Alessandro Aramu

Giornalista

La via della Seta: c’è una rotta che porta dritta all’Italia

La Via della Seta rappresenta una grande opportunità per l’Italia. Non toccato dalla rotta terrestre, il nostro paese è direttamente coinvolto in quella marittima: l’autostrada sull’acqua percorre l’Oceano indiano per approdare in uno o più porti italiani prima della movimentazione delle merci via terra.

Il Governo Gentiloni nel 2017 individuò tre porti: Genova, Venezia e, soprattutto, Trieste, il preferito da Pechino. L’autostrada del mare sarebbe la via privilegiata dal nostro paese anche per esportare i nostri prodotti verso l’Asia con condizioni di grande vantaggio, a partire da quello fiscale, per le nostre aziende. Parlare di internazionalizzazione senza considerare questo imponente programma di investimenti è certamente un errore perché tutto il mondo si muove da tempo in quella direzione. L’Italia, al di là del continuo dibattito politico sulla Via della Seta, non può trascurare questa opportunità. Il rischio concreto è perdere un treno che avrebbe come conseguenza quella di indebolire un sistema produttivo composto in gran parte da piccole e medie imprese la cui capacità di affrontare le sfide dei nuovi mercati è tutt’altro che scontata.

Il  memorandum d’intesa siglato da Roma e Pechino ha fornito la cornice giuridica a 29 accordi (dieci intese fra aziende private e 19 istituzionali, fra cui quelli su start up innovative e-commerce) tra aziende italiane e cinesi per almeno circa 8-10 miliardi di euro. Gli accordi commerciali riguardano trasporti, energia, impianti siderurgici, credito e cantieri navali, settori in cui l’Italia vanta una forte esperienza. Le imprese coinvolte, del resto, sono importanti: Cdp, Unicredit e Intesa Sanpaolo (credito), Fincantieri e Rina di Genova (settore navale), Terna, Ansaldo, Snam, Italgas, Enel e Eni (energia), Ferrovie (trasporti e Danieli (siderurgia). La Danieli di Buttrio (Udine) è partner della Cina per la realizzazione (da 1,1 miliardi di euro) di un impianto siderurgico integrato, dalla miniera al laminatoio, in Azerbaigian. Snam ha firmato un’intesa a supporto di iniziative congiunte che riguardano sia l’Italia e la Cina che paesi terzi. Eni ha firmato con Bank of China un accordo “per rafforzare la collaborazione su vari strumenti finanziari”.  Tra gli accordi sottoscritti alcuni riguardano scambi a livello culturale. Alla base delle intese, l’intensificazione della lotta al traffico illecito delle opere d’arte, mostre, gemellaggi tra siti Unesco.

Resta la diffidenza dell’Unione Europea che non ha firmato nessun memorandum perché, ufficialmente spiegano gli addetti ai lavori e i funzionari di Bruxelles, ci sono già delle piattaforme che guidano le relazioni con Pechino: la strategia Ue-Cina e la quella sulla connettività. In verità, il timore dell’Ue è che la Cina possa intessere rapporti con i singoli Paesi che vadano a ledere l’integrità commerciale dell’Unione. Tra gli Stati membri che a settembre del 2019 non hanno siglato il memorandum figurano Francia, Germania e Spagna mentre, secondo alcune fonti, ci sarebbero anche Paesi che hanno rifiutato di siglare il memorandum con la Cina.

La politica nazionale, come spesso accade, si è soffermata prevalentemente sui rischi  di questa operazione e non sulle concrete opportunità che si potrebbero aprire per le nostre imprese. Sia chiaro, i rischi sono reali anche perché il colosso cinese non viene in Italia o in Europa a fare beneficienza. Si parla di affari e di investimenti per miliardi e miliardi di dollari. Non è da escludere, quindi, così come è accaduto in altri paesi, in particolare in Africa, che Pechino punti, tra le varie cose, anche ad accaparrarsi pezzi di infrastrutture italiane o ad assicurarsi una concessione lunga di quelle statali.

Molto dipenderà  da quanto il governo italiano saprà resistere alla tentazione di liberarsi dalla gestione di beni infrastrutturali che sono diventati soltanto un costo o un peso per lo Stato. Come di dice in questi casi, “le nozze si fanno in due” ed è nella piena disponibilità delle nostre istituzioni la stipula di  accordi che siano vantaggiosi per entrambe le parti. È comunque significativo il fatto che tra il 2000 e il 2016, il nostro paese sia stato uno dei maggiori destinatari nell’Unione europea, dopo Regno Unito e Germania, degli investimenti cinesi, in particolare nel triennio 2014-2016.

L’Italia guarda con grande interesse alla possibilità di esportare le proprie merci in un mercato enorme come quello cinese. I due governi, del resto, hanno di un’agenda incentrata su forti priorità dei due sistemi economici. Le tecnologie verdi, l’agroalimentare, l’urbanizzazione sostenibile, i servizi sanitari e l’aerospaziale sono campi su cui Italia e la Cina possono investire con la consapevolezza di una perfetta complementarità tra le capacità tecnologiche e industriali italiane in questi settori e le necessità dello straordinario sviluppo cinese.

