poi, nel febbraio del 2019, fu addirittura il produttore della BBC Syria, Riam Dalati, a svelare che il video dei momenti successivi all’attacco chimico a Douma era una messa in scena e che in ospedale non ci fu nessuna vittima. Secondo Dalati non venne usato il sarin, come dichiarato da falsi testimoni, tutti filo ribelli e dai medici. Forse si trattò di cloro ma certamente non fu Assad a usare quelle armi.

Lo scorso primo marzo, l’Opac diffuse  il rapporto tecnico su Duma, evidenziando l’esistenza di “ragionevoli prove che un attacco con un’arma chimica avvenuto il 7 aprile 2018” e che la sostanza tossica usata fosse con ogni probabilità il cloro. L’Opac a dire il vero non attribuì le responsabilità degli attacchi chimici, tuttavia la comunità internazionale puntò senza alcuna prova il dito contro il presidente siriano Bashar al Assad. 

Oggi sappiamo, grazie a Wikileaks, dell’esistenza di testimonianze e fonti dell’Organizzazione per il divieto delle armi chimiche (Opac) che mettono in dubbio l’integrità della stessa organizzazione in relazione all’uso di armi chimiche nell’attacco di Douma, in Siria, il 7 aprile 2018. Wikileaks ha pubblicato anche una valutazione ingegneristica del presunto uso di armi chimiche nello stesso attacco.  Insomma, una gola profonda mette a nudo la scorrettezza del rapporto di un’organizzazione chiamata a svolgere indagini indipendenti allo scopo di ricercare la verità dei fatti. Ma qui, è chiaro, la verità è sempre a senso unico, ovvero contro il Governo di Damasco. L’imbroglio, noto per chi si occupa di vicende siriane da tempo, è svelato. Con buona pace dei media filo ribelli che oggi si trovano a fare i conti con un’amara realtà. 

Le prove raccolte dimostrano, con tutta evidenza, un comportamento irregolare nelle indagini dell’Opac sul presunto attacco chimico a Douma. Perfino i rapporti ufficiali sulle indagini sono incoerenti. Oggi il quadro è più chiaro, anche se molto inquietante. Nel rispetto degli obiettivi originali dell’Opac, prosegue Wikileas, l’organizzazione è chiamata a ristabilire la sua credibilità e legittimità consentendo a “tutti gli ispettori che hanno preso parte alle indagini su Douma a farsi avanti e a riferire le loro diverse osservazioni in un apposito forum degli Stati che hanno aderito alla Convenzione sulle armi chimiche”.

Oggi anche il quotidiano La Repubblica si è accorto di questa notizia e in un interessante articolo di Stefania Maurizia parla della gola profonda che sta mettendo in difficoltà l’OPAC e la sua credibilità a livello internazionale.

Condividi

Siria, l’accordo con Erdoğan sancisce una nuova vittoria della Russia di Putin

 

L’accordo tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan sulla Siria mette nero su bianco quanto si sapeva da tempo: l’azione militare turca per cacciare i curdi nella cosiddetta fascia di sicurezza, profonda 32 chilometri da Trl Abyad a Ras al Ayn, non è stato un atto di imperio di Ankara ma è stato concordato nei minimi dettagli da tempo sia con Washington che con Mosca. Ne ho parlato in questa occasione: https://youtu.be/8IT5-mJEQEw.

Assad trae un beneficio relativo da questo accordo ma, al di là dell’impegno di Russia e Turchia di assicurare l’unità politica e territoriale della Siria, vi è una reale violazione della sovranità e dell’integrità del paese perché quella fascia non sarà mai più sotto il controllo di Damasco.

Le milizie curde dello YPG saranno disarmate, dovranno arretrare oltre la fascia di sicurezza che verrà pattugliata congiuntamente da Turchia e Russia, all’interno di una fascia di 10 km di profondità dal confine, a est e ovest dell’area in cui è stata condotta l’operazione turca nel nord della Siria, esclusa Qamishli, principale centro curdo nell’area.

Mosca, inoltre, manifesta la determinazione a combattere il terrorismo separatista (oltre quello di matrice jihadista): il riferimento è certamente ai curdi.  Nella cosiddetta fascia di sicurezza dovrà rientrare, su base volontaria, una parte dei circa 3,5 milioni di profughi siriani che oggi si trovano in Turchia e sono mal tollerati dalla popolazione.  La Siria, dal suo canto, può rivendicare la validità dell’Accordo di Adana firmato con la Turchia nel 1998.

