Alessandro Aramu

Giornalista

La via della Seta: c’è una rotta che porta dritta all’Italia

La Via della Seta rappresenta una grande opportunità per l’Italia. Non toccato dalla rotta terrestre, il nostro paese è direttamente coinvolto in quella marittima: l’autostrada sull’acqua percorre l’Oceano indiano per approdare in uno o più porti italiani prima della movimentazione delle merci via terra.

Il Governo Gentiloni nel 2017 individuò tre porti: Genova, Venezia e, soprattutto, Trieste, il preferito da Pechino. L’autostrada del mare sarebbe la via privilegiata dal nostro paese anche per esportare i nostri prodotti verso l’Asia con condizioni di grande vantaggio, a partire da quello fiscale, per le nostre aziende. Parlare di internazionalizzazione senza considerare questo imponente programma di investimenti è certamente un errore perché tutto il mondo si muove da tempo in quella direzione. L’Italia, al di là del continuo dibattito politico sulla Via della Seta, non può trascurare questa opportunità. Il rischio concreto è perdere un treno che avrebbe come conseguenza quella di indebolire un sistema produttivo composto in gran parte da piccole e medie imprese la cui capacità di affrontare le sfide dei nuovi mercati è tutt’altro che scontata.

Il  memorandum d’intesa siglato da Roma e Pechino ha fornito la cornice giuridica a 29 accordi (dieci intese fra aziende private e 19 istituzionali, fra cui quelli su start up innovative e-commerce) tra aziende italiane e cinesi per almeno circa 8-10 miliardi di euro. Gli accordi commerciali riguardano trasporti, energia, impianti siderurgici, credito e cantieri navali, settori in cui l’Italia vanta una forte esperienza. Le imprese coinvolte, del resto, sono importanti: Cdp, Unicredit e Intesa Sanpaolo (credito), Fincantieri e Rina di Genova (settore navale), Terna, Ansaldo, Snam, Italgas, Enel e Eni (energia), Ferrovie (trasporti e Danieli (siderurgia). La Danieli di Buttrio (Udine) è partner della Cina per la realizzazione (da 1,1 miliardi di euro) di un impianto siderurgico integrato, dalla miniera al laminatoio, in Azerbaigian. Snam ha firmato un’intesa a supporto di iniziative congiunte che riguardano sia l’Italia e la Cina che paesi terzi. Eni ha firmato con Bank of China un accordo “per rafforzare la collaborazione su vari strumenti finanziari”.  Tra gli accordi sottoscritti alcuni riguardano scambi a livello culturale. Alla base delle intese, l’intensificazione della lotta al traffico illecito delle opere d’arte, mostre, gemellaggi tra siti Unesco.

Resta la diffidenza dell’Unione Europea che non ha firmato nessun memorandum perché, ufficialmente spiegano gli addetti ai lavori e i funzionari di Bruxelles, ci sono già delle piattaforme che guidano le relazioni con Pechino: la strategia Ue-Cina e la quella sulla connettività. In verità, il timore dell’Ue è che la Cina possa intessere rapporti con i singoli Paesi che vadano a ledere l’integrità commerciale dell’Unione. Tra gli Stati membri che a settembre del 2019 non hanno siglato il memorandum figurano Francia, Germania e Spagna mentre, secondo alcune fonti, ci sarebbero anche Paesi che hanno rifiutato di siglare il memorandum con la Cina.

La politica nazionale, come spesso accade, si è soffermata prevalentemente sui rischi  di questa operazione e non sulle concrete opportunità che si potrebbero aprire per le nostre imprese. Sia chiaro, i rischi sono reali anche perché il colosso cinese non viene in Italia o in Europa a fare beneficienza. Si parla di affari e di investimenti per miliardi e miliardi di dollari. Non è da escludere, quindi, così come è accaduto in altri paesi, in particolare in Africa, che Pechino punti, tra le varie cose, anche ad accaparrarsi pezzi di infrastrutture italiane o ad assicurarsi una concessione lunga di quelle statali.

Molto dipenderà  da quanto il governo italiano saprà resistere alla tentazione di liberarsi dalla gestione di beni infrastrutturali che sono diventati soltanto un costo o un peso per lo Stato. Come di dice in questi casi, “le nozze si fanno in due” ed è nella piena disponibilità delle nostre istituzioni la stipula di  accordi che siano vantaggiosi per entrambe le parti. È comunque significativo il fatto che tra il 2000 e il 2016, il nostro paese sia stato uno dei maggiori destinatari nell’Unione europea, dopo Regno Unito e Germania, degli investimenti cinesi, in particolare nel triennio 2014-2016.

