Alessandro Aramu

Giornalista

Chi soffia sulla crisi in Libano?

La crisi c’è ed è profonda. Una crisi sociale, economica e politica. Quest’ultima è nota anche perché il sistema confessionale nato per dare stabilità al paese con il trascorrere del tempo mostra tutti i suoi limiti. Certamente, come è già accaduto altre volte in Medio Oriente, ci sono fattori e soprattutto attori esterni che vogliono destabilizzare il paese. Tra questi ci sono prima di tutto gli Stati Uniti.

Ne sarebbe convinto persino l’ambasciatore russo a Beirut che in alcuni colloqui riservati avrebbe manifestato questa opinione, quasi una certezza. Manco a dirlo Washington vuole sfruttare il caos e le proteste popolari contro Hezbollah, allo scopo di indebolire il movimento sciita salvando il vero responsabile di questa crisi, il premier dimissionato Saʿd Ḥarīrī, un fantoccio dell’Arabia Saudita. Ad alimentare le proteste anti Hezbollah ci sarebbero anche alcune monarchie del Golfo e l’immancabile Israele che con il partito di Dio ha da sempre un conto aperto.

Hezbollah, dal canto suo, ha sempre dichiarato di stare dalla parte del popolo e di sostenere le proteste e ha evidenziato che la crisi monetaria in Libano venga sfruttata a scopi esclusivamente politici. Una carta utilizzata dalla finanza mondiale per colpire essenzialmente il movimento guidato da Nasrallah. Il Libano, in verità, è nella morsa della corruzione e la Banca Centrale sembra incapace di affrontare il caos del valore della valuta.

Non è un caso che negli ultimi due mesi il prezzo dei generi alimentari sia aumentato in modo preoccupante andando a colpire proprio le fasce più deboli della popolazione. Allo stesso modo, il tasso di cambio della sterlina libanese rispetto al dollaro USA è diminuito. Una situazione non più sostenibile che, secondo Hezbollah, è colpa di certi poteri libanesi in combutta con gli Stati Uniti.

Condividi

Libano, se anche Hezbollah finisce nel mirino della protesta popolare

In Libano la protesta popolare non risparmia nessun partito politico, anche chi, come Hezbollah, non è accusato di corruzione. Nel sud del paese, roccaforte del Partito di Dio, per la prima volta si sono viste proteste contro il movimento sciita e persino contro il leader Nasrallah. Il forte ridimensionamento dei finanziamenti provenienti dall’Iran, a causa delle sanzioni Usa e dell’impegno militare in Siria, ha fatto sì che il partito sciita non sia più in grado di garantire, come un tempo, l’assistenza sociale e i servizi alla sua base. Sull’argomento consiglio la lettura di un interessantissimo articolo di Michele Giorgio su Il Manifesto.

Il principale obiettivo delle proteste di piazza è il capo del governo, Saad Hariri, sunnita e filo saudita che non gode più del sostegno del suo elettorato. Per uscire dall’angolo, il premier ha annunciato un taglio agli stipendi di ministri, parlamentari e del presidente della Repubblica pari al 50 per cento: misura che si applica anche a chi è ormai in pensione. Misure che, anche se approvate, potrebbero non placare l’ira di una popolazione oramai allo stremo.

Il Libano è sull’orlo del baratro, la corruzione dilagante, la crisi economica e l’aumento dei poveri (nel 2011 erano il 6%, ora sono il 39%) non può più essere sostenuta con politiche che prevedano nuove tasse (le manifestazioni sono iniziate dopo l’annuncio di una tassa, successivamente ritirata, sulle chiamate via Internet). Da sempre una polveriera, ancora di più oggi per l’insostenibile peso di circa un milione e mezzo di profughi siriani, che si aggiungono alla presenza storica dei palestinesi, il Paese dei Cedri è davvero a un bivio.

Condividi