Alessandro Aramu

Giornalista

Africa e migrazioni: sfatiamo qualche mito

Numerose ricerche, condotte ad esempio da soggetti autorevoli come l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) o l’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), ci dicono che l’Africa è il luogo delle migrazioni interne. Lo dicono in modo freddo i numeri che dimostrano come nel solo 2017, i flussi all’interno del continente africano abbiano riguardato quasi 20 milioni, l’equivalente di un terzo della popolazione italiana.

Migrazioni interne, dunque, mentre quelle verso gli altri continenti, Europa in testa, sono davvero poco significative in termini assoluti. Come se non bastasse, l’Africa è anche un luogo di arrivo e non solo di partenze, visto che quasi 7 milioni di extra continentali nel solo 2017 ha deciso di mettere piede in quei luoghi. Altri miti da sfatare è che da sud si viaggi necessariamente verso nord: il flusso verticale dal basso verso l’alto riguarda solo il 35% della popolazione mondiale, mentre gli altri si spostano su altre direttrici. Ad ogni modo è interessante capire quali siano i paesi dai quali ci si muove di più all’interno dell’Africa. In ordine decrescente sono: Etiopia, Nigeria, Uganda, Costa d’Avorio e Sud Africa.

Sfatato il primo mito, ovvero quella dell’invasione dell’Europa da parte degli africani, resta da capire chi siano effettivamente i migranti che arrivano sulle nostre coste. Fermo restando, come ho già avuto modo di dire, che l’Africa è il continente delle guerre dimenticate, del saccheggio delle materie prime e del deficit di democrazia e dei diritti civili, anche qui bisogna contraddire una certa narrazione, usata strumentalmente a fini di mera propaganda politica.

I dati elaborati dall’ISPI per Dataroom, mostrano un quadro molto chiaro. Negli ultimi sei anni, su 1 milione e 85 mila migranti africani sbarcati in Europa, il 60% proveniva da Paesi con un reddito pro capite tra 1.000 e 4.000 dollari l’anno, considerato medio-basso dalla Banca mondiale per il continente africano. Il 29% tra i 4 e 12 mila dollari, ossia medio-alto; il 7% da Paesi dove c’è un reddito alto (sopra i 12.000 dollari) e solo il 5% dai Paesi poverissimi (sotto i mille dollari). Insomma, a emigrare è soprattutto la classe media e non i poverissimi.

Secondo la Banca mondiale – che ha osservato i 100 milioni di persone che nel mondo si sono spostate negli ultimi 25 anni –  sotto i mille dollari le migrazioni sono basse o assenti; tra i 1.000 e i 4.500 aumentano e arrivano al picco; tra 4.500 e 12 mila iniziano a diminuire; sopra i 12 mila si diventa Paese di immigrazione.

Per quanto riguarda l’Italia, per completare una radiografia del fenomeno, in Italia il numero più alto di arrivi (87.225) è dalla Nigeria, dove il reddito pro capite è di 5.473 dollari l’anno; dal Senegal (30.280 partenze), il reddito medio è di 2.781 dollari; dalla Costa d’Avorio (22.240) e il reddito 2.880 dollari.  Indipendentemente dalla posizione geografica, ed esclusi i Paesi con conflitti in corso dove gli spostamenti sono interni e nei Paesi confinanti, là dove il reddito è basso le partenze sono minime.

Dal Burundi (reddito 742 dollari), ne sono arrivati 30; dalla Repubblica Centrafricana (731 dollari) 165; dal Niger (reddito di 870 dollari) 1.135 arrivi. I flussi tendono a fermarsi quando il reddito medio supera i 12 mila dollari, ed è il caso del Sud Africa, Botswana e Guinea Equatoriale.