Ne è una prova concreta l’istituzione del Business Forum Italia/Cina (inaugurato nel giugno 2014 e rilanciato all’inizio del 2016), una piattaforma di interazione innovativa dal potenziale enorme. Le Comunità d’affari dei due Paesi hanno a disposizione un foro permanente – prima inesistente – che si affianca al dialogo intergovernativo, per facilitare scambio d’informazioni, conoscenze, proposte industriali e investimenti reciproci, ivi compresa partnership strategiche anche su mercati terzi. L’ultima riunione plenaria del Business Forum Italia/Cina si è svolta a Roma il 22 marzo 2019 in occasione della visita del presidente cinese Xi Jinping.

(2. continua)

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Politica estera, le sfide per l’Italia

Sono almeno cinque le principali sfide che il nascente governo M5S- Pd, guidato da Giuseppe Conte, deve affrontare in politica estera.  Sfide che dovranno chiarire una volta per tutte gli equivoci che fino a oggi hanno caratterizzato i recenti esecutivi. Il riferimento al precedente con l’ingombrante presenza di Matteo Salvini nella duplice veste di ministero degli Interni e, al contempo, di responsabile degli Esteri (de facto) ha causato molti problemi nei rapporti internazionali dell’Italia, specie nel bacino mediterraneo.

L’attuale maggioranza non offre maggiori garanzie anche se almeno su un punto il partito di Zingaretti e di Di Maio sembrano aver trovato una buona convergenza, almeno di facciata: il rapporto con l’Unione Europea oggi sembra più un terreno di incontro che di scontro tra i due principali azionisti del governo. Il via libera alla nomina della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen,  e a Paolo Gentiloni come nuovo Commissario Europeo per l’Italia hanno sancito una distensione nelle relazioni con Bruxelles, facilitate anche dal nuovo ministro dell’economia che da quelle parte gode di importanti amicizie e di una considerazione che dovrebbe consentire di non essere guardati con la diffidenza degli ultimi mesi.

Del resto, sono i pentastellati ad aver ammorbidito la loro linea, complice anche il nuovo corso del premier Conte che ha abbandonato le posizioni sovraniste del suo primo governo per condurre una linea più trattativista con le istituzioni continentali. L’uscita dall’Euro, che pure aveva alimentato una buona parte del movimento ai tempi in cui i veri leader erano Beppe Grillo e Roberto Casaleggio, oggi è stata del tutto accantonata. La parola d’ordine è riformare l’Europa da dentro e non a colpi di inutili spallate che, come dimostra la storia recente, non portano a nessun risultato.

La seconda sfida, che riguarda solo in parte i rapporti con Bruxelles, concerne la gestione dei flussi migratori. Al di là della disumana propaganda salviniana e del buonismo sciocco di una sinistra che si logora nell’incapacità  di affrontare la questione con senso di responsabilità, il vero nodo è quello dei rapporti con l’Africa. Il terminale libico non è la causa e neppure la soluzione di tutti i problemi. Un paese in guerra non può frenare il flusso migratorio che proviene da un continente che cresce al ritmo di 50 milioni di persone all’anno. Un continente destinato a diventare nel giro di 80 anni il più popoloso del pianeta. Se non si interviene creando sviluppo e ricchezza in questa parte del mondo, rinunciando alle politiche predatorie che ancora oggi impoveriscono intere nazioni, ogni discussione sulle migrazioni dal sud al nord del mondo non hanno alcun significato se non ad alimentare violenza e ignoranza. In questo quadro, l’Italia deve ritornare ad avere un ruolo forte anche in Medio Oriente, un posto che gli spetta di diritto e che purtroppo non esercita da tempo.

La guerra in Siria, l’avanzare del terrorismo di matrice jihadista, i rapporti con la Turchia di Erdogan, la questione israelo-palestinese e la promozione di un dialogo interreligioso che abbandoni la logica dello scontro di civiltà sono temi che devono ritornare al centro dell’agenda politica estera del nostro paese. Nel M5S e nel Pd ci sono sensibilità diverse ma urge un cambio di rotta soprattutto ora che alla Casa Bianca c’è Donald Trump. Gli Stati Uniti in salsa sovranista e isolazionista non possono più essere un modello per il nostro paese, Washington è inaffidabile e come dimostrano le ultime mosse del presidente statunitense anche un pericolo per la sicurezza mondiale. Un uomo che vive nel passato, i cui nemici sono i comunisti di Cuba, della Corea del Nord, della Cina e, tramite procura israeliana, il solito Iran. Nel frattempo, si continua a supportare l’Arabia Saudita, sponsor del terrorismo wahabita su scala mondiale e principale artefice di quella catastrofe umanitaria chiamata Yemen.

L’Italia non può permettersi di vivere ai confini del mondo, chiusa nel suo provincialismo permanente, con la paura di prendere autonome iniziative diplomatiche e libertà di movimento in contesti in cui ha il diritto, oltre che il dovere, di difendere i propri interessi.   In questo senso, Cina e Russia sono due grandi potenze economiche che non possono essere liquidate con la stolta politica delle sanzioni e dei dazi.

