Alessandro Aramu

Giornalista

L’attacco chimico in Siria nel 2018 fu una messinscena. Wikileaks svela la bufala anti Assad

L’attacco chimico a Douma nel 2018 fu una messinscena. Sono stato tra i primi giornalisti a denunciare questa schifezza orchestrata allo scopo di bombardare la Siria e colpire Assad ma oggi le cose sono ancora più chiare. L’ho fatto anche prima del 2018, nei libri e in numerose interviste (https://youtu.be/Z7eyu_1J7ac).  In principio furono gli esperti russi a denunciare la messinscena dei cosiddetti ribelli filo turchi: un’indagine indipendente condotta sul posto rivelò che gli stessi abitanti del distretto siriano di Douma e diversi rappresentanti dell’organizzazione dei Caschi Bianchi rivelarono che non ci fu nessun attacco chimico in quella occasione.

Poi, nel febbraio del 2019, fu addirittura il produttore della BBC Syria, Riam Dalati, a svelare che il video dei momenti successivi all’attacco chimico a Douma era una messa in scena e che in ospedale non ci fu nessuna vittima. Secondo Dalati non venne usato il sarin, come dichiarato da falsi testimoni, tutti filo ribelli e dai medici. Forse si trattò di cloro ma certamente non fu Assad a usare quelle armi.

Lo scorso primo marzo, l’Opac diffuse  il rapporto tecnico su Duma, evidenziando l’esistenza di “ragionevoli prove che un attacco con un’arma chimica avvenuto il 7 aprile 2018” e che la sostanza tossica usata fosse con ogni probabilità il cloro. L’Opac a dire il vero non attribuì le responsabilità degli attacchi chimici, tuttavia la comunità internazionale puntò senza alcuna prova il dito contro il presidente siriano Bashar al Assad. 

Oggi sappiamo, grazie a Wikileaks, dell’esistenza di testimonianze e fonti dell’Organizzazione per il divieto delle armi chimiche (Opac) che mettono in dubbio l’integrità della stessa organizzazione in relazione all’uso di armi chimiche nell’attacco di Douma, in Siria, il 7 aprile 2018. Wikileaks ha pubblicato anche una valutazione ingegneristica del presunto uso di armi chimiche nello stesso attacco.  Insomma, una gola profonda mette a nudo la scorrettezza del rapporto di un’organizzazione chiamata a svolgere indagini indipendenti allo scopo di ricercare la verità dei fatti. Ma qui, è chiaro, la verità è sempre a senso unico, ovvero contro il Governo di Damasco. L’imbroglio, noto per chi si occupa di vicende siriane da tempo, è svelato. Con buona pace dei media filo ribelli che oggi si trovano a fare i conti con un’amara realtà. 

Le prove raccolte dimostrano, con tutta evidenza, un comportamento irregolare nelle indagini dell’Opac sul presunto attacco chimico a Douma. Perfino i rapporti ufficiali sulle indagini sono incoerenti. Oggi il quadro è più chiaro, anche se molto inquietante. Nel rispetto degli obiettivi originali dell’Opac, prosegue Wikileas, l’organizzazione è chiamata a ristabilire la sua credibilità e legittimità consentendo a “tutti gli ispettori che hanno preso parte alle indagini su Douma a farsi avanti e a riferire le loro diverse osservazioni in un apposito forum degli Stati che hanno aderito alla Convenzione sulle armi chimiche”.

Oggi anche il quotidiano La Repubblica si è accorto di questa notizia e in un interessante articolo di Stefania Maurizia parla della gola profonda che sta mettendo in difficoltà l’OPAC e la sua credibilità a livello internazionale.

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Siria, l’accordo con Erdoğan sancisce una nuova vittoria della Russia di Putin

 

L’accordo tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan sulla Siria mette nero su bianco quanto si sapeva da tempo: l’azione militare turca per cacciare i curdi nella cosiddetta fascia di sicurezza, profonda 32 chilometri da Trl Abyad a Ras al Ayn, non è stato un atto di imperio di Ankara ma è stato concordato nei minimi dettagli da tempo sia con Washington che con Mosca. Ne ho parlato in questa occasione: https://youtu.be/8IT5-mJEQEw.

Assad trae un beneficio relativo da questo accordo ma, al di là dell’impegno di Russia e Turchia di assicurare l’unità politica e territoriale della Siria, vi è una reale violazione della sovranità e dell’integrità del paese perché quella fascia non sarà mai più sotto il controllo di Damasco.

