Alessandro Aramu

Giornalista

L’intervista del 2012 con i terroristi detenuti in Siria mai trasmessa in Occidente

Il 6 settembre del 2012, il Centro Italo Arabo e del Mediterraneo ha avuto la possibilità di intervistare in una località sconosciuta della Siria, in un carcere di massima sicurezza, dei detenuti, la maggior parte stranieri e prevalentemente mercenari, originari per lopiù dello Yemen, dell’Afghanistan e dell’Algeria. Prima solo il reporter britannico Robert Fisk aveva avuto la possibilità di intervistarli senza però avere la possibilità di riprenderli come invece è stato consentito alla nostra organizzazione.  L’intervista, che qui ripropongo, è contenuta nel volume “Siria – Quello che i Media non dicono” di cui sono autore insieme a Raimondo Schiavone, Talal Khrais e Antonio Picasso (Arkadia Editore).

***

Sono schierati davanti a noi, sembrano uomini di mezza età. Quello che sembra essere il più giovane ha i capelli e gli occhi chiari. Alcuni di loro hanno la barba incolta e quell’aspetto dimesso e trasandato di persone dal vissuto difficile. Oltre a me e agli altri membri della delegazione di Assadakah vi sono due traduttori siriani, la deputata Maria Saadeh con il suo staff e alcuni reporter della tv siriana. Sistemo con attenzione la telecamera, la sensazione è quella di stare vivendo un momento storico. Non ho preparato una vera e propria intervista, so quello che voglio chiedere, ma non ho una scaletta predefinita. È accaduto tutto così in fretta e quest’incontro è stato talmente inaspettato che non ho avuto modo di prepararmi come avrei voluto. Non importa, sono uomini dopo tutto, non sarà difficile e le domande verranno da sé.

Chiedo da dove vengano, la provenienza mi sembra un primo dato importante da accertare; infatti mi domando subito se quelli che ho davanti siano siriani oppure no.

Mi rispondono in rapida successione: il più giovane è siriano, viene dalla periferia di Damasco; anche il secondo è siriano e proviene da una città nel nord della Siria, Deir el-Zour. Con sorpresa scopro che il terzo prigioniero è un algerino di nazionalità francese; accanto a lui siede un siriano, sempre della periferia di Damasco. Il turco che gli siede vicino, mi spiegano, non parla siriano né arabo, tradurrà per lui un uomo di media statura, prigioniero anche lui, proveniente da Aleppo.

Chiedo loro se hanno studiato, che tipo di formazione hanno. Il ragazzo con i capelli castani dice di essere un imam e di aver studiato teologia. Dice che suo fratello era nell’Esercito Siriano Libero e che è stato ferito durante uno scontro; racconta di essere stato intercettato e catturato mentre gli portava dei farmaci e dopo essere stato preso ha confessato la sua militanza tra i ribelli. Era il 7 aprile e si trovava alla periferia di Damasco.

La voce è roca e il tono monocorde, quasi dimesso.

Dice di essere stato emiro generale di Jabhat al-Nusra un braccio di Al-Qaida.

Mi sembra che abbia voglia di raccontare la sua storia. Così comincia un botta e risposta molto fitto.

Quali erano i vostri obiettivi in Siria?

Presso il comando della mia zona, dicevano che noi non avevamo l’obiettivo di far cadere il regime, ma l’obiettivo di instaurare il califfato. I piani prevedevano la creazione dell’Emirato di Damasco, per poi creare il grande califfato che si estendesse non solo nel mondo arabo, ma in tutto il mondo musulmano. Il capo della nostra organizzazione ripeteva spesso che la nostra missione non era solo quella di creare il califfato nel mondo arabo, ma arrivare fino alla Spagna; il comandante diceva: “Arriveremo fino a Roma e prenderemo Roma di nuovo”.

Avete un mandante, avete qualcuno che vi sovvenziona?

L’organizzazione madre si trova in Iraq, tante armi e tanti soldi, tanto denaro.

Cosa fate del denaro a disposizione, come lo utilizzate?

I soldi ci servono per comprare l’esplosivo. Qui, in Siria, c’è un ufficio organizzativo, a cui è demandata la gestione economica e che ha il compito di pagare gli aderenti.

Quindi voi siete tutti salariati, stipendiati?

Chi ha un lavoro non è stipendiato, chi non ha un lavoro fisso viene aiutato. C’è un responsabile economico a cui è demandato il compito di fornire il danaro.

Oltre al vostro obiettivo di creare il califfato, avete degli obiettivi di carattere religioso? Come vi orientate dal punto di vista religioso? Chi sono i vostri nemici e i vostri amici?

Non esistono amici al di fuori dell’organizzazione, chi non crede nella nostra religione, chi non è fedele al libro sacro è un infedele, e come tale destinato alla morte. È legale ucciderlo. Come ai tempi dei califfati, durante i quali chi non era musulmano doveva pagare il dazio e per chi non pagava c’era la spada e la morte.

In nome di quale Dio?

Non capisco. Per me è il Dio normale.

Un Dio che dice e ordina di uccidere?