L’Italia guarda con grande interesse alla possibilità di esportare le proprie merci in un mercato enorme come quello cinese. I due governi, del resto, hanno di un’agenda incentrata su forti priorità dei due sistemi economici. Le tecnologie verdi, l’agroalimentare, l’urbanizzazione sostenibile, i servizi sanitari e l’aerospaziale sono campi su cui Italia e la Cina possono investire con la consapevolezza di una perfetta complementarità tra le capacità tecnologiche e industriali italiane in questi settori e le necessità dello straordinario sviluppo cinese.

Ne è una prova concreta l’istituzione del Business Forum Italia/Cina (inaugurato nel giugno 2014 e rilanciato all’inizio del 2016), una piattaforma di interazione innovativa dal potenziale enorme. Le Comunità d’affari dei due Paesi hanno a disposizione un foro permanente – prima inesistente – che si affianca al dialogo intergovernativo, per facilitare scambio d’informazioni, conoscenze, proposte industriali e investimenti reciproci, ivi compresa partnership strategiche anche su mercati terzi. L’ultima riunione plenaria del Business Forum Italia/Cina si è svolta a Roma il 22 marzo 2019 in occasione della visita del presidente cinese Xi Jinping.

(2. continua)

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Cina, la via della Seta è il futuro del commercio mondiale

La Repubblica Popolare della Cina è la nazione più popolosa del mondo (poco meno di un miliardo e mezzo di persone) e si estende su territorio variegato, dalle catene montuose himalayane, all’altopiano del Tibet, fino ad arrivare alle coste sul Pacifico ad est. L’amministrazione riguarda 33 suddivisioni di livello provinciale, di cui 22 province, 5 regioni autonome, 4 municipalità e 2 regioni amministrative speciali. La sede centrale è a Pechino ed è da qui che vengono emanate leggi e normative in ambito imprenditoriale. Ogni amministrazione provinciale ha comunque una certa autonomia nella gestione dei Piani Quinquennali emanati dal governo di Pechino, che rappresentano il principale strumento di politica economica del Paese.

Nel Programma di Sviluppo Quinquennale che va dal 2016 al 2020 riveste ampia centralità l’obiettivo di assicurare forme di crescita qualitativa. Le Autorità si trovano oggi chiamate a garantire continuità allo sviluppo economico del Paese, estendendone i benefici a tutte le fasce della popolazione. Sul piano delle relazioni bilaterali, punta a incrementare le proprie relazioni economiche e commerciali con i Paesi sia industrializzati, sia emergenti ed è ormai annoverata tra i principali finanziatori di progetti di sviluppo economico all’estero, pur con criteri differenti da quelli OCSE.

Secondo il Fondo monetario internazionale, la Cina è la regione a più rapida crescita e il motore principale dell’economia del pianeta. La cosiddetta “terra di mezzo” da sola rappresenta un terzo del contributo alla crescita economica del mondo. Benché il tasso di crescita non raggiunga più la doppia cifra come nello scorso decennio (il 6,6% nel 2018), la Cina ha il secondo PIL al mondo e da anni sta sperimentando una crescita significativa. L’imponente urbanizzazione e la crescita del potere di acquisto della classe media sono alla base della costante crescita dei consumi interni. Ciò non solo nelle cosiddette città di prima fascia (Pechino, Shanghai e Canton) ma anche in quelle di seconda e terza fascia (20 metropoli, ciascuna con 7-10 milioni di abitanti), oltre a numerose altre aree urbane da 3-5 milioni di abitanti.

Si è discusso a lungo del rischio di una brusca frenata (hard landing) dell’economia cinese, tuttavia vi sono alcune dinamiche che, in una certa misura, forniscono rassicurazioni in questo senso. Nel Paese da alcuni anni è in atto un processo che sta modificando il suo modello di sviluppo, orientandolo maggiormente dall’export ai consumi con un conseguente andamento meno rapido, ma più sostenibile, e con l’obiettivo di entrare a far parte, nel medio termine, tra i paesi ad alto reddito.

