Alessandro Aramu

Giornalista

Il genocidio armeno e la forza delle donne: la lezione di Antonia Arslan

Il coraggio delle donne armene è raccontato in maniera magistrale dalla scrittrice Antonia Arslan che nelle sue opere ha sempre fornito un punto di vista singolare del genocidio del 1915. Nel romanzo La masseria delle allodole l’autrice non si è certo sottratta dal descrivere, in modo drammatico, lo stupro e lo strazio delle donne costrette a dare piacere ai soldati turchi durante le deportazioni verso il deserto siriano. Lo ha fatto perché il genocidio raccontato da una donna considera sporco, indegno e umiliante sia lo stupro quanto il silenzio imposto da una società dominata dalla cultura maschilista. Il vero disonore è stato non parlare prima di quel dramma, tapparsi le orecchie per non sentire le urla di quelle donne straziate dalla ferocia dei soldati ottomani. Con i loro racconti, le donne armene hanno capovolto il senso di colpa e la vergogna dello stupro. Sono uscite dall’isolamento e hanno trasformato un segreto mai rivelato, o soltanto sussurrato, in una narrazione potente, capace di denunciare la frenesia di un crimine e le aberrazioni degli esseri umani.

La forza delle donne armene ha ispirato un altro capolavoro della scrittrice di origine armena, Il libro di Mush, che racconta la storia del salvataggio rocambolesco dell’Omiliario di Mush, un prezioso manoscritto miniato del 1202, che oggi è possibile ammirare nella Biblioteca di Yerevan, strappato alla furia devastatrice dei turchi da due coraggiose donne armene, due figure potenti che rappresentano la capacità di questa nazione di rialzarsi anche dopo aver subito la devastazione. Una vicenda struggente che riporta indietro nel tempo, a cento anni fa, quando nella valle di Mush, in Anatolia, i turchi ottomani distrussero il maestoso monastero dei Santi Apostoli. Le fiamme ridussero in cenere ogni cosa, tranne il prezioso libro di preghiere, di salmi e di angeli che soccorrono e aiutano da sempre il popolo armeno. I reduci della Terza armata ottomana, affamati, feriti, sconfitti nel Caucaso dall’esercito russo, scaricarono la loro frustrazione e rabbia sui cristiani, ritenuti responsabili della disfatta. Massacrarono tutti gli armeni, bruciarono i palazzi e distrussero le Chiese. Di quella civiltà non doveva rimanere traccia.

All’eccidio sopravvissero soltanto due donne: la fragile Anoush e la forte Kohar. Furono loro a ritrovare il manoscritto, il più grande del mondo, alto circa un metro e largo mezzo e a salvarlo attraverso un viaggio che Antonia Arslan racconta con rara maestria. Per poterne sopportare il peso, le due donne decidono di dividerlo in due e ciascuna lo porterà a turno. Il viaggio è terribile, le due donne sono braccate dai turchi, indebolite, affamate e congelate. Kohar muore e una metà del libro viene sepolta con lei a Erzurum per poi essere ritrovata da un ufficiale russo e portata a Tbilisi, l’altra viene portata da Anoush nella capitale dell’Armenia, dove negli anni Venti viene ricomposto e tuttora è conservato.

Ancora oggi chi vuole addentrarsi nella valle di Mush viene vivamente sconsigliato di farlo, c’è la convinzione che bisogna avere rispetto per le anime degli uccisi che ancora vagano come la nebbia che avvolge le montagne. Proprio a Yerevan ho avuto modo di parlare del libro di Mush con alcune donne armene. È una storia che descrive meglio di altre, tra leggenda e realtà, il senso di rinascita che ispira questo popolo, in cui le donne, anche nella società contemporanea, occupano un ruolo decisivo. Alle donne armene spetta il compito di lottare per la salvezza dei propri figli piccoli ma anche per conservare le tradizioni, le storie, le ricette, le leggende, la religiosità armene. Il fulcro della civiltà armena. Così, da sempre, e ancora di più dopo il genocidio, si preserva la memoria di questo popolo pacifico e straordinariamente laborioso.