I membri dell’organizzazione seguono un certo tipo di fatwa. Nella nostra organizzazione c’è un consiglio religioso, all’interno del quale ci sono dei responsabili chiamati a emettere fatwa. Il punto di riferimento dal punto di vista della dottrina, e colui che emana le fatwa più importanti, è un pensatore che si chiama Bethemia.

Dio vi autorizza ad uccidere?

La fatwa è un permesso legale per uccidere.

Lei la pensa così anche oggi?

Adesso, attualmente no.

Perché?

Quando sono entrato a far parte dell’organizzazione, ho incontrato l’emiro di Al-quta alla periferia di Damasco. L’emiro mi ha mostrato il piano di esplosione del centro di Al Midan nel cuore di Damasco. Le immagini dell’esplosione mi hanno fatto provare una grande pena, ma il capo era esaltato, provava una vera e propria eccitazione. Il responsabile della sharia aveva precisato che l’organizzazione non uccideva i civili, mentre il responsabile della zona occidentale di Al-quta aveva sostenuto che durante l’esplosione di una bomba vi possono essere dei danni collaterali. E questo non era un problema. Così ho iniziato ad avere dei dubbi.

Quando gli domando come viene trattato, risponde che è trattato molto bene, gli vengono somministrati i farmaci di cui ha bisogno poiché ha subito un intervento al cuore. Incalzo e chiedo se qualcuno gli ha mai fatto fare una fatwa per uccidere altri. Mi dice di non aver mai fatto una fatwa simile, ma gli è stato chiesto di uccidere un autista cristiano che si rifiutava di pagare il dazio e per questo era considerato un infedele. Chi non ammette la sharia e non paga il dazio deve essere eliminato.

Racconta poi di essere stato condotto, tempo prima, a Chamku, dove ha visto uccidere un rappresentante del governo. Chiedo ancora se spera di tornare a casa. Risponde con un “certamente” e china la testa, volgendo lo sguardo verso il pavimento.

Passiamo poi a un altro dei prigionieri. Si chiama Mohamed Amin Ali al-Abdullah, ha 26 anni e ha studiato medicina per quattro anni; era il medico dell’organizzazione.

Dove è stato arrestato?

Era il 10 maggio, sono stato arrestato nell’ospedale di Al Mussa: era un’imboscata. Ero andato a trovare la madre di uno, l’ordine era stato impartito dal terrorista che aveva provocato la strage di Al Midan del 6 gennaio 2012. Era ricercato dallo Stato, lui faceva parte del clan di Nusra.

Condividevi l’operato dell’autore della strage di Al Midan?

Il terrorista che ha causato la strage Al Midan doveva piazzare ordigni non solo ad Al Midan, ma in molte altre zone, io non sapevo quello che accadeva, ero lì in quanto medico, dovevo prestare soccorso ai membri dell’organizzazione. Quell’uomo [n.d.r. l’autore della strage di Al Midan] mi ha portato dove c’è stato l’attentato di al Kasaz e dove sono state utilizzate 5 tonnellate di esplosivo, era il 14 maggio.

Sei sposato? Hai fratelli?

No.

Chi è il responsabile militare dell’organizzazione?

L’emiro che mi ha coinvolto è un iracheno, il responsabile militare era un siriano di Damasco.

Sai quante persone sono morte durante l’attentato?

Più di 70 persone, e più di 300 feriti con danni alle case e agli edifici.

Come hanno organizzato quell’operazione?

Non sapevo che operazione facessero. Abnur, signore responsabile, mi ha condotto in un magazzino pieno di esplosivo alla periferia di Damasco e mi ha chiesto di aiutarlo. Inizialmente ero lì come medico responsabile. Ho fornito il mio supporto e ho caricato l’esplosivo dentro l’auto.

 Il medico termina il suo racconto e interviene il giovane imam, per precisare che l’emiro della strage di al Kasaz è lo stesso da cui anche lui riceveva gli ordini. Poi riprendiamo con Mohamed.

Che ruolo avevano gli iracheni?

Sono entrato in questo gruppo terroristico tramite un mio amico, collega di università alla fine del mese di dicembre 2011, solo per fornire aiuto sanitario. Secondo il punto di vista del mio amico era un modo per aiutarmi, questi gruppi di jihadisti sono venuti dall’Iraq, per aiutare il popolo siriano contro il regime.

Interviene ancora l’imam e dice che il responsabile della fatwa religiosa era iracheno, un generale o uno dei capi dell’organizzazione, che era stato eletto, come comandante generale in Siria, col nome di Abu Mussab.

Il detenuto sostiene di essere entrato nell’associazione dopo aver subito la pressione costante da parte dei media. Sostiene infatti che da marzo a gennaio vi è stata un’azione persuasiva, che gli è penetrata nel cervello. Interviene allora uno dei giornalisti e precisa: “I palestinesi soffrono, sono sotto l’occupazione, come mai non vi era tra le vostre priorità quella di liberare il territorio palestinese, piuttosto che quello siriano? Se voi credete che i palestinesi siano oppressi e la vittoria di Hezbollah su Israele è avvenuta grazie alla Siria, perché la Siria e non la Palestina?”.