Nulla si dice di Idlib, la provincia siriana del nord in mano ai ribelli filo turchi, in gran parte controllata da miliziani jihadisti e che rappresenta il vero obiettivo di Assad (e di Putin) per una ricomposizione territoriale che oggi è meno frantumata di ieri. Erdoğan, a questo punto, potrebbe restituire il favore alla Russia e concedere una liberazione di questa parte della Siria dove si concentra il maggior sforzo bellico e militare di Damasco e dei suoi alleati.

 

Condividi

Libano, se anche Hezbollah finisce nel mirino della protesta popolare

In Libano la protesta popolare non risparmia nessun partito politico, anche chi, come Hezbollah, non è accusato di corruzione. Nel sud del paese, roccaforte del Partito di Dio, per la prima volta si sono viste proteste contro il movimento sciita e persino contro il leader Nasrallah. Il forte ridimensionamento dei finanziamenti provenienti dall’Iran, a causa delle sanzioni Usa e dell’impegno militare in Siria, ha fatto sì che il partito sciita non sia più in grado di garantire, come un tempo, l’assistenza sociale e i servizi alla sua base. Sull’argomento consiglio la lettura di un interessantissimo articolo di Michele Giorgio su Il Manifesto.

Il principale obiettivo delle proteste di piazza è il capo del governo, Saad Hariri, sunnita e filo saudita che non gode più del sostegno del suo elettorato. Per uscire dall’angolo, il premier ha annunciato un taglio agli stipendi di ministri, parlamentari e del presidente della Repubblica pari al 50 per cento: misura che si applica anche a chi è ormai in pensione. Misure che, anche se approvate, potrebbero non placare l’ira di una popolazione oramai allo stremo.

Il Libano è sull’orlo del baratro, la corruzione dilagante, la crisi economica e l’aumento dei poveri (nel 2011 erano il 6%, ora sono il 39%) non può più essere sostenuta con politiche che prevedano nuove tasse (le manifestazioni sono iniziate dopo l’annuncio di una tassa, successivamente ritirata, sulle chiamate via Internet). Da sempre una polveriera, ancora di più oggi per l’insostenibile peso di circa un milione e mezzo di profughi siriani, che si aggiungono alla presenza storica dei palestinesi, il Paese dei Cedri è davvero a un bivio.

Condividi

Siria, la testimonianza dal fronte: i terroristi di Idlib fanno il lavoro sporco. E i curdi hanno molte responsabilità

“Nelle aree curde abbiamo visto molte persone ferite e uccise dai pestaggi dei turchi. L’intero confine settentrionale da Jarablus sull’Eufrate a Maliyah è interessato. Ci sono parecchie persone in ospedale. Per quanto riguarda il numero di morti e la loro identità, è ancora presto per saperlo. Cerchiamo di essere vigili su ciò che ascoltiamo. Le famiglie sono fuggite ad Al Hasakeh. Non osano più uscire. I curdi vanno porta a porta arruolando tutti gli uomini per combattere nei ranghi curdi contro i turchi”. È una testimonianza eccezionale quella offerta da Alexandre Goodarzy, in missione nel nord della Siria per SOS Chrétiens d’Orient, al sito Voltaire.net.

Un racconto eccezionale su quanto sta accadendo in queste ore in quella zona del paese: “L’esercito turco, con il sostegno dei jihadisti di Idlib, ha bombardato diverse località della Siria nord-orientale e poi ha lanciato l’operazione di terra”.  Goodarzy parla di una situazione spaventosa e attribuisce non poche colpe anche all’ostinazione curda nel voler assolutamente creare un Kurdistan a spese della sovranità nazionale siriana “Finora, le piccole minoranze cristiane siriache, caldee e assire e persino la maggioranza araba sunnita e curda sono state sottoposte al dispotismo di questo movimento politico, in particolare il PYD e la sua ala armata, l’YPG. Certo, è piuttosto doloroso in questo momento”.

Per quanto riguarda il pericolo jihadista, derivante dal fatto che molti miliziani dello Stato Islamico sono detenuti nei campi e nelle carceri curde in aree sottoposte ai bombardamenti di Ankara, Alexandre Goodarzy evidenzia come l’indebolimento dei curdi renderà impossibile contenere questo gran numero di combattenti dell’ISIS che, insieme alle loro famiglie, potrebbero trovare una via di fuga e costituire una nuova minaccia jihadista.