Le milizie curde dello YPG saranno disarmate, dovranno arretrare oltre la fascia di sicurezza che verrà pattugliata congiuntamente da Turchia e Russia, all’interno di una fascia di 10 km di profondità dal confine, a est e ovest dell’area in cui è stata condotta l’operazione turca nel nord della Siria, esclusa Qamishli, principale centro curdo nell’area.

Mosca, inoltre, manifesta la determinazione a combattere il terrorismo separatista (oltre quello di matrice jihadista): il riferimento è certamente ai curdi.  Nella cosiddetta fascia di sicurezza dovrà rientrare, su base volontaria, una parte dei circa 3,5 milioni di profughi siriani che oggi si trovano in Turchia e sono mal tollerati dalla popolazione.  La Siria, dal suo canto, può rivendicare la validità dell’Accordo di Adana firmato con la Turchia nel 1998.

Nulla si dice di Idlib, la provincia siriana del nord in mano ai ribelli filo turchi, in gran parte controllata da miliziani jihadisti e che rappresenta il vero obiettivo di Assad (e di Putin) per una ricomposizione territoriale che oggi è meno frantumata di ieri. Erdoğan, a questo punto, potrebbe restituire il favore alla Russia e concedere una liberazione di questa parte della Siria dove si concentra il maggior sforzo bellico e militare di Damasco e dei suoi alleati.

 

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Siria, la testimonianza dal fronte: i terroristi di Idlib fanno il lavoro sporco. E i curdi hanno molte responsabilità

“Nelle aree curde abbiamo visto molte persone ferite e uccise dai pestaggi dei turchi. L’intero confine settentrionale da Jarablus sull’Eufrate a Maliyah è interessato. Ci sono parecchie persone in ospedale. Per quanto riguarda il numero di morti e la loro identità, è ancora presto per saperlo. Cerchiamo di essere vigili su ciò che ascoltiamo. Le famiglie sono fuggite ad Al Hasakeh. Non osano più uscire. I curdi vanno porta a porta arruolando tutti gli uomini per combattere nei ranghi curdi contro i turchi”. È una testimonianza eccezionale quella offerta da Alexandre Goodarzy, in missione nel nord della Siria per SOS Chrétiens d’Orient, al sito Voltaire.net.

Un racconto eccezionale su quanto sta accadendo in queste ore in quella zona del paese: “L’esercito turco, con il sostegno dei jihadisti di Idlib, ha bombardato diverse località della Siria nord-orientale e poi ha lanciato l’operazione di terra”.  Goodarzy parla di una situazione spaventosa e attribuisce non poche colpe anche all’ostinazione curda nel voler assolutamente creare un Kurdistan a spese della sovranità nazionale siriana “Finora, le piccole minoranze cristiane siriache, caldee e assire e persino la maggioranza araba sunnita e curda sono state sottoposte al dispotismo di questo movimento politico, in particolare il PYD e la sua ala armata, l’YPG. Certo, è piuttosto doloroso in questo momento”.

Per quanto riguarda il pericolo jihadista, derivante dal fatto che molti miliziani dello Stato Islamico sono detenuti nei campi e nelle carceri curde in aree sottoposte ai bombardamenti di Ankara, Alexandre Goodarzy evidenzia come l’indebolimento dei curdi renderà impossibile contenere questo gran numero di combattenti dell’ISIS che, insieme alle loro famiglie, potrebbero trovare una via di fuga e costituire una nuova minaccia jihadista.

Alla domanda se l’offensiva turca potrebbe servire a Bashar al-Assad per riprendere il controllo della regione, afferma: “Il governo siriano condanna ovviamente l’offensiva turca contro la violazione della sovranità e dell’integrità territoriale del paese. Tuttavia, è molto interessante per i siriani vedere i turchi fare il lavoro sporco per loro. La questione curda è un problema sia per i turchi che per i siriani. Se domani la Siria attaccasse i curdi, i media si scatenerebbero contro il governo di Damasco. Del resto, basta vedere come hanno trattato questo paese dopo aver combattuto per otto anni contro il terrorismo”.

Infine ricorda come la Turchia attacchi la Siria e i curdi da otto anni: “Controlla i territori a ovest dell’Eufrate e nella sacca di Idlib, dove si trovano i terroristi, ci sono le postazioni dei turchi. Ora che stanno attaccando i curdi, ci svegliamo! È abbastanza problematico. Sarebbe stato necessario condannare i turchi molto tempo prima”.