Risponde ancora l’imam. “Secondo il concetto dell’organizzazione, tutti i sistemi del mondo arabo sono infedeli, e tutti gli infedeli sono uguali, a prescindere che si tratti di un ebreo, un dittatore, o un regime, perché non ammettono la legge di Dio. Chi non ammette la legge di Dio è un infedele e quindi bisogna combatterlo. La strada verso Gerusalemme passa tramite Damasco. Il Corano dice, chi non ammette la legge di Dio è un dittatore. Non è così nel versetto del Corano, precisano i traduttori, questa è la loro interpretazione. Per loro il dittatore, non ammette la legge di Dio, allora è un infedele”.

Dopo questa precisazione riprende l’intervista vera e propria.

Vi sentite dei rivoluzionari ? In questo momento dei prigionieri politici? Pensate di essere stati incriminati per motivi politici o siete solo persone che hanno sbagliato?

Ho seguito una strada sbagliata, risponde ancora l’imam con voce flebile, non sono triste per il mio status di prigioniero. L’organizzazione ci mostrava due strade percorribili: o la vittoria o il martirio. Io ho seguito la strada che, ovviamente, portava alla prigione, ho condannato me stesso. Quello che ho visto durante la mia esperienza è stato scioccante, il modo in cui sono stato trattato era molto diverso rispetto a quello che pensavo, a quello che immaginavo. Quando sono arrivato qui mi hanno trattato in modo molto umano, sono migliori di me. Questo è il destino inevitabile per uno che, come me, ha commesso questi sbagli.

 I suoi occhi si riempiono di lacrime.

Poniamo poi un ultimo quesito al giovane medico.

Come mai un dottore che ha giurato di salvare le persone, decide di uccidere?

Non ero la corrente dell’operazione militare, solo dopo ho compreso che l’attentato di al Kasaz era opera dell’organizzazione.

A questo punto io e i miei accompagnatori ci rivolgiamo al turco, maglietta nera e pantaloni grigi, il siriano accanto lui traduce le domande che gli rivolgiamo.

 Hai detto di essere passato dalla Turchia, per te è stato facile passare dalla Turchia in Siria? Come hai attraversato la frontiera?

Sono arrivato alla frontiera senza nessun problema e, come me, anche altre persone armate. Sono arrivato a Damasco chiedendo a una persona, Talivana, Ajil… Mi hanno fatto chiudere gli occhi e mi hanno portato a casa del primo. Ajil è andato in Turchia, chiedendo ad Assad (secondo interlocutore) di avere una strada sicura, per far entrare i jihadisti. Ho visto armi, fucili e bombe a mano. La seconda volta Assad mi aveva dato 5000 dollari. Assad è arrivato ad Aleppo in Turchia e mi ha insegnato le tecniche del contrabbando di armi e uomini. La via d’accesso per le armi non siamo riusciti a prepararla bene, così sono stato arrestato mentre arrivavo a Damasco. Sono stato arrestato ad Aleppo il 12 marzo.

Il prigioniero algerino ha la barba bianca, l’ho notato fin dall’inizio dell’intervista. Ha tenuto sempre lo sguardo basso, rivolto verso il suolo, e le mani giunte, un segno di timore forse, o di chiusura, immagino. La voce è roca.

Il suo nome è Jamel Amer al-Khodoud, sua moglie e i suoi figli vivono a Marsiglia, ha 49 anni, la sua battaglia è iniziata in seguito al tam tam mediatico a opera delle emittenti arabe, in particolare al-Jazeera. Voleva fare qualcosa per opporsi alle sofferenze delle quali, secondo lui, erano vittime i musulmani.

Non si legge rimorso né pentimento nei suoi occhi, sguardo basso teso a evitare l’incontro con gli sguardi di noi estranei. Dichiara di essere trattato bene, non mostra segni di maltrattamento, come del resto gli altri prigionieri. Quando mi avvicino a lui, rivolgendomi in lingua francese, e gli chiedo se ha paura, mi fa cenno di sì. Capisco che quella carcerazione non deve essere facile; gli chiedo se spera di tornare a casa, domanda banale forse, mi risponde ancora di sì e mi fa capire che le condizioni di detenzione non sono delle migliori. Del resto siamo in guerra, le carceri siriane sono colme di detenuti e il luogo in cui ci troviamo è uno spazio militare di massima sicurezza.

È entrato dalla Turchia, dopo un lungo viaggio dalla Francia fino a Istanbul; quindi si è recato in un campo profughi, al confine turco-siriano. Accanto a questi ci sono i campi di addestramento. È stato circa 3 mesi in questo campo, a Yadavi, e qui gli hanno insegnato l’arte della guerra.

 Come è entrato in Turchia?

In modo clandestino, di notte.

Come può uno che vive in Francia, a Marsiglia, decidere di venire a fare una guerra? Cosa l’ha spinta da Marsiglia?