Alla domanda se l’offensiva turca potrebbe servire a Bashar al-Assad per riprendere il controllo della regione, afferma: “Il governo siriano condanna ovviamente l’offensiva turca contro la violazione della sovranità e dell’integrità territoriale del paese. Tuttavia, è molto interessante per i siriani vedere i turchi fare il lavoro sporco per loro. La questione curda è un problema sia per i turchi che per i siriani. Se domani la Siria attaccasse i curdi, i media si scatenerebbero contro il governo di Damasco. Del resto, basta vedere come hanno trattato questo paese dopo aver combattuto per otto anni contro il terrorismo”.

Infine ricorda come la Turchia attacchi la Siria e i curdi da otto anni: “Controlla i territori a ovest dell’Eufrate e nella sacca di Idlib, dove si trovano i terroristi, ci sono le postazioni dei turchi. Ora che stanno attaccando i curdi, ci svegliamo! È abbastanza problematico. Sarebbe stato necessario condannare i turchi molto tempo prima”.

Condividi

La Siria riparte dal pluralismo religioso (e dai cristiani)

La propaganda anti Assad in chiave religiosa è un elemento costante di come i media hanno raccontato la guerra in Siria dal sorgere del conflitto nel 2011. Nelle maglie della disinformazione, loro malgrado, sono finiti i cristiani: perseguitati dai gruppi jihadisti supportati dall’Occidente e dalle Monarchie del golfo, hanno fatto fatica a far sentire la loro voce quando una schiera di inviati spregiudicati hanno raccontato soltanto un’unica versione, compresa quella falsa che a volere la loro scomparsa dalla Siria, come quella di altre minoranze, fosse proprio il governo di Damasco.

Autorevoli giornalisti hanno condotto importanti reportage per demolire questa narrazione fatta propria, in parte, anche da Papa Francesco che, evidentemente, non ha ascoltato le grida di dolore che le comunità cristiane siriane hanno lanciato al mondo mentre i terroristi commettevano nei loro confronti le peggiori atrocità. Una responsabilità, quella del Vaticano, che non può essere sottaciuta perché confonde il piano dei perseguitati con quello dei loro persecutori, ignorando che c’è sempre stato qualcuno che ha lottato per assicurare la presenza cristiana in Siria.

Alla vasta letteratura sul tema (si pensi ai libri in lingua italiana del reporter di guerra Gian Micalessin, Fratelli traditi, e del giornalista Fulvio Scaglione, Siria – I cristiani nella guerra), si aggiunge anche il libro “Voci dalla Siria” di Mark Taliano, ricercatore del Center for Research on Globalization (CRG) e autore di Global Research Publishers, 2017.  L’autore unisce anni di ricerca con osservazioni sul campo e nel suo volume presenta ai lettori un’analisi informata e ben documentata tanto da essere considerata oggi il principale e più autorevole documento sui media in Siria. Il libro sostiene una tesi non molto amata dal giornalismo occidentali, ovvero che nel paese il pluralismo religioso stia risorgendo, a volte letteralmente dalle ceneri.

Si parla tanto dei profughi ma non si racconta mai del loro ritorno in patria, in un paese che l’esercito di Damasco con il sostegno della Russia e dei suoi storici alleati regionali (Iran ed Hezbollah) ha liberato dai terroristi la cui barbarie è ben impressa nella mente di milioni di siriani. In decine di migliaia hanno rifatto la strada di ritorno dai campi in Libano, Turchia, Giordania e Iraq. Altri stanno pensando di ritornare persino dall’Europa. Certo, non tutti i cristiani fuggiti dalla Siria nel corso della guerra non tornano nel paese ma questo non perché c’è Assad ma solo perché si preferisce, dopo una fuga drammatica da un luogo di guerra, provare a costruire una nuova vita in luoghi che danno maggiore sicurezza. Del resto, il numero dei cristiani in Siria oggi è dimezzato mentre quello nell’Iraq liberato è ridotto a meno di un quinto e la comunità prossima all’estinzione. Sono numeri che smontano la tesi dei nemici di Assad in funzione anti cristiana.

Certo, la ricostruzione è lenta e faticosa, il paese, smembrato e ridotto in molte delle sue parti in un cumulo di macerie, soffre, per via delle sanzioni, la fame e il deficit di cure mediche, ma la popolazione ha ripreso a vivere sotto un cielo che non è più quello cupo dello Stato Islamico e delle bande jihadiste. Mark Taliano prende l’antica città di Maaloula come esempio della rinascita, soprattutto per i cristiani. Luogo sacro per eccellenza, dove si parla ancora l’aramaico, la lingua di Cristo, dopo la distruzione dei santuari, delle chiese e persino delle moschee da parte dei terroristi di al Qaeda, oggi è un esempio di pluralismo religioso tipico della migliore tradizione orientale.