Ecco, tutto questo per dire che quando si parla del fenomeno delle migrazioni, soprattutto se riferito a un continente che cresce al ritmo di 60 milioni di persone all’anno (con una proiezione nel 2100 di circa 4,4 miliardi di abitanti), è bene guardare i numeri e non piegarsi, come fa la gran parte dei media, alla propaganda della politica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Nel 2100 un terzo del mondo sarà africano. I numeri per capire il continente nero

L’Africa, il continente dimenticato. Il grande triangolo nero è oggi forse il luogo più sconosciuto e terribile del pianeta perché da lì, più che altrove, provengono quelli che l’Occidente e il nord del mondo ritengono problemi di controversa soluzione. Del resto, per decenni, quel continente è stato depredato, e continua a esserlo ancora oggi, delle sue più importanti risorse. In cambio gli abbiamo dato instabilità, povertà e persino spazzatura, giacché quello era uno dei luoghi preferiti dai governi e dalle criminalità per smaltire milioni di tonnellate di rifiuti, spesso tossici. Detto questo, per capire che cosa è oggi l’Africa oggi e che cosa sarà domani, dobbiamo affidarci a qualche numero e indicatore demografico.

Con una popolazione di circa 1,3 miliardi (nel 1930 nel contenente vivevano solo 150 milioni di persone), gli studi ci dicono che fra  30 anni, quindi nel 2050, l’Africa potrebbe avere circa 2,5 miliardi di abitanti, praticamente il doppio di oggi. Nessun continente al mondo cresce a questi ritmi. Ogni anno, quindi, nel continente nero nasce un paese grande quanto l’Italia. Le previsioni a lungo termine delle Nazioni Unite parlano di 4,4 miliardi di africani nel 2100, in un mondo con poco più di 11 miliardi di abitanti. Quindi se si continuerà con questo tasso di crescita, più di un terzo della popolazione mondiale alle soglie del nuovo secolo sarà in Africa. Per capire la portata di questo boom demografico, si può fare riferimento alla capitale del Kenya, Nairobi. La città oggi ha circa 5 milioni di abitanti, nel 2100, ovvero fra 80 anni, potrebbe arrivare a 46 milioni di residenti.

Altri numeri ci danno un’immagine più dettagliata, e non conosciuta da tutti, di che cosa è realmente l’Africa:

  • Il 40-50% della popolazione ha meno di 15 anni;
  • Rispetto al resto della popolazione mondiale, che si è sostanzialmente stabilizzata, quella dell’Africa sta subendo un processo violentemente metastasico: ogni 15 anni, la metà della popolazione sub sahariana si ricambia;
  • La tendenza in Africa è di cinque figli a testa;
  • I primi 5 paesi africani per numero di abitanti: 1) Nigeria: 154 milioni; 2) Etiopia: 85 milioni; 3) Egitto: 80 milioni; 4) Congo: 71 milioni; 5) Sudafrica: 47 milioni.
  • Secondo le valutazioni della Banca Mondiale, oltre un terzo della popolazione dell’Africa Sub-Sahariana vive sotto la soglia di povertà estrema (cioè dispone di meno di 1,90 dollari al giorno, secondo la nuova definizione della soglia di povertà), e in questa regione si concentrano 347 dei 702 milioni di poveri del pianeta, secondo le stime riferite al 2015. Secondo altre stime, il dato è ancora peggiore: il 70% della popolazione vivrebbe con meno di un dollaro al giorno.
  • L’intero continente produce solo il 3% del Prodotto Interno Lordo mondiale, praticamente come la ricchezza prodotta dalla Francia.

Sono numeri che ci dicono che niente, o quasi, potrà bloccare i flussi migratori da questa parte del mondo, tanto più inevitabili se si continuerà a investire poche risorse nello sviluppo e nella crescita di paesi che vivono, come dimostrano le tante guerre in corso, un deficit di democrazia, libertà e rispetto e di diritti civili.  Insieme all’Asia, l’Africa è il continente con più guerre in corso, guerre del tutto dimenticate, ignorate dai media, dall’opinione pubblica e dalle istituzioni regionali.

Un esempio emblematico è rappresentato  dalla Repubblica Democratica del Congo: la guerra civile, a intermittenza, devasta dal 1998 questo stato africano. Si stima che il conflitto abbia fatto cinque milioni di vittime, molte delle quali civili. Si tratta del conflitto che ha fatto più vittime dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, più del Vietnam, più della Corea, più della Siria e dell’Iraq.