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Oltre la guerra in Siria: i limiti dell’informazione

La Siria raccontata attraverso la cronaca quotidiana delle battaglie e da una prospettiva solo ed esclusivamente militare – come se il fronte di guerra fosse l’unica misura di quanto sta accadendo in quell’area geografica – oltre a essere noiosa, è un fallimento per l’informazione. Certamente non aiuta a comprendere i mutamenti in corso nella società siriana, le trasformazioni e anche i limiti di una gestione della ricostruzione derivanti non solo dal peso delle sanzioni ma anche da quello annoso, e mai risolto, della corruzione interna. 
Dopotutto, Bashar al Assad sa bene che alcuni oscuri funzionari del partito Bath, in particolare quelli periferici, sono i peggiori nemici della libertà e della pace sociale nel Paese.  Era così prima della guerra, in quella stagione di riforme mancate e di corruzione diffusa, spesso compiuta alle spalle del Presidente, e lo è ancora di più oggi.
Serve uno sforzo maggiore, dunque, per tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e impedire di coltivare nemici interni, più subdoli e invisibili rispetto a quelli armati. Voler bene alla Siria significa saper e voler raccontare non il centimetro di terra sottratto ai terroristi ma anche il centimetro di spazio sottratto alla disinformazione a favore della verità dei fatti. Anche nelle zone liberate permane una condizione di povertà e di disagio notevole, il cibo non è di facile reperibilità, l’energia e l’acqua spesso scarseggiano. Le cause sono in parte note, in parte taciute, non per disonestà intellettuale ma per debolezza delle fonti da cui attingere le notizie. Raccontare a senso unico, da una parte o dall’altra, è un esercizio semplice quanto rischioso, soprattutto se si fa in modo corretto il mestiere di giornalista.
La Siria non è solo Damasco e, in parte, Aleppo ma anche quei tantissimi piccoli centri, anche rurali, che oggi sono marginalizzati nel processo di ricostruzione. Penso che si debba pretendere dagli alleati, soprattutto da quelli più competitivi nel mercato globale, uno sforzo maggiore per il rilancio economico della Siria perché si rischia un’implosione del sistema sociale e politico attuale con grande incertezza per il futuro. Il problema è proprio come risollevare l’economia di un paese devastato e, comunque, isolato una decisione scellerata degli Stati Uniti e dell’Europa.
Ecco, se proprio devo dirla tutta, oggi la posizione di Assad mi sembra meno salda di ieri. Un tempo si poteva essere o con lui o contro di lui. Le cose sono cambiate, quella logica non funziona più, neanche sotto il profilo della narrazione giornalistica.  Nella società siriana ci sono sfumature che vanno colte, segnali che non possono essere trascurati, perché quella società, devastata in quella che sarebbe diventata la classe dirigente del futuro, è molto più complessa di come è descritta anche dai cosiddetti “filo governativi”. Come insegna la storia, è proprio il post guerra (ancora in corso) che riserva le maggiori sorprese.
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Le sanzioni all’Iran dimostrano la debolezza della politica estera di Trump

Donald Trump ha deciso di inasprire le sanzioni contro la Repubblica Islamica dell’Iran, colpendo la guida spirituale Ali Khamenei e il suo entourage. Il segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin, ha spiegato che gli Stati Uniti congeleranno miliardi di dollari di fondi attivi dell’Iran. Il Presidente degli Stati Uniti è convinto che la misura possa indebolire ulteriormente Teheran e alimentare lo scontento popolare verso i vertici dello Stato, costringendo così gli ayatollah al negoziato. Insomma, la politica del ricatto: stringere la corda intorno al collo del nemico per obbligarlo a trattare.

La crisi economica e il malcontento della popolazione sono dei fatti incontrovertibili, ma quello che non riesce ad accettare il presidente Trump è che un iraniano preferisce tagliarsi una mano prima di soccombere di fronte al ricatto di un americano. Peraltro, a trarre vantaggio dalle sanzioni americane sono due nemici dichiarati dell’Iran, l’Arabia Saudita e, soprattutto Israele, che nel recente conflitto in Siria hanno fomentato il terrorismo jihadista e l’estremismo salafita in chiave anti Assad, alleato storico di Teheran. 

Le sanzioni hanno come unico effetto quello di far stringere il popolo iraniano intorno al suo leader in una forma di resistenza che deriva dalla storia, forza, cultura della grande Persia. La mediocrità della politica estera della Casa Bianca è in linea con quella fallimentare e fumosa dell’amministrazione Obama che, però, ha avuto il merito di aver riportato l’Iran nell’assise internazionale con la dignità che gli spetta di diritto. 

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