Alessandro Aramu

Giornalista

Saremo invasi dai musulmani? Così la propaganda stravolge l’inchiesta di Le Point

I giovani musulmani in Francia abbracciano in numero sempre più crescente il fondamentalismo e l’ortodossia. Questo, in sostanza, quanto emerge da un’inchiesta del giornale Le Point* che sta scuotendo la Francia e preoccupa l’Europa. Manco a dirlo, l’interessante reportage di Jérôme Fourquet, uno dei più acuti analisti politici transalpini, è stato preso a pretesto da una parte del mondo sovranista per lanciare una campagna contro l’Islam tout court e in difesa della civiltà cristiana. Sullo sfondo rimane la tesi, la più pessimistica, secondo la quale entro il 2050, continuando così le cose, i cittadini musulmani costituiranno la maggioranza della popolazione in Europa e il fondamentalismo troverà terreno fertile per sovvertire l’ordine e i principi democratici dell’Occidente. Questa affermazione, come è ovvio, serve a rafforzare le politiche di chiusura delle frontiere e di impedire che nel nostro continente arrivino altri immigrati musulmani.

Prima di analizzare l’inchiesta di Le Point, occorre sottolineare come i più autorevoli studi demografici affermino che se anche i profughi e gli immigrati continuassero a venire in Europa allo stesso ritmo, e con una simile composizione religiosa, da qui al 2050 la popolazione musulmana potrebbe quasi triplicare e arrivare al 14%. Se invece l’immigrazione cessasse completamente la popolazione musulmana potrebbe arrivare al 7,4% entro il 2050. Una delle ragioni di tale crescita è che i musulmani europei sono in media più giovani degli altri europei di 13 anni. Hanno, inoltre, più figli, in media un figlio in più per donna.

Se non venissero ammessi più profughi nei paesi europei, ma l’immigrazione continuasse al ritmo attuale, sulla base dei dati di metà 2016 la popolazione musulmana potrebbe più che raddoppiare arrivando all’11,2 percento. Sono numeri importanti ma che smentiscono la tesi catastrofista dei sovranisti europei e italiani.

Detto questo, tra la maggioranza dei profughi giunti in Europa in questi ultimi anni quella siriana è la componente più numerosa e non rappresenta certo un pericolo perché, abituata a vivere in una struttura statale in cui il pluralismo religioso era ed è tutt’ora, benché il paese sia devastato dalla guerra, un elemento fondante della convivenza civile. La Francia da questo punto di vista è un modello particolare, come del resto il Belgio. Non è un caso che gli attentati terroristici di matrice jihadista che hanno colpito Parigi e Bruxelles siano stati condotti non da immigrati ma da cittadini francesi di origini musulmane, di seconda e terza generazione.

L’inchiesta di Jérôme Fourquet fotografa un quadro noto da tempo e va analizzato con il piglio di chi conosce la società francese e le sue periferie. L’emarginazione delle nuove generazioni di stranieri, non soltanto musulmani, che non riescono a integrarsi nel paese è un fenomeno che ciclicamente si ripropone all’attenzione dell’opinione pubblica. I cosiddetti ‘sans papiers’, gli immigrati illegali francesi, occupano le cronache da più di 20 anni.

Non si possono dimenticare le rivolte del 2005 nelle banlieue, tre settimane di sommosse e di scontri che rappresentano la più importante rivolta in Francia dal maggio del 1968. Parliamo di contesti urbani in cui i padri o i nonni di molti giovani africani di seconda o terza generazione hanno vissuto per decenni in baraccapoli: erano la forza lavoro utilizzate dalle imprese francesi per dare vita a nuove abitazioni nell’ambito di un piano di ricostruzioni che doveva restituire non solo spazi ma anche dignità agli abitanti delle periferie. Soltanto in un secondo momento quei lavoratori, dopo aver vissuto in contesti disumani, riuscirono ad entrare in una casa vera e propria, in quei condomini con affitto moderato che hanno rappresentato uno scatto sociale per tanti “esclusi” dalla società francese. Negli anni Ottanta l’aumento della disoccupazione e la disperazione hanno contribuito a creare fenomeni diffusi di illegalità a cui si sono aggiunti elementi religiosi e politici, come dimostrano gli attentanti del 1998 condotti dall’islamismo militante. Dal 1997, anno in cui si costituì il primo collettivo dei Sans Papier, a oggi la posizione di migliaia di stranieri è stata regolarizzata ma sono ancora tanti quelli (si parla di 100 mila) che ancora aspettano di uscire dal cono d’ombra in cui sono costretti a vivere.

Leggere l’inchiesta di Le Point senza considerare questa premessa rischia di stravolgere il significato di quei numeri che destano preoccupazione perché il rischio non è certo l’assimilazione della cultura occidentale, con profonde radici cristiane, da parte di quella islamica ma il concreto e imminente pericolo di sicurezza che il fondamentalismo delle nuove generazioni di musulmani francesi costituisce per tutta l’Europa. Un fenomeno già visto in altri contesti del Mediterraneo, come ad esempio la Tunisia che, infatti, è il paese dal quale sono partiti più combattenti in Siria dove sono andati a ingrossare le fila di formazioni jihadiste come Daesh o Al Qaeda.

Ecco, più che gridare all’invasione musulmana, c’è da chiedersi che cosa stia facendo concretamente la Francia di Macron per prevenire il rischio di attentati e quali politiche stia portando avanti nelle periferie francesi per evitare che la povertà, il disagio e l’emarginazione di molti giovani rappresentino il terreno fertile per l’affermarsi, su larga scala, dell’estremismo di matrice islamica.

*“La percentuale di persone che partecipa alle preghiere del venerdì in moschea è più che raddoppiata, dal 16 per cento nel 1989 al 38 per cento oggi. È spettacolare. Notiamo un calo della percentuale di persone che dichiara di bere alcolici, dal 35 per cento nel 1989 al 21 per cento oggi. Solo il 41 per cento ritiene che l’Islam debba conformarsi alla laicità, contro il 37 per cento che ritiene che sia al contrario la laicità che deve adattarsi all’Islam. L’82 per cento ritiene che il cibo halal deve essere consumato nelle mense scolastiche e il 68 per cento ritiene che una ragazza dovrebbe essere in grado di indossare il velo a scuola. Tra gli intervistati, il 27 per cento concorda con l’idea che ‘la sharia dovrebbe prevalere sulle leggi della Repubblica’”.

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