Dal 2018, nelle province nord-orientali del Nord Kivu e dell’Ituri, sono ripresi i combattimenti interetnici che hanno causato più di un milione di sfollati interni. Centinaia di migliaia di congolesi sono stati costretti a fuggire in Uganda attraverso il lago Alberto. La lotta tra gruppi armati per il controllo del territorio e delle risorse, la distruzione di scuole e abitazioni e gli attacchi ai civili hanno creato importanti bisogni umanitari. A questa situazione, nell’agosto dello scorso anno, si è aggiunto un focolaio di Ebola.

Ma l’inferno non si ferma qui: questa è una terra che vanta primati agghiaccianti, come quello delle bambine violentate e mutilate dalle milizie private. La violenza usata come arma di guerra. Un inferno senza ritorno che costringe tutti noi, a maggior ragione chi fa informazione, a guardare senza pregiudizi un continente devastato da conflitti, spesso acuiti dalle politiche di saccheggio che il nord del mondo, a partire dall’Europa, ha condotto fino a oggi.

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I cristiani di Siria traditi da Papa Bergoglio e dall’establishment del Vaticano

La propaganda anti Assad ha colto l’occasione della lettera di Papa Francesco al presidente siriano, nella quale in sostanza gli si chiede di porre fine alle migliaia di detenzioni illegali, alle torture, alle sparizioni, alle esecuzioni extragiudiziali degli oppositori politici, per sferrare un ennesimo colpo alla corretta informazione sulla guerra che da anni devasta il paese arabo. Quella lettera è suonata come un tradimento della Santa Sede, e dei suoi alti prelati, ai tanti cristiani che in questi anni sono stati letteralmente abbandonati al loro destino consentendo alle bande armate anti governative di brutalizzare le loro esistenze non solo con eccidi e sparizioni di massa ma anche con l’esodo forzato in altri luoghi.

La presenza cristiana in Siria in questi anni è stata assicurata grazie alla protezione che il presidente Assad e il suo esercito hanno fornito a intere comunità prese di mira dai terroristi di matrice jihadista. È una dato certo che nessuna propaganda dei media, soprattutto quelli italiani guidati dall’indecente quotidiano Avvenire, il giornale della Conferenza Episcopale Italiana, che vanta il record di manipolazioni dell’informazione sulla guerra in Siria, tanto da essere additato come il primo giornale cristiano che difende i carnefici (i gruppi anti Assad) e non le vittime (i cristiani stessi).

La sensazione è che il Santo Padre sia stato ancora una volta indotto in errore dai suoi consiglieri, molti dei quali stanno ancora in Siria tradendo la loro missione di fede e sacerdotale. È prevalsa dunque la linea gesuita alla Padre Dall’Oglio, intrisa di odio anti regime e di bugie, e non quella francescana basata sulla resistenza, sulla misericordia e sulla verità dei fatti. Non incolpo dunque Bergoglio, incolpo i suggeritori dell’odio, quei cristiani che tradiscono i cristiani e vendono la loro pelle ai gruppi jihadisti.

Al Santo Padre, sommessamente, suggerisco la lettura di due libri: Fratelli Traditi del reporter di guerra Gian Micalessin e Siria, i cristiani nella guerra del giornalista Fulvio Scaglione. Sono due colleghi che stimo e che mi onorano della loro amicizia. Sono davvero felice di aver potuto presentare i loro libri in occasione del Meeting Internazionale delle Politiche del Mediterraneo che il Centro Italo Arabo organizza ogni anno in Sardegna, una terra di resistenza e di lotte, proprio come quelle affrontate dai cristiani in Siria.

Ecco, se il Pontefice avesse letto questi libri, avesse ascoltato in prima persona il grido di dolore dei suoi cari fratelli cristiani, probabilmente quella lettera sarebbe stata diversa. La convinzione è che la sua mano sia stata guidata da qualcun altro, da una penna che ha sparso non inchiostro ma veleno e retorica anti Assad con il solo scopo di fornire all’opinione pubblica, per l’ennesima volta, un quadro molto diverso di quanto sta accadendo dal 2011 in Siria.