Mentre guardavo i canali di al-Jazeera e al-Arabiya, sentivo la pena e la sofferenza di queste decine di bambini, di donne e piangevo. Ho deciso da solo, ho preso l’aereo e sono andato in Turchia.

Cosa faceva a Marsiglia?

Il freelance, lavoravo a volte come autista negli alberghi, vendevo nei mercati.

Adesso cosa pensa? Pensa di aver fatto uno sbaglio? Sarebbe stato meglio rimanere a Marsiglia?

Sì, penso sarebbe stato meglio rimanere a Marsiglia. Ma sentivo che venire in Siria era per me un dovere, una jihad. Combattere in nome di Dio.

Lei sa sparare?

Ho fatto il servizio militare in Francia, Reggimento dei trasporti.

In questi 3 mesi che tipo di addestramento le è stato impartito?

Ho fatto 15 giorni di addestramento con i fucili in dotazione, presso i siriani sotto il comando di Abu Akmall. L’ho conosciuto nel campo profughi siriano in Turchia.

Quanti anni ha?

49 anni.

Come mai il governo turco consentiva gli addestramenti?

I turchi non sapevano, lo facevamo di nascosto. Non si può uscire dai campi profughi. Non so come Akmall riuscisse a uscire dal campo.

Lei ha famiglia e figli?

Una moglie e 6 figli.

Ha preferito lasciare moglie e figli in Francia per andare a fare una guerra?

Per me, i figli siriani sono come miei figli.

Il governo francese non ha chiamato per lei?

Il governo francese non ha fatto nulla.

L’ambasciata è stata avvisata?

È stata avvisata, però non è intervenuta.

Ha parlato con sua moglie al telefono?

I responsabili del carcere me lo hanno permesso, ma a volte la linea cade.

Sua moglie che cosa le ha detto? Se vuole dirmelo, è una domanda personale.

Ho parlato con il mio figlio maggiore, ho mandato un sms, la linea è caduta e non ho potuto parlare con mia moglie.

Ha avvisato e non ha detto nient’altro…

Siccome non sono riuscito a comunicare con la famiglia in Francia, non so se sappiano qualcosa oppure no.

Loro sapevano che stava partendo per la Turchia?

Ho lasciato la famiglia senza dire il perché, ho deciso e sono partito.

Chi nella sua famiglia condivide con lei questo pensiero?

Ho figli piccoli, il più grande ha 11 anni, non ha queste idee. Io ho maturato queste idee solo attraverso la Tv. Non facevo parte di alcuna organizzazione, l’informazione è pericolosa.

In Francia frequentava estremisti?

In passato andavo in una moschea di salafiti, solo per fare proselitismo, invitavo la gente alla preghiera. Non parlavo mai di Al jihad.

Ci rivolgiamo nuovamente al prigioniero turco.

Ci vuole parlare della sua relazione con i talebani e la loro relazione con la Siria?

Ho conosciuto un uomo in Turchia di nome Yussef, ho assistito a una lezione di religione in Afghanistan. Le scuole religiose in Afghanistan formano ed educano i soldati, che poi tornano in Turchia e vengono mandati in tutto il mondo.

 Galibo è siriano, è stato beccato a Damasco. Faceva parte dell’esercito libero, era un muftì, la più alta autorità religiosa in quell’area, come il papa.

 Quindi era lei che emanava le fatwa?

Noi emanavamo delle fatwa. Noi decidevamo chi doveva morire.

Quindi, lei decideva della vita e della morte delle persone?

Purtroppo sì, questo era anche il mio compito, emettere fatwa nei confronti degli infedeli e di chi non pagava il dazio.

Oggi ritiene che fosse giusto quello che faceva?

Oggi no, penso sia sbagliato.

Il carattere evasivo della risposta palesa la scarsa convinzione di chi, suo malgrado, è costretto dallo stato di prigionia a dare delle risposte strumentali, che gli consentano di sopravvivere serenamente all’interno della struttura.

Concludiamo chiedendo un’ultima cosa.

Come viene trattato in questo luogo?

Bene! Mi sembra la giusta punizione per ciò che ho fatto.

Anche questa risposta, palesemente non del tutto veritiera, tradisce lo stato d’animo di un detenuto che, comprensibilmente, non dichiara apertamente lo stato di sofferenza proprio della prigionia.

 

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Il grido del sopravvissuto: “La Turchia deve riconoscere il genocidio armeno”

Andranik Matevosyan con i suoi 107 anni è uno degli ultimi sopravvissuti del genocidio armeno. Ne aveva 102 quando nell’ottobre del 2014, insieme al fotografo Romolo Eucalitto, uno dei più grandi fotografi di cinema italiani, l’ho incontrato nella capitale armena. I suoi ricordi riaffiorano da un passato non facile da rimettere in piedi: «La mia famiglia era originaria di Kars, in Anatolia orientale, dove sono nato nel 1912. Avevo sei anni, quando la mia famiglia riuscì a migrare a Batumi, una città che si trova in Georgia. Non ricordo molto di quel periodo, ma ho sentito molto della storia della mia famiglia dai racconti di mia madre. Si chiamava Siran. Era estate e siamo scappati nel 1918». In realtà le vicende che racconta Andranik si svolgono nel 1915, tre anni prima di quanto rammenti. Lui, a quel tempo, aveva soltanto tre anni.