Ben si comprende quindi perché la Cina sia considerata oggi il mercato più attrattivo per le imprese italiane, non solo per l’enorme platea di consumatori a cui proporre i nostri prodotti e servizi ma anche per le concrete opportunità di investimento che sono sorte a seguito degli accordi inseriti in quel vasto programma denominato la Via della Seta. Un nome suggestivo, ambizioso, per certi aspetti epico, che va però letto con molta attenzione, non solo per gli importanti risvolti di natura economico/commerciale ma anche politico. I soggetti sono la Cina, da una parte, e l’Europa, dall’altra, con un ruolo di primo piano proprio del nostro paese. È la riproposizione in chiave moderna di quel tragitto che, attraverso i mercati, portavano il pregiato tessuto da quel paese fino al cuore del vecchio continente.  Quel tragitto, grazie a un’intuizione del presidente cinese Xi Jinping, è diventato a partire dal 2013 un vero e proprio progetto industriale, commerciale e di infrastrutture per poter ampliare la forza economica del suo paese in Europa. L’iniziativa è considerata prioritaria dai vertici politici cinesi.

L’obiettivo dichiarato è quello di costituire una rete di connettività e partenariati che, insieme a trattati bilaterali e regionali di libero scambio, faciliti commerci e investimenti.

Il progetto, denominato anche “Belt and Road”, prevede la realizzazione di tratte ferroviarie ad alte velocità, autostrade e creazione o ampliamento di porti dalla Cina all’Europa, attraverso tutta l’Asia. Ne sono coinvolti anche potenze come la Russia e l’India e altri paesi che hanno messo a disposizione ingenti somme di denaro. Sono sei le rotte – quattro terrestri e due marittime – che si snoderanno lungo una serie di basi – ovvero porti, ferrovie e strade – dalle quali far transitare i prodotti cinesi.

Per questo è stata creata la Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture con una cassaforte da 100 miliardi di dollari il 30% dei quali arrivati proprio da Pechino. In tutto sono oltre 150 i paesi che hanno firmato l’intesa e comprendono paesi di Asia centrale, Asia settentrionale, Asia occidentale e i paesi e le regioni lungo l’Oceano Indiano e il Mediterraneo.

Si tratta, come si vede, di un’iniziativa strategica commerciale dalla grandissima importanza che si muove in una triplice direzione perché punta: 1) a promuovere il ruolo della Cina nelle relazioni commerciali globali; 2) a espandere i suoi flussi di investimenti internazionali; 3) a fornire sbocchi commerciali per i suoi prodotti. Come è stato evidenziato da vari osservatori, si tratta di uno strumento di soft power di grande portata. (1. continua)

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Nucleare iraniano, la Cina e il “bullismo” americano

Il commento più efficace in merito alla questione nucleare iraniana è arrivato dalla Cina e precisamente dal portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang, che ha definito “il bullismo unilaterale degli Usa un tumore che si diffonde e sta creando più problemi e crisi su scala globale”.

Pechino mal digerisce le politiche economiche di Trump, che fanno del protezionismo una minaccia costante nelle relazioni diplomatiche con altri paesi. Dazi e sanzioni sembrano essere le (sole) parole d’ordine di Washington: il tempo sembra essersi fermato a qualche decennio addietro, quando oltre cortina si nascondevano solo nemici.

La Cina, insieme ad altri Stati, come l’Iran appunto, sembra essere uno dei bersagli preferiti del presidente statunitense che i più stretti collaboratori, come rivelano alcune fonti, definiscono “imprevedibile, egocentrico e pericoloso”.

Detto questo, Pechino giudica del tutto comprensibile la decisione di Teheran di innalzare il livello dell’arricchimento dell’uranio a 4,5%, rispetto al 3,67% consentito dall’accordo del 2015. Il paese asiatico ha intrapreso una strada simile visto che la produzione di energia nucleare è aumentata del 18,6 per cento su base annua nel 2018.

Attualmente in Cina sono operative 45 centrali nucleare con una capacità installata totale di 45,9 milioni di kW.  Pechino ha generato complessivamente 294,4 miliardi di kWh energia nucleare, circa il 4,2% delle produzione complessiva del paese. Grazie all’utilizzo dell’atomo ha evitato l’immissione in atmosfera di ben 280 milioni di tonnellate di Co2 e risparmiato 90 milioni di tonnellate di carbone.

E’ la  stessa strada che vuole intraprendere Teheran, per liberarsi dal peso delle sanzioni economiche che gli impediscono di vendere il petrolio all’estero, per liberarsi dalla dipendenza dal greggio e per produrre più energia pulita in un programma che non preveda la creazione di una bomba atomica come invece affermano, senza alcuna prova, sia gli Stati Uniti che Israele.

Malgrado le mistificazioni della stampa occidentale, una cosa è certa: la crisi nucleare è stata causata e voluta da Trump che ha stracciato in modo irresponsabile l’accordo del 2015. Quella di Teheran è una reazione legittima. Anzi direi di più: è legittima difesa.

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