La guerra è guerra e io per primo so bene che il regime non usa i guani di velluto contro gli oppositori politici e i nemici dello Stato. Le torture ci sono e c’è anche tutto il resto. Per rimanere in piedi, per salvare la propria sovranità e unità, per combattere il terrorismo e respingere gli attacchi stranieri, il governo ha dovuto necessariamente incattivirsi e difendersi con maggior forza, anche violando i diritti umani.

Dall’altra parte, però, e Bergoglio lo deve sapere, ci sono le forze del male, i tagliagole, gli stupratori, gli attentatori armati dall’occidente e dalle monarchie del golfo, ci sono i nemici della libertà, del progresso e della democrazia. Ecco, dimenticare tutto ciò significa, inevitabilmente, essere complice dei terroristi. In tutto questo, caro Papa Francesco, di cristiano non ci vedo davvero nulla.

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Morto il Presidente Essebsi, con lui una Tunisia laica e progressista

Un paese fragile, ferito dal terrorismo e da una crisi sociale che vede nel malcontento delle fasce più giovani della popolazione un elemento di forte instabilità interna. La morte de novantaduenne presidente Béji Caid Essebsi, erede naturale di Habib Bourghiba, di cui era stato ministro,  getta un’ombra di incertezza sul futuro della Tunisia. Ha incarnato il senso più autentico della politica progressista e laica, autentico baluardo contro il fondamentalismo islamico e la deriva estremista che ha portato a essere il paese come il più grande serbatoio di jihadisti nella guerra in Siria.

Se ne è andato nel giorno della Festa della Repubblica, dopo essere stato ricoverato per le conseguenze di una intossicazione alimentare che lo aveva portato in ospedale per ben due volte a giugno.  Soltanto un anno fa, malgrado l’età avanzata, non aveva escluso una sua ricandidatura. Le dimissioni dell’anziano presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, a seguito di proteste di piazza e di pressioni dell’apparato militare nazionale, gli avevano fatto cambiare idea, ben sapendo che nel paese stava maturando con sempre più forza la richiesta di una stagione di rinnovamento e di ringiovanimento della classe dirigente tunisina.

Una notizia che non è giunta inattesa ma che comunque lascia un profondo vuoto per l’importanza che il Presidente Essebsi ha avuto in questi anni, dopo la rivoluzione dei gelsomini del 2010- 2011, come elemento stabilizzatore della politica tunisina anche a livello internazionale.  Molte delle cause che hanno determinato quelle sommosse però non sono state rimosse: disoccupazione, rincari alimentari e cattive condizioni di vita, soprattutto nelle fasce più povere e giovani della popolazione, specie nelle aree non urbane, sono problemi che ancora oggi rischiano di far esplodere un paese che molti osservatori internazionali definiscono una vera e propria pentola a pressione.

Certo, la ripresa del turismo, un nuovo slancio economico derivante dalle ingente risorse economiche immesse nel mercato interno  dalle organizzazioni sovranazionali, non ultima l’Unione Europea.  Dal 2014 era capo dello Stato, in precedenza aveva ricoperto il ruolo di primo ministro e, sotto Ben Ali, anche l’incarico di presidente della Camera.  Non è una bestemmia definirlo un padre della patria anche se ha partecipato come uomo di primo piano a stagioni politiche non brillanti per il paese.

Ad ogni modo, a Essebsi va il merito di aver proseguito l’azione di laicizzazione del paese, percorrendo la strada riformatrice del mitico Bourghiba. Se quest’ultimo con il codice della famiglia del 1956 aveva garantito alle donne tunisine una vita con maggiori diritti rispetto alle cittadine degli altri paesi arabi, il primo ha favorito la legge che permette alle tunisine di sposare non musulmani e quella contro la violenza di genere. Si tratta di norme che hanno rotto un tabù nel mondo islamico dove è vietato, per una donna di fede islamica, sposare uomini di altre religioni, mentre invece è consentito agli uomini.