Come furono i giorni che anticiparono la fuga verso la salvezza? La nonna di Andranik, che si chiamava Shushan, aveva saputo da molti amici turchi che stavano cercando gli armeni per deportarli e ucciderli. Sono stati loro a suggerirle di non rimanere più nel villaggio, di scappare per non essere uccisi: «A quel punto mia nonna, che aveva i figli che facevano il servizio militare nell’esercito turco, è andata dai loro capi e li ha convinti a lasciarli andare via. Non so come ci sia riuscita, ma ha preso i tre figli, compreso il padre di Andranik, e siamo scappati tutti assieme». «Quando siamo andati via da Kars – dice – non avevamo nessuna idea di dove stavamo andando. Mio padre, Artem, e mia madre sapevano esattamente che cosa stava accadendo, la voce si era sparsa tra le famiglie armene. Molti turchi, come era capitato con mia nonna, ci avevano informato che l’esercito ottomano voleva uccidere gli armeni, compresi quelli che prestavano servizio nelle loro file. Mi hanno raccontato che molti genitori, che non potevano portare con sé i figli perché troppo piccoli, preferivano buttare i loro bambini nel fiume. Erano sicuri che in questo modo, i piccoli, che avevano anche un solo mese di vita, avrebbero avuto la possibilità di sopravvivere. Pensavano che se li avessero lasciati per terra, gli animali li avrebbero mangiati. Non tutti sono riusciti a scappare dal villaggio, molti sono rimasti lì, soprattutto i vecchi, e sono stati uccisi».

Andranik ricorda: «Avevo due fratelli ma sono stato l’unico a sopravvivere al genocidio insieme ai miei genitori». Quando gli chiedo se ricorda qualcosa più dei suoi fratelli, l’anziano uomo non risponde. Forse non vuole ricordare. Forse, semplicemente, non può farlo. Quello che certamente sa è che «molti armeni in quell’occasione hanno fatto finta di essere curdi». «I miei genitori si sono travestiti con i baffi lunghi, mi hanno preso in braccio e sono scappati dalla loro casa. Quando ci hanno fermato a un posto di blocco dell’esercito mio padre ha risposto che eravamo di nazionalità curda. Per questa ragione siamo rimasti sempre in silenzio lungo la strada, per non rivelare la nostra vera identità ai turchi. Insieme a noi c’erano altre famiglie armene, della nostra ci siamo salvati solo noi. Gli altri – i nonni, gli zii e le zie – sono stati uccisi. Si sono salvati solo quelli che erano vicini al confine e sono riusciti a scappare prima di essere catturati. Quelli che erano più lontani sono stati sterminati».

Con Andranik Matevosyan nella sua casa di Erevan

Sul genocidio non può raccontare altro. Non ricorda nulla di quella marcia che li ha condotti alla città di Batumi, tranne il fatto che «vivevamo nelle caserme e che c’erano delle navi inglesi in mare che portavano in salvo i sopravvissuti e gli armeni dovevano pagare se volevano imbarcarsi. Chi non aveva soldi, non poteva scappare». Soltanto molti anni dopo Andranik ha potuto vedere le immagini di quanto era capitato ai sui connazionali: «Sono stato molto male alla vista di quelle fotografie atroci, ho sofferto. Come hanno potuto fare una cosa simile? Comunque non posso dire che sono cattivi tutti i turchi, perché molti di quelli che hanno avuto la possibilità di salvarsi lo hanno fatto anche grazie a quei turchi che hanno informato gli armeni di quanto stava accadendo». Ma i turchi, come ammette il patriarca della famiglia Matevosyan, sono diversi dalla nazione turca, sulla quale ancora oggi pende la responsabilità di quel crimine contro l’umanità: «È difficile ammettere di aver commesso quel genocidio. I turchi accusano i curdi. I curdi, a loro volta, accusano i turchi. Nessuno si vuole prendere le colpe di quanto è accaduto a noi armeni. Certamente chi si è sporcato le mani di sangue oggi non c’è più. Le nuove generazioni che cosa possono fare? La colpa non è dei turchi ma basterebbe che lo Stato riconoscesse una volta per tutte il genocidio».