La Siria è ritornata a essere la terra dei profeti, del dialogo religioso, dei riti sacri e di quelle antiche testimonianze che hanno posto questo luogo al centro della cristianità nel mondo. Che piaccia o meno, il merito è in gran parte del Presidente Assad al quale si possono certamente attribuire molte colpe ma non certo quella di aver lottato per mantenere la Siria integra, sovrana, laica e plurale, un’architettura poco gradita all’Arabia Saudita e alla sua ideologia wahabita, ma soprattutto libera dal giogo del terrorismo islamico e dalla violenza jihadista.

Ancora oggi circolano delle vere e proprie fake news, sulle quali si nutre l’opinione pubblica, circa i crimini commessi dal governo siriano. Parlando dei cristiani salta all’occhio quella messa in circolazione dal Syrian Network for Human Rights, una finta organizzazione umanitaria pagata dall’emiro del Qatar, che di terrorismo se ne intende visto che in Siria ha foraggiato a suon di petroldollari i gruppi armati autori di massacri su vasta scala. Lo stesso Emiro, attraverso la sua emittente, Al Jazeera, si è macchiato delle peggiori nefandezze nel campo dell’informazione mondiale, con falsi scoop propinati allo solo scopo di far ricadere su Damasco e Mosca colpe che invece sono attribuibili interamente sui cosiddetti ribelli.

Secondo tale organismo, il presidente siriano dal 2011 a oggi avrebbe attaccato volutamente 124 chiese nel paese. L’intento è quello di screditare quanto riportato dalle stesse comunità cristiane, dalle autorità ecclesiastiche del paese e dai giornalisti che hanno raccolto testimonianze in pieno contrasto con quanto affermato da un gruppo mediatico che non può essere considerato né indipendente né libero. Del resto, lo fanno anche alcuni giornalisti e opinionisti che in Siria non ci sono mai andati ma pensano di detenere la verità in tasca. Intanto, sotto le bombe dei quartieri occupati dai terroristi ci stavano loro, i preti, le suore, i chierici e quei fedeli che non hanno mai smesso di aiutarsi a vicenda e di aiutare il prossimo, senza pensare che quel prossimo fosse cristiano, ebreo o musulmano. E in quegli anni lunghissimi, tutti loro, da Aleppo alle periferie di Damasco, avevano la consapevolezza che il male aveva il volto dei jihadisti e non quello di Assad.

Condividi

Saremo invasi dai musulmani? Così la propaganda stravolge l’inchiesta di Le Point

I giovani musulmani in Francia abbracciano in numero sempre più crescente il fondamentalismo e l’ortodossia. Questo, in sostanza, quanto emerge da un’inchiesta del giornale Le Point* che sta scuotendo la Francia e preoccupa l’Europa. Manco a dirlo, l’interessante reportage di Jérôme Fourquet, uno dei più acuti analisti politici transalpini, è stato preso a pretesto da una parte del mondo sovranista per lanciare una campagna contro l’Islam tout court e in difesa della civiltà cristiana. Sullo sfondo rimane la tesi, la più pessimistica, secondo la quale entro il 2050, continuando così le cose, i cittadini musulmani costituiranno la maggioranza della popolazione in Europa e il fondamentalismo troverà terreno fertile per sovvertire l’ordine e i principi democratici dell’Occidente. Questa affermazione, come è ovvio, serve a rafforzare le politiche di chiusura delle frontiere e di impedire che nel nostro continente arrivino altri immigrati musulmani.

Prima di analizzare l’inchiesta di Le Point, occorre sottolineare come i più autorevoli studi demografici affermino che se anche i profughi e gli immigrati continuassero a venire in Europa allo stesso ritmo, e con una simile composizione religiosa, da qui al 2050 la popolazione musulmana potrebbe quasi triplicare e arrivare al 14%. Se invece l’immigrazione cessasse completamente la popolazione musulmana potrebbe arrivare al 7,4% entro il 2050. Una delle ragioni di tale crescita è che i musulmani europei sono in media più giovani degli altri europei di 13 anni. Hanno, inoltre, più figli, in media un figlio in più per donna.

Se non venissero ammessi più profughi nei paesi europei, ma l’immigrazione continuasse al ritmo attuale, sulla base dei dati di metà 2016 la popolazione musulmana potrebbe più che raddoppiare arrivando all’11,2 percento. Sono numeri importanti ma che smentiscono la tesi catastrofista dei sovranisti europei e italiani.