Sotto la guida di Essebsi, la Tunisia ha fatto un altro significativo passo in avanti nella direzione della parità tra gli uomini e la donna, e lo ha fatto imponendo la parità nell’eredità, una misura che il testo sacro del Corano vieta giacché alle donne  è riconosciuta la metà di quanto spetta invece agli uomini.  Misure che hanno rafforzato l’alternativa al partito islamista di Ennahdha, costretto, in parte,  anche a rivedere alcune posizioni estremiste e intransigenti di fronte a una società che chiedeva maggiore apertura e più diritti. Un’eredità pesante che le forze progressiste e laiche del paese dovranno essere capaci di gestire, anche se le divisioni pesano come un macigno sui prossimi sviluppi politici nazionali: dalla spaccatura del partito di Essebsi, Nidaa Tounes, è nato un nuovo partito che si è alleato proprio con le forze islamiste.  Meno di un anno fa aveva ventilato l’ipotesi di una sua ricandidatura.

Che cosa succederà ora? La costituzione prevede che la presidenza sia assunta, per un periodo che va da 45 a 90 giorni, dal presidente del Parlamento, ovvero da Mohamed Ennaceur che in un discorso alla nazione trasmesso in diretta televisiva, ha fatto un richiamo all’unità. Le elezioni presidenziali sono state anticipate e fissate al 15 settembre.

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Oltre la guerra in Siria: i limiti dell’informazione

La Siria raccontata attraverso la cronaca quotidiana delle battaglie e da una prospettiva solo ed esclusivamente militare – come se il fronte di guerra fosse l’unica misura di quanto sta accadendo in quell’area geografica – oltre a essere noiosa, è un fallimento per l’informazione. Certamente non aiuta a comprendere i mutamenti in corso nella società siriana, le trasformazioni e anche i limiti di una gestione della ricostruzione derivanti non solo dal peso delle sanzioni ma anche da quello annoso, e mai risolto, della corruzione interna. 
Dopotutto, Bashar al Assad sa bene che alcuni oscuri funzionari del partito Bath, in particolare quelli periferici, sono i peggiori nemici della libertà e della pace sociale nel Paese.  Era così prima della guerra, in quella stagione di riforme mancate e di corruzione diffusa, spesso compiuta alle spalle del Presidente, e lo è ancora di più oggi.
Serve uno sforzo maggiore, dunque, per tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e impedire di coltivare nemici interni, più subdoli e invisibili rispetto a quelli armati. Voler bene alla Siria significa saper e voler raccontare non il centimetro di terra sottratto ai terroristi ma anche il centimetro di spazio sottratto alla disinformazione a favore della verità dei fatti. Anche nelle zone liberate permane una condizione di povertà e di disagio notevole, il cibo non è di facile reperibilità, l’energia e l’acqua spesso scarseggiano. Le cause sono in parte note, in parte taciute, non per disonestà intellettuale ma per debolezza delle fonti da cui attingere le notizie. Raccontare a senso unico, da una parte o dall’altra, è un esercizio semplice quanto rischioso, soprattutto se si fa in modo corretto il mestiere di giornalista.
La Siria non è solo Damasco e, in parte, Aleppo ma anche quei tantissimi piccoli centri, anche rurali, che oggi sono marginalizzati nel processo di ricostruzione. Penso che si debba pretendere dagli alleati, soprattutto da quelli più competitivi nel mercato globale, uno sforzo maggiore per il rilancio economico della Siria perché si rischia un’implosione del sistema sociale e politico attuale con grande incertezza per il futuro. Il problema è proprio come risollevare l’economia di un paese devastato e, comunque, isolato una decisione scellerata degli Stati Uniti e dell’Europa.
Ecco, se proprio devo dirla tutta, oggi la posizione di Assad mi sembra meno salda di ieri. Un tempo si poteva essere o con lui o contro di lui. Le cose sono cambiate, quella logica non funziona più, neanche sotto il profilo della narrazione giornalistica.  Nella società siriana ci sono sfumature che vanno colte, segnali che non possono essere trascurati, perché quella società, devastata in quella che sarebbe diventata la classe dirigente del futuro, è molto più complessa di come è descritta anche dai cosiddetti “filo governativi”. Come insegna la storia, è proprio il post guerra (ancora in corso) che riserva le maggiori sorprese.
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Nucleare iraniano, la Cina e il “bullismo” americano

Il commento più efficace in merito alla questione nucleare iraniana è arrivato dalla Cina e precisamente dal portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang, che ha definito “il bullismo unilaterale degli Usa un tumore che si diffonde e sta creando più problemi e crisi su scala globale”.