Dopo qualche anno trascorso in Georgia, nel 1928 la famiglia Matevosyan si è trasferita in Russia, stabilendosi nella città di Maykop: «È qui che ho conosciuto e sposato una ragazza di nome Siranush. Lei è la madre dei mei figli. Molti armeni, quelli ricchi, sono stati trasferiti in Siberia. Ma noi non avevamo niente e quindi le autorità ci hanno consentito di rimanere in Russia. Diversi anni dopo, nel 1937, poco prima che scoppiasse la Seconda guerra mondiale, siamo tornati in Armenia. Prima abbiamo vissuto a Echmiadzin, poi nella città di Goris, nel sud del Paese. Negli anni Sessanta ci siamo trasferiti a Yerevan». Dalla moglie ha avuto ben sette figli e oggi la sua famiglia è una tribù composta da oltre settanta persone. Conosciuto in ogni angolo di Sari Tagh, Andranik è amato e rispettato da tutti. A partire dalle nipotine che, proprio come a casa di Silvard, giocano e saltellano da una parte all’altra della casa. Andranik non ha ricevuto alcuna istruzione e per tutta la vita, prima in Russia e poi in Armenia, ha lavorato come operaio nel settore delle costruzioni stradali: «Un lavoro faticoso, mi piaceva»

Il più grande desiderio di Andranik è ritornare a Kars, il luogo che la sua famiglia è stata costretta ad abbandonare. Ricorda molto bene i suoi genitori e con un moto di rabbia dice: «Io voglio ritornare dove sono nato, dove ci sono le nostre case e le nostre terre. Ma dove possiamo andare? Come possiamo andare?». È una domanda che non ha risposta per quest’uomo che non smette di dire: «La Turchia deve riconoscere il genocidio. Lo deve riconoscere». Lo ripete, come a sottolineare un desiderio che vorrebbe diventasse un imperio. «Per me ritornare a Kars a questa età è qualcosa di simile a un sogno. So bene che questo desiderio difficilmente si realizzerà». Analogamente a Silvard, anche lui vive nella speranza. Una caratteristica di tutti gli armeni: «Speriamo che qualcosa di bello possa accadere prima o poi. Io, a ogni modo, non mi fido più dello Stato turco. Noi da quelle parti abbiamo le nostre case, le nostre terre, siamo stati costretti ad abbandonare tutto e i turchi devono ricompensare quello che ci hanno preso con la forza. Sono cent’anni che usano le nostre abitazioni e le proprietà degli armeni».

Andranik, che vorrebbe maggiore aiuto dallo Stato, è comunque contento che in tutto il mondo sia cresciuta la consapevolezza di che cosa sia stato il genocidio del 1915: «Fino a qualche tempo in pochi sapevano che cosa fosse accaduto realmente al nostro popolo. C’erano persone che non sapevano neppure dell’esistenza dell’Armenia o del Nagorno Karabakh. Adesso, per fortuna, se ne parla. Per noi è molto importante. Bisogna continuare a parlarne e i giornalisti fanno un lavoro molto importante per far conoscere la nostra storia». Ancora una volta, l’ennesima, ripete: «I turchi devono riconoscere il genocidio, ditelo per favore che lo devono riconoscere. Ci devono ricompensare. Ma tanto non lo faranno mai». Lo ripete senza sosta, fino a quando non lascio la sua casa in un quartiere popolare di Erevan.

Tratto da Il genocidio armeno: 100 anni di silenzio – Lo straordinario racconto degli ultimi sopravvissutidi Alessandro Aramu, Gian Micalessin e Anna Mazzone (Arkadia Editore)

Foto di Romolo Eucalitto.

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Il genocidio armeno e la forza delle donne: la lezione di Antonia Arslan

Il coraggio delle donne armene è raccontato in maniera magistrale dalla scrittrice Antonia Arslan che nelle sue opere ha sempre fornito un punto di vista singolare del genocidio del 1915. Nel romanzo La masseria delle allodole l’autrice non si è certo sottratta dal descrivere, in modo drammatico, lo stupro e lo strazio delle donne costrette a dare piacere ai soldati turchi durante le deportazioni verso il deserto siriano. Lo ha fatto perché il genocidio raccontato da una donna considera sporco, indegno e umiliante sia lo stupro quanto il silenzio imposto da una società dominata dalla cultura maschilista. Il vero disonore è stato non parlare prima di quel dramma, tapparsi le orecchie per non sentire le urla di quelle donne straziate dalla ferocia dei soldati ottomani. Con i loro racconti, le donne armene hanno capovolto il senso di colpa e la vergogna dello stupro. Sono uscite dall’isolamento e hanno trasformato un segreto mai rivelato, o soltanto sussurrato, in una narrazione potente, capace di denunciare la frenesia di un crimine e le aberrazioni degli esseri umani.

La forza delle donne armene ha ispirato un altro capolavoro della scrittrice di origine armena, Il libro di Mush, che racconta la storia del salvataggio rocambolesco dell’Omiliario di Mush, un prezioso manoscritto miniato del 1202, che oggi è possibile ammirare nella Biblioteca di Yerevan, strappato alla furia devastatrice dei turchi da due coraggiose donne armene, due figure potenti che rappresentano la capacità di questa nazione di rialzarsi anche dopo aver subito la devastazione. Una vicenda struggente che riporta indietro nel tempo, a cento anni fa, quando nella valle di Mush, in Anatolia, i turchi ottomani distrussero il maestoso monastero dei Santi Apostoli. Le fiamme ridussero in cenere ogni cosa, tranne il prezioso libro di preghiere, di salmi e di angeli che soccorrono e aiutano da sempre il popolo armeno. I reduci della Terza armata ottomana, affamati, feriti, sconfitti nel Caucaso dall’esercito russo, scaricarono la loro frustrazione e rabbia sui cristiani, ritenuti responsabili della disfatta. Massacrarono tutti gli armeni, bruciarono i palazzi e distrussero le Chiese. Di quella civiltà non doveva rimanere traccia.

