Alessandro Aramu

Giornalista

Incolpare un immigrato per farlo sembrare ancora più cattivo

Lo scorso maggio una ragazza di 15 anni aveva denunciato a Bolzano di aver subito violenza sessuale da due ragazzi di origine africana. I due presunti stupratori erano stati rilasciati poco dopo scatenando l’indignazione di una parte della popolazione e dell’immancabile popolo dei social.  Dopo due mesi la ragazza ha confessato di essersi inventata tutto per attirare l’attenzione del suo fidanzato. Il “negro” o comunque “lo straniero” sono sempre molto efficaci quando bisogna incolpare un innocente. E’ capitato spesso nel nostro Paese e la reazione è sempre stata la stessa.

Viene alla mente il delitto di Novi Ligure, nel 2001, con la giovane Erika che dopo aver massacrato, insieme al suo fidanzato Omar, la madre e il fratellino, disse alle forze dell’ordine che due malviventi extracomunitari, “albanesi”, si erano introdotti in casa per una rapina e che la situazione era degenerata sfociando nel duplice omicidio. Si scatenò la caccia allo straniero, allora albanesi e rumeni andavano di moda.

O ancora nel 2007 quando la bella e bianca americana Amanda Knox accusò il “barista nero” Patrick Lumumba di avere avuto un ruolo nella morte della studentessa inglese Meredith Kercher. Lumumba fu scarcerato pochi giorni in quanto totalmente estraneo ai fatti. Anche in quel caso, benché vittima e presunti colpevoli fossero tutti cittadini stranieri, con la sola eccezione dell’italiano Sollecito, si scelse di colpire il “negro” di turno. Ironia della sorte ha voluto che l’unico a essere finito in carcere per quel delitto fosse un altro cittadino di colore, Rudy Guede, condannato per aver commesso l’omicidio “in concorso con ignoti”.

È del tutto evidente che anche i cittadini stranieri commettano reati (sui numeri in carcere però bisognerebbe fare un ragionamento complesso che avrò il modo di compiere in un’altra occasione) ma far credere, come fa una parte dell’informazione, anzi della cattiva informazione, che essi delinquano più degli italiani è scorretto. I reati, come è noto, vengono commessi dalle persone e non dalle razze. Alcuni, ad esempio quelli a sfondo sessuale, sono crimini odiosi ed è giusto, a prescindere dal colore della pelle di chi li compie, che suscitino indignazione e ribrezzo. La pena deve essere massima, nessuno sconto e nessuna attenuante. I sentimenti di rabbia devono essere provocati dall’atto e non dalla nazionalità o dal colore della pelle del suo autore.

Giacché nella mia attività giornalistica me ne sono occupato per qualche anno, aggiungo che quando si parla di femminicidio e/o di violenza sulle donne sarebbe buona cosa informarsi prima di parlare e di scrivere. Si scoprirebbe, così, che la maggior parte di quei reati viene commesso dentro le mura domestiche e in contesti in cui il cattivo è un padre, un fratello, un marito o un fidanzato. Qualche volta anche uno zio e un nonno. Accade persino che più maschi assieme, legati da un rapporto di parentela, agiscano in modo violento sulle donne di casa. Succede a nord come al sud, isole comprese. Quasi tutti sono italiani e ciò suscita indifferenza, con rare eccezioni, nella nostra opinione pubblica.

Ci siamo abituati a un contesto sociale di questo tipo. Insomma, meglio accusare “un negro” innocente che indignarsi per quei maschi italiani che fraintendono l’amore per una donna con il possesso di una cosa. Serve una cultura dei diritti e anche degli affetti. Accusare un innocente di aver commesso uno stupro per attirare l’attenzione del proprio fidanzato rientra perfettamente in questa assenza di cultura dei sentimenti. di cui l’amore è solo un piccolo spicchio. L’Italia purtroppo è questo coacervo strano di rabbia, violenza e chiusura mentale che ci fa apparire sempre di più “un non luogo emotivo”. Forse siamo davvero senza speranza.

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