Detto questo, tra la maggioranza dei profughi giunti in Europa in questi ultimi anni quella siriana è la componente più numerosa e non rappresenta certo un pericolo perché, abituata a vivere in una struttura statale in cui il pluralismo religioso era ed è tutt’ora, benché il paese sia devastato dalla guerra, un elemento fondante della convivenza civile. La Francia da questo punto di vista è un modello particolare, come del resto il Belgio. Non è un caso che gli attentati terroristici di matrice jihadista che hanno colpito Parigi e Bruxelles siano stati condotti non da immigrati ma da cittadini francesi di origini musulmane, di seconda e terza generazione.

L’inchiesta di Jérôme Fourquet fotografa un quadro noto da tempo e va analizzato con il piglio di chi conosce la società francese e le sue periferie. L’emarginazione delle nuove generazioni di stranieri, non soltanto musulmani, che non riescono a integrarsi nel paese è un fenomeno che ciclicamente si ripropone all’attenzione dell’opinione pubblica. I cosiddetti ‘sans papiers’, gli immigrati illegali francesi, occupano le cronache da più di 20 anni.

Non si possono dimenticare le rivolte del 2005 nelle banlieue, tre settimane di sommosse e di scontri che rappresentano la più importante rivolta in Francia dal maggio del 1968. Parliamo di contesti urbani in cui i padri o i nonni di molti giovani africani di seconda o terza generazione hanno vissuto per decenni in baraccapoli: erano la forza lavoro utilizzate dalle imprese francesi per dare vita a nuove abitazioni nell’ambito di un piano di ricostruzioni che doveva restituire non solo spazi ma anche dignità agli abitanti delle periferie. Soltanto in un secondo momento quei lavoratori, dopo aver vissuto in contesti disumani, riuscirono ad entrare in una casa vera e propria, in quei condomini con affitto moderato che hanno rappresentato uno scatto sociale per tanti “esclusi” dalla società francese. Negli anni Ottanta l’aumento della disoccupazione e la disperazione hanno contribuito a creare fenomeni diffusi di illegalità a cui si sono aggiunti elementi religiosi e politici, come dimostrano gli attentanti del 1998 condotti dall’islamismo militante. Dal 1997, anno in cui si costituì il primo collettivo dei Sans Papier, a oggi la posizione di migliaia di stranieri è stata regolarizzata ma sono ancora tanti quelli (si parla di 100 mila) che ancora aspettano di uscire dal cono d’ombra in cui sono costretti a vivere.

Leggere l’inchiesta di Le Point senza considerare questa premessa rischia di stravolgere il significato di quei numeri che destano preoccupazione perché il rischio non è certo l’assimilazione della cultura occidentale, con profonde radici cristiane, da parte di quella islamica ma il concreto e imminente pericolo di sicurezza che il fondamentalismo delle nuove generazioni di musulmani francesi costituisce per tutta l’Europa. Un fenomeno già visto in altri contesti del Mediterraneo, come ad esempio la Tunisia che, infatti, è il paese dal quale sono partiti più combattenti in Siria dove sono andati a ingrossare le fila di formazioni jihadiste come Daesh o Al Qaeda.

Ecco, più che gridare all’invasione musulmana, c’è da chiedersi che cosa stia facendo concretamente la Francia di Macron per prevenire il rischio di attentati e quali politiche stia portando avanti nelle periferie francesi per evitare che la povertà, il disagio e l’emarginazione di molti giovani rappresentino il terreno fertile per l’affermarsi, su larga scala, dell’estremismo di matrice islamica.

*“La percentuale di persone che partecipa alle preghiere del venerdì in moschea è più che raddoppiata, dal 16 per cento nel 1989 al 38 per cento oggi. È spettacolare. Notiamo un calo della percentuale di persone che dichiara di bere alcolici, dal 35 per cento nel 1989 al 21 per cento oggi. Solo il 41 per cento ritiene che l’Islam debba conformarsi alla laicità, contro il 37 per cento che ritiene che sia al contrario la laicità che deve adattarsi all’Islam. L’82 per cento ritiene che il cibo halal deve essere consumato nelle mense scolastiche e il 68 per cento ritiene che una ragazza dovrebbe essere in grado di indossare il velo a scuola. Tra gli intervistati, il 27 per cento concorda con l’idea che ‘la sharia dovrebbe prevalere sulle leggi della Repubblica’”.