All’eccidio sopravvissero soltanto due donne: la fragile Anoush e la forte Kohar. Furono loro a ritrovare il manoscritto, il più grande del mondo, alto circa un metro e largo mezzo e a salvarlo attraverso un viaggio che Antonia Arslan racconta con rara maestria. Per poterne sopportare il peso, le due donne decidono di dividerlo in due e ciascuna lo porterà a turno. Il viaggio è terribile, le due donne sono braccate dai turchi, indebolite, affamate e congelate. Kohar muore e una metà del libro viene sepolta con lei a Erzurum per poi essere ritrovata da un ufficiale russo e portata a Tbilisi, l’altra viene portata da Anoush nella capitale dell’Armenia, dove negli anni Venti viene ricomposto e tuttora è conservato.

Ancora oggi chi vuole addentrarsi nella valle di Mush viene vivamente sconsigliato di farlo, c’è la convinzione che bisogna avere rispetto per le anime degli uccisi che ancora vagano come la nebbia che avvolge le montagne. Proprio a Yerevan ho avuto modo di parlare del libro di Mush con alcune donne armene. È una storia che descrive meglio di altre, tra leggenda e realtà, il senso di rinascita che ispira questo popolo, in cui le donne, anche nella società contemporanea, occupano un ruolo decisivo. Alle donne armene spetta il compito di lottare per la salvezza dei propri figli piccoli ma anche per conservare le tradizioni, le storie, le ricette, le leggende, la religiosità armene. Il fulcro della civiltà armena. Così, da sempre, e ancora di più dopo il genocidio, si preserva la memoria di questo popolo pacifico e straordinariamente laborioso.

Il mio incontro con Antonia Arslan nel 2015

Non sono molti i conflitti nei quali è stata data una lettura di genere, una visione della tragedia vista con gli occhi delle donne. «Il loro coraggio e la loro determinazione», afferma Antonio Asrlan, «insieme agli aiuti di qualche uomo giusto turco le salva, ma in generale si può dire che la resilienza delle donne armene è stata straordinaria. Hanno dovuto compiere scelte straordinariamente difficili: quali figli tenere e quali abbandonare lungo la marcia, se cederli ai turchi e ai curdi che venivano a rapirli, se suicidarsi o meno, come difendere le proprie figlie adolescenti dagli stupri, in che modo dare da mangiare ai propri cari senza morire del tutto di fame e di sete. Nei progetti degli organizzatori del genocidio le donne non sono state eliminate come gli uomini perché, secondo la cultura ottomana, non contavano nulla: la donna, nella cultura ottomana, è inferiore e non ha un’anima, per questo può essere usata e piegata a proprio piacimento».

Che sia un corpo violato, una pelle marchiata o un libro, poco cambia: le donne armene, in un modo o in altro, sanno ritrovare sempre il cammino della salvezza, al di là del dolore, del lutto e della tragedia. Tutto questo emerge dai loro racconti, dalla loro forza, dallo straordinario amore che hanno per una terra che è stata privata del calore e dal temperamento dei loro uomini. Per queste donne, salvare qualcosa significa salvare tutto il mondo. E salvare un libro significa salvare la cultura e l’identità del popolo armeno dall’oblio. Gli organizzatori del genocidio non avevano previsto niente di tutto ciò. Sono state le donne a salvare la cultura armena anatolica e nella diaspora hanno portato con loro un’identità unica di quei luoghi, con usanze e costumi che non hanno uguali nelle comunità armene presenti in altre zone del mondo.

Tratto da Il genocidio armeno: 100 anni di silenzio – Lo straordinario racconto degli ultimi sopravvissutidi Alessandro Aramu, Gian Micalessin e Anna Mazzone (Arkadia Editore)

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Il genocidio armeno: le schiave del sesso e i tatuaggi della vergogna

Sono a Erevan, capitale dell’Armenia, per un reportage sul genocidio armeno. Il mio sguardo cade su una foto in bianco e nero di una rivista. Una giovane donna vestita con gli abiti tradizionali, un fazzoletto sul volto e la pelle del viso segnata. Sembrano cicatrici. Leggo la didascalia di una foto e scopro che quei segni sono un oltraggio dal significato macabro: si tratta di tatuaggi, impressi dai turchi alle donne armene possedute come se fossero un oggetto qualunque. Quei tatuaggi indicano che quella donna era una schiava del sesso, costretta a sposarsi con la forza durante gli anni del genocidio. Quel ritratto è inquietante.

Capitava, non di rado, che le giovani donne armene venissero salvate dalla deportazione per andare a rendere servigi come cameriere nelle ricche famiglie turche. Non si trattava certo di un atto di generosità. Era una forma di riduzione in schiavitù, anche se non mancarono i benefattori, ispirati da sincera pietà. Non tutte, però, furono così fortunate. Chi non aveva la sventura di essere mutilata, stuprata, torturata o uccisa nel corso delle deportazioni, poteva finire nelle mani di qualche uomo turco desideroso di soddisfare i propri impulsi sessuali con una giovane donna armena. Difficile dire quali delle due sorti fosse la peggiore.

