Alessandro Aramu

Giornalista

Nel 2100 un terzo del mondo sarà africano. I numeri per capire il continente nero

L’Africa, il continente dimenticato. Il grande triangolo nero è oggi forse il luogo più sconosciuto e terribile del pianeta perché da lì, più che altrove, provengono quelli che l’Occidente e il nord del mondo ritengono problemi di controversa soluzione. Del resto, per decenni, quel continente è stato depredato, e continua a esserlo ancora oggi, delle sue più importanti risorse. In cambio gli abbiamo dato instabilità, povertà e persino spazzatura, giacché quello era uno dei luoghi preferiti dai governi e dalle criminalità per smaltire milioni di tonnellate di rifiuti, spesso tossici. Detto questo, per capire che cosa è oggi l’Africa oggi e che cosa sarà domani, dobbiamo affidarci a qualche numero e indicatore demografico.

Con una popolazione di circa 1,3 miliardi (nel 1930 nel contenente vivevano solo 150 milioni di persone), gli studi ci dicono che fra  30 anni, quindi nel 2050, l’Africa potrebbe avere circa 2,5 miliardi di abitanti, praticamente il doppio di oggi. Nessun continente al mondo cresce a questi ritmi. Ogni anno, quindi, nel continente nero nasce un paese grande quanto l’Italia. Le previsioni a lungo termine delle Nazioni Unite parlano di 4,4 miliardi di africani nel 2100, in un mondo con poco più di 11 miliardi di abitanti. Quindi se si continuerà con questo tasso di crescita, più di un terzo della popolazione mondiale alle soglie del nuovo secolo sarà in Africa. Per capire la portata di questo boom demografico, si può fare riferimento alla capitale del Kenya, Nairobi. La città oggi ha circa 5 milioni di abitanti, nel 2100, ovvero fra 80 anni, potrebbe arrivare a 46 milioni di residenti.

Altri numeri ci danno un’immagine più dettagliata, e non conosciuta da tutti, di che cosa è realmente l’Africa:

  • Il 40-50% della popolazione ha meno di 15 anni;
  • Rispetto al resto della popolazione mondiale, che si è sostanzialmente stabilizzata, quella dell’Africa sta subendo un processo violentemente metastasico: ogni 15 anni, la metà della popolazione sub sahariana si ricambia;
  • La tendenza in Africa è di cinque figli a testa;
  • I primi 5 paesi africani per numero di abitanti: 1) Nigeria: 154 milioni; 2) Etiopia: 85 milioni; 3) Egitto: 80 milioni; 4) Congo: 71 milioni; 5) Sudafrica: 47 milioni.
  • Secondo le valutazioni della Banca Mondiale, oltre un terzo della popolazione dell’Africa Sub-Sahariana vive sotto la soglia di povertà estrema (cioè dispone di meno di 1,90 dollari al giorno, secondo la nuova definizione della soglia di povertà), e in questa regione si concentrano 347 dei 702 milioni di poveri del pianeta, secondo le stime riferite al 2015. Secondo altre stime, il dato è ancora peggiore: il 70% della popolazione vivrebbe con meno di un dollaro al giorno.
  • L’intero continente produce solo il 3% del Prodotto Interno Lordo mondiale, praticamente come la ricchezza prodotta dalla Francia.

Sono numeri che ci dicono che niente, o quasi, potrà bloccare i flussi migratori da questa parte del mondo, tanto più inevitabili se si continuerà a investire poche risorse nello sviluppo e nella crescita di paesi che vivono, come dimostrano le tante guerre in corso, un deficit di democrazia, libertà e rispetto e di diritti civili.  Insieme all’Asia, l’Africa è il continente con più guerre in corso, guerre del tutto dimenticate, ignorate dai media, dall’opinione pubblica e dalle istituzioni regionali.

Un esempio emblematico è rappresentato  dalla Repubblica Democratica del Congo: la guerra civile, a intermittenza, devasta dal 1998 questo stato africano. Si stima che il conflitto abbia fatto cinque milioni di vittime, molte delle quali civili. Si tratta del conflitto che ha fatto più vittime dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, più del Vietnam, più della Corea, più della Siria e dell’Iraq.

Dal 2018, nelle province nord-orientali del Nord Kivu e dell’Ituri, sono ripresi i combattimenti interetnici che hanno causato più di un milione di sfollati interni. Centinaia di migliaia di congolesi sono stati costretti a fuggire in Uganda attraverso il lago Alberto. La lotta tra gruppi armati per il controllo del territorio e delle risorse, la distruzione di scuole e abitazioni e gli attacchi ai civili hanno creato importanti bisogni umanitari. A questa situazione, nell’agosto dello scorso anno, si è aggiunto un focolaio di Ebola.

Ma l’inferno non si ferma qui: questa è una terra che vanta primati agghiaccianti, come quello delle bambine violentate e mutilate dalle milizie private. La violenza usata come arma di guerra. Un inferno senza ritorno che costringe tutti noi, a maggior ragione chi fa informazione, a guardare senza pregiudizi un continente devastato da conflitti, spesso acuiti dalle politiche di saccheggio che il nord del mondo, a partire dall’Europa, ha condotto fino a oggi.

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