Condividi

Elezioni in Tunisia, l’Italia non sia distratta

Le elezioni presidenziali in Tunisia non possono essere guardate con distrazione dall’Italia giacché tra i due paesi, affacciati l’uno davanti all’altro nel Mar Mediterraneo, corrono relazioni economiche, diplomatiche e culturali molto profonde. Anche di recente, il nostro governo ha ribadito l’intenzione di voler diventare il primo partner della Tunisia, rafforzando un legame di profonda amicizia che però non è scevro da problemi. Il riferimento è certamente la questione dei flussi migratori: nel 2018, infatti, i tunisini hanno rappresentato la principale nazionalità di migranti giunti nel nostro paese, con una cifra che si è attestata a poco più di 4000 persone giunte nelle nostre coste.

Una questione spinosa perché l’Italia nel frattempo, grazie a una serie di progetti di cooperazione, è impegnata a formare moltissimo giovani nelle proprie università con lo scopo di creare una futura classe dirigente in grado di creare sviluppo nel paese africano ma anche un ponte con l’Italia, con l’obiettivo di rafforzare sinergie, scambi e persino percorsi di sviluppo congiunto nel bacino mediterraneo.

Qualche dato aiuta a comprendere meglio l’importanza di un paese che rappresenta una piattaforma produttiva naturale per le imprese italiane impegnate a diversificare le proprie attività e penetrare nuovi mercati nel Maghreb, Africa subsahariana e Golfo. L’Italia è  il secondo partner commerciale della Tunisi con interscambio bilaterale nel 2018 attorno ai 5,9 miliardi di euro, e un saldo in attivo. Siamo il secondo cliente e il primo fornitore della Tunisia, con una quota di mercato superiore al 16%.

La nostra presenza economica annovera un migliaio di imprese, che danno lavoro a 63 mila tunisini. Una presenza massiccia, quasi un terzo di tutte le imprese a partecipazione straniera. Le nostre aziende, pur nel contesto non facile degli ultimi anni, hanno mantenuto la loro posizione nel mercato tunisino. L’Italia è molto presente nei settori manifatturiero (soprattutto tessile/abbigliamento), energetico, costruzioni e grandi opere, componentistica automotive, bancario, trasporti, meccanico, elettrico, farmaceutico, turistico e agro-alimentare.

Ecco, guardare a quel paese come un semplice contesto estero, non dissimile dagli altri, è profondamente sbagliato. Le elezioni presidenziali, del resto, sono state un banco di prova importante per capire, o almeno intuire, quale strada intraprenderà la Tunisia del futuro. Il primo turno ha riservato qualche sorpresa e al ballottaggio sono finiti, tra i 26 in corsa, due candidati “fuori sistema”: il docente universitario e costituzionalista Kaïs Saïed e l’imprenditore Nabil Karoui, che proprio durante la campagna elettorale è finito in carcere per reati finanziari. Uno dei grandi sconfitti è il candidato di Ennahda, Abdelfattah Mourou, il partito islamista che in questi anni ha provato ad ammorbidire le sue posizioni conservatrici fino a una revisione, solo parziale a dire il vero, dell’idea di Islam politico, quasi una necessità all’indomani degli attentati terroristici che hanno scosso il paese.

Lo scontro non è più tra islamisti e laici ma tra progressisti e conservatori, tra chi ha una idea moderna dello Stato e chi ancora è radicato in dinamiche che premiamo solo le grande aree urbane, relegando le aree periferiche a condizioni di sotto sviluppo permanente. Il populismo di Karoui, che certamente affascina una parte della popolazione, sembra essere un elemento di destabilizzazione del quadro politico interno. Il dato che preoccupa di più è la bassa affluenza al voto, ben sotto al 50 per cento, segno che dalla rivoluzione dei Gelsomini a oggi a regnare è il disincanto e la sfiducia verso la classe dirigente di un paese che vive di fortissimi contrasti ideologici e di una precarietà democratica dovuta principalmente a fattori economici e di distribuzione di ricchezza che ha acuito le disuguaglianze sociali. L’Unione Europea, e in particolare l’Italia, hanno il difficile compito di sostenere un percorso democratico capace di contrastare povertà e disoccupazione che sono la prima causa dei fenomeni migratori e del terrorismo. È evidente come sia necessario fornire il potenziale per stabilizzare la democrazia tunisina attraverso una economia forte, un impegno che gli alleati della sponda nord del Mediterraneo non possono disattendere. I più sfiduciati sono proprio i giovani che, a una prima analisi, sono quelli che hanno maggiormente disertato le urne. Chi tra gli under 30 ha scelto la strada del voto ha optato per Saïed, mentre gli anziani hanno premiato il controverso Karoui. Ora tutto si sposta a novembre, quando ci sarà il ballottaggio per la poltrona presidenziale. Nel mezzo, a inizio ottobre, le elezioni politiche che disegneranno nuove alleanze e nuove strategie, soprattutto per i partiti usciti malconci dal primo voto presidenziale.