A ogni modo quei tatuaggi esprimono non solo un oltraggio ma la rappresentazione delle incalcolabili atrocità che le donne armene hanno dovuto affrontare durante un genocidio che è stato anche di natura culturale. Con la brutalità non si intendeva soltanto cancellare le tracce di un popolo da una terra che avevano abitato per millenni ma anche la presenza femminile, attraverso un annientamento che non ha nulla di casuale. Se gli uomini armeni hanno avuto la fortuna di morire nel giro di poco tempo, spesso dopo combattimenti o esecuzioni di massa da parte dell’esercito turco, alle donne non è stata risparmiata alcun tipo di sofferenza. Le foto degli archivi testimoniano una tragedia che non ha eguali in nessuno dei crimini del Ventesimo secolo.

Nel genocidio del 1915 sono le donne a patire la follia omicida dei musulmani. E la patiscono in quanto cristiane. Anche se una parte della storiografia ritiene che la pulizia etnica degli armeni non sia direttamente riconducibile a motivazioni di carattere religioso (tesi rafforzata dal fatto che la Germania, principale alleato dell’Impero Ottomano, fosse una nazione cristiana), è indubbio che il rendere la donna armena “una schiava del sesso”, fa fortemente dubitare sulla bontà di certe posizioni. Le donne, private di ogni protezione maschile o familiare, erano sole contro l’assoluta barbarie perpetrata dai soldati turchi. La specificità del genocidio armeno è proprio il differente destino degli uomini e delle donne: i primi, protettori delle loro famiglie, furono uccisi subito, gettandoli in burroni o nel fiume Eufrate, o finiti a colpi d’ascia. Le donne, invece, furono avviate a una deportazione che le portò verso l’estinzione, il nulla. In moltissimi casi furono obbligate a entrare negli harem dei turchi, perché la donna armena era considerata una merce “pregiata”.

Recentissimi studi stimano che circa un terzo dei turchi del 2014 sia di sangue misto armeno, greco e siriano: le tre minoranze che hanno subito persecuzioni e stermini nel corso dello scorso secolo. È un altro aspetto della contemporaneità di un crimine che continua a produrre effetti nel tempo. Molte bambine, si stima circa 80.000, rimasero nelle case turche, spose forzate in giovanissima età. Costrette a cambiare nome e religione, «non potevano più recitare le loro preghierine infantili, si dovevano uniformare alle famiglie dei turchi. Le prescelte erano quelle più in fiore, la loro vita era stata risparmiata durante le marce, ma era diventata una cosa completamente diversa, frutto di un totale sradicamento dalla loro cultura e identità». Gli uomini ancora oggi scrivono la storia, così è accaduto con il genocidio.

Le donne per un lungo periodo non hanno avuto grande spazio nei racconti. C’è un genocidio femminile che merita di essere raccontato, perché le donne armene sono state considerate impure, contaminate e disprezzate. I loro corpi sono stati violati e mortificati con una brutalità che si ritroverà anni dopo soltanto negli stupri di guerra della ex Jugoslavia. Sono loro ad aver sofferto di più, anche portando il più pesante dei fardelli: rigenerare nuova vita. Questa diversità si percepisce anche nel racconto delle nuove generazioni che, con la loro testimonianza, descrivono le “loro” storie.

Una visione femminile del genocidio che rivela la radice dell’odio che ha alimentato quel crimine e l’effetto che ha avuto sulla donna armena nel corso di questi cento anni. Quei tatuaggi delle schiave del sesso sono un segreto che molte donne hanno tenuto nascosto per anni. La bandiera turca-musulmana marcata sui volti e le mani era qualcosa che paradossalmente non si doveva né vedere (sembra quasi una contraddizione) e neppure sapere. E per decenni questa terribile pratica è sparita dai racconti ufficiali e dalle confidenze familiari. Più di ogni altra azione consumata dai turchi nei confronti delle donne armene, questa ha il sapore della macchia, di qualcosa di indelebile che non può essere cancellato in alcun modo.

Ecco perché queste giovani donne, una volta ritornate libere, hanno convissuto per il resto della loro esistenza con un senso di vergogna e di umiliazione che le ha rese “invisibili” alla storia. Rendere pubblica quella violazione voleva dire anche esporre in pubblico una condizione – e un reato – che avrebbe ricoperto di vergogna anche il marito, il padre e tutti i maschi della famiglia. Queste donne nascoste hanno continuato a subire nel tempo una violenza che ha umiliato la loro dignità e anche la loro vita privata. (…)

Tratto da Il genocidio armeno: 100 anni di silenzio – Lo straordinario racconto degli ultimi sopravvissuti di Alessandro Aramu, Gian Micalessin e Anna Mazzone (Arkadia Editore)

Foto: tratta da un filmato del 1923

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