Il mio incontro con Antonia Arslan nel 2015

Non sono molti i conflitti nei quali è stata data una lettura di genere, una visione della tragedia vista con gli occhi delle donne. «Il loro coraggio e la loro determinazione», afferma Antonio Asrlan, «insieme agli aiuti di qualche uomo giusto turco le salva, ma in generale si può dire che la resilienza delle donne armene è stata straordinaria. Hanno dovuto compiere scelte straordinariamente difficili: quali figli tenere e quali abbandonare lungo la marcia, se cederli ai turchi e ai curdi che venivano a rapirli, se suicidarsi o meno, come difendere le proprie figlie adolescenti dagli stupri, in che modo dare da mangiare ai propri cari senza morire del tutto di fame e di sete. Nei progetti degli organizzatori del genocidio le donne non sono state eliminate come gli uomini perché, secondo la cultura ottomana, non contavano nulla: la donna, nella cultura ottomana, è inferiore e non ha un’anima, per questo può essere usata e piegata a proprio piacimento».

Che sia un corpo violato, una pelle marchiata o un libro, poco cambia: le donne armene, in un modo o in altro, sanno ritrovare sempre il cammino della salvezza, al di là del dolore, del lutto e della tragedia. Tutto questo emerge dai loro racconti, dalla loro forza, dallo straordinario amore che hanno per una terra che è stata privata del calore e dal temperamento dei loro uomini. Per queste donne, salvare qualcosa significa salvare tutto il mondo. E salvare un libro significa salvare la cultura e l’identità del popolo armeno dall’oblio. Gli organizzatori del genocidio non avevano previsto niente di tutto ciò. Sono state le donne a salvare la cultura armena anatolica e nella diaspora hanno portato con loro un’identità unica di quei luoghi, con usanze e costumi che non hanno uguali nelle comunità armene presenti in altre zone del mondo.

Tratto da Il genocidio armeno: 100 anni di silenzio – Lo straordinario racconto degli ultimi sopravvissutidi Alessandro Aramu, Gian Micalessin e Anna Mazzone (Arkadia Editore)

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Il genocidio armeno: le schiave del sesso e i tatuaggi della vergogna

Sono a Erevan, capitale dell’Armenia, per un reportage sul genocidio armeno. Il mio sguardo cade su una foto in bianco e nero di una rivista. Una giovane donna vestita con gli abiti tradizionali, un fazzoletto sul volto e la pelle del viso segnata. Sembrano cicatrici. Leggo la didascalia di una foto e scopro che quei segni sono un oltraggio dal significato macabro: si tratta di tatuaggi, impressi dai turchi alle donne armene possedute come se fossero un oggetto qualunque. Quei tatuaggi indicano che quella donna era una schiava del sesso, costretta a sposarsi con la forza durante gli anni del genocidio. Quel ritratto è inquietante.

Capitava, non di rado, che le giovani donne armene venissero salvate dalla deportazione per andare a rendere servigi come cameriere nelle ricche famiglie turche. Non si trattava certo di un atto di generosità. Era una forma di riduzione in schiavitù, anche se non mancarono i benefattori, ispirati da sincera pietà. Non tutte, però, furono così fortunate. Chi non aveva la sventura di essere mutilata, stuprata, torturata o uccisa nel corso delle deportazioni, poteva finire nelle mani di qualche uomo turco desideroso di soddisfare i propri impulsi sessuali con una giovane donna armena. Difficile dire quali delle due sorti fosse la peggiore.

A ogni modo quei tatuaggi esprimono non solo un oltraggio ma la rappresentazione delle incalcolabili atrocità che le donne armene hanno dovuto affrontare durante un genocidio che è stato anche di natura culturale. Con la brutalità non si intendeva soltanto cancellare le tracce di un popolo da una terra che avevano abitato per millenni ma anche la presenza femminile, attraverso un annientamento che non ha nulla di casuale. Se gli uomini armeni hanno avuto la fortuna di morire nel giro di poco tempo, spesso dopo combattimenti o esecuzioni di massa da parte dell’esercito turco, alle donne non è stata risparmiata alcun tipo di sofferenza. Le foto degli archivi testimoniano una tragedia che non ha eguali in nessuno dei crimini del Ventesimo secolo.