Pechino mal digerisce le politiche economiche di Trump, che fanno del protezionismo una minaccia costante nelle relazioni diplomatiche con altri paesi. Dazi e sanzioni sembrano essere le (sole) parole d’ordine di Washington: il tempo sembra essersi fermato a qualche decennio addietro, quando oltre cortina si nascondevano solo nemici.

La Cina, insieme ad altri Stati, come l’Iran appunto, sembra essere uno dei bersagli preferiti del presidente statunitense che i più stretti collaboratori, come rivelano alcune fonti, definiscono “imprevedibile, egocentrico e pericoloso”.

Detto questo, Pechino giudica del tutto comprensibile la decisione di Teheran di innalzare il livello dell’arricchimento dell’uranio a 4,5%, rispetto al 3,67% consentito dall’accordo del 2015. Il paese asiatico ha intrapreso una strada simile visto che la produzione di energia nucleare è aumentata del 18,6 per cento su base annua nel 2018.

Attualmente in Cina sono operative 45 centrali nucleare con una capacità installata totale di 45,9 milioni di kW.  Pechino ha generato complessivamente 294,4 miliardi di kWh energia nucleare, circa il 4,2% delle produzione complessiva del paese. Grazie all’utilizzo dell’atomo ha evitato l’immissione in atmosfera di ben 280 milioni di tonnellate di Co2 e risparmiato 90 milioni di tonnellate di carbone.

E’ la  stessa strada che vuole intraprendere Teheran, per liberarsi dal peso delle sanzioni economiche che gli impediscono di vendere il petrolio all’estero, per liberarsi dalla dipendenza dal greggio e per produrre più energia pulita in un programma che non preveda la creazione di una bomba atomica come invece affermano, senza alcuna prova, sia gli Stati Uniti che Israele.

Malgrado le mistificazioni della stampa occidentale, una cosa è certa: la crisi nucleare è stata causata e voluta da Trump che ha stracciato in modo irresponsabile l’accordo del 2015. Quella di Teheran è una reazione legittima. Anzi direi di più: è legittima difesa.

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L’accordo sul nucleare è stato violato da Trump e non dall’Iran

L’Iran ha innalzato il livello dell’arricchimento dell’uranio a 4,5%, rispetto al 3,67% consentito dall’accordo del 2015. Lo ha affermato Behruz Kamalvandi, portavoce dell’Organizzazione per l’energia atomica dell’Iran, aggiungendo che campioni dell’uranio arricchito saranno inviati all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea).  Non stupisce che la stampa occidentale, compresa quella italiana, nel commentare la notizia faccia notare che Teheran con questa decisione si sia posta fuori dall’accordo che fu siglato, dopo un’estenuante trattativa, con l’UE e soprattutto con gli Stati Uniti dell’allora presidente Barack Obama.

La verità è che l’Iran quell’accordo lo ha sempre rispettato e ad averlo violato per primo è stato l’attuale presidente americano Donald Trump. Era l’8 maggio dello scorso anno quando venne annunciata la decisione degli Stati Uniti di uscire dall’accordo con l’aggiunta, ingiustificata, di nuove sanzioni contro il paese islamico. A ispirare la decisione della Casa Bianca, secondo autorevoli fonti, è stato il fedele alleato Israele che a Washington ha una sorta di dependance diplomatica anche grazie alla presenza di Jared Kushner, genero di Trump nato in una ricchissima famiglia ebrea e consigliere personale per il Medio Oriente. Nell’annunciare la svolta, condannata da tutti gli alleati europei e lodata ovviamente da Israele e i paesi sunniti del Golfo Persico, il presidente americano affermò: “Non avremmo mai dovuto firmare quel contratto, non ha portato la pace e non la porterà mai. Dobbiamo punire chi non rispetta le regole, chi imbroglia. L’accordo con l’Iran serve solo alla sopravvivenza del regime a cui permette ancora di arricchire uranio”.