Condividi

Politica estera, le sfide per l’Italia

Sono almeno cinque le principali sfide che il nascente governo M5S- Pd, guidato da Giuseppe Conte, deve affrontare in politica estera.  Sfide che dovranno chiarire una volta per tutte gli equivoci che fino a oggi hanno caratterizzato i recenti esecutivi. Il riferimento al precedente con l’ingombrante presenza di Matteo Salvini nella duplice veste di ministero degli Interni e, al contempo, di responsabile degli Esteri (de facto) ha causato molti problemi nei rapporti internazionali dell’Italia, specie nel bacino mediterraneo.

L’attuale maggioranza non offre maggiori garanzie anche se almeno su un punto il partito di Zingaretti e di Di Maio sembrano aver trovato una buona convergenza, almeno di facciata: il rapporto con l’Unione Europea oggi sembra più un terreno di incontro che di scontro tra i due principali azionisti del governo. Il via libera alla nomina della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen,  e a Paolo Gentiloni come nuovo Commissario Europeo per l’Italia hanno sancito una distensione nelle relazioni con Bruxelles, facilitate anche dal nuovo ministro dell’economia che da quelle parte gode di importanti amicizie e di una considerazione che dovrebbe consentire di non essere guardati con la diffidenza degli ultimi mesi.

Del resto, sono i pentastellati ad aver ammorbidito la loro linea, complice anche il nuovo corso del premier Conte che ha abbandonato le posizioni sovraniste del suo primo governo per condurre una linea più trattativista con le istituzioni continentali. L’uscita dall’Euro, che pure aveva alimentato una buona parte del movimento ai tempi in cui i veri leader erano Beppe Grillo e Roberto Casaleggio, oggi è stata del tutto accantonata. La parola d’ordine è riformare l’Europa da dentro e non a colpi di inutili spallate che, come dimostra la storia recente, non portano a nessun risultato.

La seconda sfida, che riguarda solo in parte i rapporti con Bruxelles, concerne la gestione dei flussi migratori. Al di là della disumana propaganda salviniana e del buonismo sciocco di una sinistra che si logora nell’incapacità  di affrontare la questione con senso di responsabilità, il vero nodo è quello dei rapporti con l’Africa. Il terminale libico non è la causa e neppure la soluzione di tutti i problemi. Un paese in guerra non può frenare il flusso migratorio che proviene da un continente che cresce al ritmo di 50 milioni di persone all’anno. Un continente destinato a diventare nel giro di 80 anni il più popoloso del pianeta. Se non si interviene creando sviluppo e ricchezza in questa parte del mondo, rinunciando alle politiche predatorie che ancora oggi impoveriscono intere nazioni, ogni discussione sulle migrazioni dal sud al nord del mondo non hanno alcun significato se non ad alimentare violenza e ignoranza. In questo quadro, l’Italia deve ritornare ad avere un ruolo forte anche in Medio Oriente, un posto che gli spetta di diritto e che purtroppo non esercita da tempo.

La guerra in Siria, l’avanzare del terrorismo di matrice jihadista, i rapporti con la Turchia di Erdogan, la questione israelo-palestinese e la promozione di un dialogo interreligioso che abbandoni la logica dello scontro di civiltà sono temi che devono ritornare al centro dell’agenda politica estera del nostro paese. Nel M5S e nel Pd ci sono sensibilità diverse ma urge un cambio di rotta soprattutto ora che alla Casa Bianca c’è Donald Trump. Gli Stati Uniti in salsa sovranista e isolazionista non possono più essere un modello per il nostro paese, Washington è inaffidabile e come dimostrano le ultime mosse del presidente statunitense anche un pericolo per la sicurezza mondiale. Un uomo che vive nel passato, i cui nemici sono i comunisti di Cuba, della Corea del Nord, della Cina e, tramite procura israeliana, il solito Iran. Nel frattempo, si continua a supportare l’Arabia Saudita, sponsor del terrorismo wahabita su scala mondiale e principale artefice di quella catastrofe umanitaria chiamata Yemen.

L’Italia non può permettersi di vivere ai confini del mondo, chiusa nel suo provincialismo permanente, con la paura di prendere autonome iniziative diplomatiche e libertà di movimento in contesti in cui ha il diritto, oltre che il dovere, di difendere i propri interessi.   In questo senso, Cina e Russia sono due grandi potenze economiche che non possono essere liquidate con la stolta politica delle sanzioni e dei dazi.