Nel genocidio del 1915 sono le donne a patire la follia omicida dei musulmani. E la patiscono in quanto cristiane. Anche se una parte della storiografia ritiene che la pulizia etnica degli armeni non sia direttamente riconducibile a motivazioni di carattere religioso (tesi rafforzata dal fatto che la Germania, principale alleato dell’Impero Ottomano, fosse una nazione cristiana), è indubbio che il rendere la donna armena “una schiava del sesso”, fa fortemente dubitare sulla bontà di certe posizioni. Le donne, private di ogni protezione maschile o familiare, erano sole contro l’assoluta barbarie perpetrata dai soldati turchi. La specificità del genocidio armeno è proprio il differente destino degli uomini e delle donne: i primi, protettori delle loro famiglie, furono uccisi subito, gettandoli in burroni o nel fiume Eufrate, o finiti a colpi d’ascia. Le donne, invece, furono avviate a una deportazione che le portò verso l’estinzione, il nulla. In moltissimi casi furono obbligate a entrare negli harem dei turchi, perché la donna armena era considerata una merce “pregiata”.

Recentissimi studi stimano che circa un terzo dei turchi del 2014 sia di sangue misto armeno, greco e siriano: le tre minoranze che hanno subito persecuzioni e stermini nel corso dello scorso secolo. È un altro aspetto della contemporaneità di un crimine che continua a produrre effetti nel tempo. Molte bambine, si stima circa 80.000, rimasero nelle case turche, spose forzate in giovanissima età. Costrette a cambiare nome e religione, «non potevano più recitare le loro preghierine infantili, si dovevano uniformare alle famiglie dei turchi. Le prescelte erano quelle più in fiore, la loro vita era stata risparmiata durante le marce, ma era diventata una cosa completamente diversa, frutto di un totale sradicamento dalla loro cultura e identità». Gli uomini ancora oggi scrivono la storia, così è accaduto con il genocidio.

Le donne per un lungo periodo non hanno avuto grande spazio nei racconti. C’è un genocidio femminile che merita di essere raccontato, perché le donne armene sono state considerate impure, contaminate e disprezzate. I loro corpi sono stati violati e mortificati con una brutalità che si ritroverà anni dopo soltanto negli stupri di guerra della ex Jugoslavia. Sono loro ad aver sofferto di più, anche portando il più pesante dei fardelli: rigenerare nuova vita. Questa diversità si percepisce anche nel racconto delle nuove generazioni che, con la loro testimonianza, descrivono le “loro” storie.

Una visione femminile del genocidio che rivela la radice dell’odio che ha alimentato quel crimine e l’effetto che ha avuto sulla donna armena nel corso di questi cento anni. Quei tatuaggi delle schiave del sesso sono un segreto che molte donne hanno tenuto nascosto per anni. La bandiera turca-musulmana marcata sui volti e le mani era qualcosa che paradossalmente non si doveva né vedere (sembra quasi una contraddizione) e neppure sapere. E per decenni questa terribile pratica è sparita dai racconti ufficiali e dalle confidenze familiari. Più di ogni altra azione consumata dai turchi nei confronti delle donne armene, questa ha il sapore della macchia, di qualcosa di indelebile che non può essere cancellato in alcun modo.

Ecco perché queste giovani donne, una volta ritornate libere, hanno convissuto per il resto della loro esistenza con un senso di vergogna e di umiliazione che le ha rese “invisibili” alla storia. Rendere pubblica quella violazione voleva dire anche esporre in pubblico una condizione – e un reato – che avrebbe ricoperto di vergogna anche il marito, il padre e tutti i maschi della famiglia. Queste donne nascoste hanno continuato a subire nel tempo una violenza che ha umiliato la loro dignità e anche la loro vita privata. (…)

Tratto da Il genocidio armeno: 100 anni di silenzio – Lo straordinario racconto degli ultimi sopravvissuti di Alessandro Aramu, Gian Micalessin e Anna Mazzone (Arkadia Editore)

Foto: tratta da un filmato del 1923

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