Niente di più falso. Come hanno dimostrato le ispezioni effettuate in questi anni, l’Iran ha sempre rispettato le regole e non ha mai imbrogliato nessuno. Di vero c’è soltanto la pericolosa esaltazione dell’amministrazione americana responsabile di voler inasprire a tutti i costi lo scontro con un paese che non si allinea ai disegni egemonici degli Stati Uniti e dei suoi alleati in Medio Oriente. La guerra per procura in Siria – con il finanziamento dei gruppi radicali islamici in chiave anti Assad – è solo l’esempio più eclatante.

La decisione di stracciare l’accordo era stata anticipata (poche ore prima dell’annuncio in tv) da una fonte dell’amministrazione Usa e, sua volta, era stata a sua volta anticipata dallo stesso Trump al presidente francese Emmanuel Macron. Che i media occidentali capovolgano la narrazione senza un briciolo di memoria non stupisce, del resto l’Iran non gode di buona stampa dalle nostre parti dove la lobby ebraica domina da tempo l’informazione e ne condiziona direzioni, linee editoriali, promozioni e persino assunzioni.

Detto questo, con la scelta di Washington di stracciare quell’accordo, che, tra le altre cose, contribuiva a porre dei paletti precisi allo sviluppo del programma nucleare civile iraniano, è evidente che la repubblica degli Ayatollah si sia sentita libera di perseguire i propri interessi e la propria politica. Non solo, in questa vicenda la stessa diplomazia sembra in affanno: l’Iran ha proposto nuovi colloqui ma non ha ricevuto alcuna risposta concreta dai governi europei. L’unico è stato il presidente francese Macron che ha rilanciato il dialogo con Teheran per non gettare all’aria quanto fatto fino a oggi e per evitare una crisi politica internazionale dagli sviluppi imprevedibili.

L’Iran, quindi, lancia la sfida e lo fa in modo trasparente confermando, almeno per ora, di non voler costruire un’arma atomica. L’intento, del resto è chiaro: rimanere nel solco di un progetto di produzione energetica pulita e a basso costo per una nazione che, in costanza di sanzioni, non potrà basare il proprio sviluppo futuro sul solo petrolio.

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Le sanzioni all’Iran dimostrano la debolezza della politica estera di Trump

Donald Trump ha deciso di inasprire le sanzioni contro la Repubblica Islamica dell’Iran, colpendo la guida spirituale Ali Khamenei e il suo entourage. Il segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin, ha spiegato che gli Stati Uniti congeleranno miliardi di dollari di fondi attivi dell’Iran. Il Presidente degli Stati Uniti è convinto che la misura possa indebolire ulteriormente Teheran e alimentare lo scontento popolare verso i vertici dello Stato, costringendo così gli ayatollah al negoziato. Insomma, la politica del ricatto: stringere la corda intorno al collo del nemico per obbligarlo a trattare.

La crisi economica e il malcontento della popolazione sono dei fatti incontrovertibili, ma quello che non riesce ad accettare il presidente Trump è che un iraniano preferisce tagliarsi una mano prima di soccombere di fronte al ricatto di un americano. Peraltro, a trarre vantaggio dalle sanzioni americane sono due nemici dichiarati dell’Iran, l’Arabia Saudita e, soprattutto Israele, che nel recente conflitto in Siria hanno fomentato il terrorismo jihadista e l’estremismo salafita in chiave anti Assad, alleato storico di Teheran. 

Le sanzioni hanno come unico effetto quello di far stringere il popolo iraniano intorno al suo leader in una forma di resistenza che deriva dalla storia, forza, cultura della grande Persia. La mediocrità della politica estera della Casa Bianca è in linea con quella fallimentare e fumosa dell’amministrazione Obama che, però, ha avuto il merito di aver riportato l’Iran nell’assise internazionale con la dignità che gli spetta di diritto. 

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