Liberarsi da certi pregiudizi (che poi sono quelli che portano la sinistra italiana a considerare tutti gli oppositori di Putin, anche quelli filo nazisti, dei paladini delle libertà e dei diritti civili) vuol dire impegnarsi a non tagliare fuori il nostro paese, una volte per tutte, dalle linee di traffico con l’Oriente, che non è solo via della Seta, e riannodare un filo commerciale con Mosca il cui mercato rappresenta per le aziende italiane una grande opportunità e fonte di ricchezza.

Insomma, il fragile governo “giallo-rosso”, in un mondo che corre a una velocità impressionante, come dimostra la mutevolezza delle alleanze diplomatiche, non può più permettersi di navigare a vista. Serve un briciolo di coraggio, anche perché i nostri storici alleati, si pensi alla Francia di Sarkozy e Macron, negli ultimi decenni hanno dimostrato di muoversi con una buona dose di spregiudicatezza nel contesto geopolitico globale, stringendo rapporti politici e accordi commerciali con importanti partner che non considerano più l’Italia un target strategico dal punto di vista economico.

Condividi

Venti di guerra tra India e Pakistan: ecco che cosa accade nel Kashmir

Soffiano sempre più forti i venti di guerra tra India e Pakistan. A tenere banco è ancora una volta la regione contesa del Kashmir. Entrambi i paesi ne rivendicano la sovranità anche se formalmente è sotto il controllo di Nuova Delhi. La contesa, oltre che politica, è soprattutto religiosa giacché alla minoranza di fede induista si contrappone quella islamica che in qualche modo gravita intorno a Islamabad, capitale pachistana.

La situazione è peggiorata nelle ultime ore con due mosse che hanno messo in preallerta gli eserciti delle due potenze. Il governo indiano ha dapprima lanciato un allarme circa possibili attentati terroristici e ha invitato le migliaia di soldati  a rafforzare la sicurezza nella regione himalayana a maggioranza musulmana.  Per questa ragione circa 20 mila persone, tra pellegrini hindu e turisti, sono stati invitati a lasciare il Kashmir. Ma l’esodo potrebbe riguardare oltre a 200 mila lavoranti stranieri.

La seconda mossa, che rischia di innescare un vero e proprio conflitto armato, è la revoca da parte dell’India dello “status speciale” dello Stato di Jammu e Kashmir e della sua capacità di legiferare in modo autonomo. Una decisione che cancella, con un colpo di spugna, l’articolo 370 della Costituzione. Di fatto viene introdotta la possibilità di acquisti immobiliari ai non residenti, finora vietati, e cancella le tutele per i locali nell’amministrazione pubblica e nell’istruzione universitaria. L’autonomia era tesa a integrare la componente musulmana nella società indiana, assicurando diritti e specifiche prerogative.

Senza lo statuto speciale, Nuova Delhi potrà assimilare in modo forzato il Kahsmir con l’obiettivo di indebolire la comunità di fede islamica. Una decisione che sicuramente provocherà disordini e proteste. Intanto l’India ha sospeso nella regione i servizi telefonici e di Internet e ha messo i leader locali  vicini al Pakistan agli arresti domiciliari. Oggi il Kashmir indiano è praticamente chiuso all’esterno. Il governo di Nuova Delhi ha ordinato “che non ci debba essere movimento di pubblico e che anche tutte le istituzioni educative devono rimanere chiuse”.

* L’India e il Pakistan si contendono il Kashmir sin dalla spartizione dell’impero coloniale britannico nel 1947. Gli eserciti indiani e pakistani quasi tutti i giorni si scambiano colpi di mortaio sulla linea del cessate il fuoco, che segna un confine di fatto tra le due parti del Kashmir. In più, un’insurrezione separatista infuria dal 1989 nel Kashmir indiano, causando la morte di oltre 70mila persone, per lo più civili. Nuova Delhi accusa il suo vicino di sostenere segretamente i gruppi armati che operano nella valle settentrionale di Srinagar, accuse che il Pakistan ha sempre negato con forza. D’altronde Islamabad lancia analoghe accuse all’India, tra cui quella di fare uso di bombe a grappolo contro civili, ma anche “colpi di mortaio e artiglieria”. Questo mentre i militari indiani affermano di aver ucciso diversi “aggressori” pakistani che cercavano di attraversare il confine “de facto” del Kashmir.

Condividi