Liberarsi da certi pregiudizi (che poi sono quelli che portano la sinistra italiana a considerare tutti gli oppositori di Putin, anche quelli filo nazisti, dei paladini delle libertà e dei diritti civili) vuol dire impegnarsi a non tagliare fuori il nostro paese, una volte per tutte, dalle linee di traffico con l’Oriente, che non è solo via della Seta, e riannodare un filo commerciale con Mosca il cui mercato rappresenta per le aziende italiane una grande opportunità e fonte di ricchezza.

Insomma, il fragile governo “giallo-rosso”, in un mondo che corre a una velocità impressionante, come dimostra la mutevolezza delle alleanze diplomatiche, non può più permettersi di navigare a vista. Serve un briciolo di coraggio, anche perché i nostri storici alleati, si pensi alla Francia di Sarkozy e Macron, negli ultimi decenni hanno dimostrato di muoversi con una buona dose di spregiudicatezza nel contesto geopolitico globale, stringendo rapporti politici e accordi commerciali con importanti partner che non considerano più l’Italia un target strategico dal punto di vista economico.

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2 agosto 1980, la strage alla stazione di Bologna e la storia della piccola Angela

Il 2 agosto del 1980 era un sabato e a Bologna faceva caldo, caldissimo. Alla stazione ferroviaria Centrale c‘era un via vai impazzito di persone, perché quelli erano i giorni del grande esodo, i giorni che anticipano le ferie estive.

Alle 10.25 una bomba rompe quel disordine felice e la frenesia diventa silenzio e distruzione. Sotto le macerie, sparsi qua e là, incastrati tra i treni e le rotaie, sul selciato, scaraventati a decine di metri dal luogo dove stavano poco prima, i corpi di 85 persone. I feriti alla fine sono 200. Questa è la strage di Bologna, una storia di depistaggi e di menzogne, una pagina nera, una delle tante, della storia d’Italia nei cosiddetti anni di piombo.

Il mio pensiero va, in particolare, alla più piccola di quelle vittime, una bambina che veniva dalla mia terra, la Sardegna. Si chiamava Angela Fresu, aveva tre anni ed era con mamma Maria, una giovane donna di soli 24 anni.

Come tanti altri conterranei, anche Maria era emigrata dall’isola per lavorare come operaia in una fabbrica di confezioni a Empoli in Toscana.  Insieme a due amiche, Verdiana Bibona di Castelfiorentino e Silvana Ancilotti di Cambiano in provincia di Firenze, stavano andando in vacanza al lago di Garda.

L’esplosione le colse nella sala d’attesa della stazione. Angela e Verdiana morirono sul colpo. Di Maria nessuna traccia, neanche un brandello di carne. Qualche mese dopo, nel dicembre dello stesso anno, i resti di Maria vennero trovati sotto un treno diretto a Basilea, in Svizzera.

L’unica a sopravvivere fu Silvana che ricorda così quei momenti:  “Maria era di fronte a me, a Verdiana e alla bambina, la piccola Angela. Noi eravamo sedute. Lei era lì davanti, in piedi. Poi ci fu l’esplosione. Svenni. E quando riaprii gli occhi solo Maria non c’era più. Era scomparsa. Verdiana e la bambina erano a terra, di spalle. Immobili”.

Ecco perché ogni volta che capito a Bologna, in quella maledetta stazione, il pensiero corre sempre a quella mattina di 39 anni fa. Una mattina estiva che, improvvisamente, perse il sole e la luce.  

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Droga, Italia ai primi posti in Europa. Colla, cocaina ed eroina già a 8 anni

Italiani popolo di drogati, nel senso vero del termine.  Soltanto un anno fa il bollettino annuale EMCDDA (Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze) confermava un dato significativo, che smonta la retorica del proibizionismo che ha impernato le politiche di Governo negli ultimi decenni: il nostro paese è fra i peggiori in Europa, con il 22% degli adulti fra i 15 e i 64 anni che nel 2017 ha fatto uso di una qualche sostanza. L’Italia si colloca in terza posizione dopo Repubblica Ceca e Francia. Per quanto riguarda il consumo di cannabis siamo addirittura in seconda posizione a pochissima distanza dalla Francia, e in quarta per assunzioni di cocaina. Una percentuale di consumatori pari a quella dell’Olanda che, però, ha da tempo fatto scelte coraggiose che, attraverso la legalizzazione e severissimi controlli per chi la vende, hanno tolto il traffico e lo spaccio di alcune sostanze stupefacenti dalle mani della criminalità organizzata.

Di recente ho scritto di come nel nostro paese ci sia una nuova ripresa del consumo di eroina, con modalità assai diverse rispetto agli anni Settanta e Ottanta.  Rispetto a un grammo di eroina costa esattamente la metà e questo ha indotto a una ritorno di questa droga che è la sostanza che crea la dipendenza più dannosa per sé e per gli altri (gli è stato assegnato un punteggio di 55 su una scala ipotetica di 100) – dopo l’alcool (più di 70 su 100). Seguono il crack, le metanfetamine, la cocaina, il tabacco. La cannabis, per intenderci, ha un effetto negativo calcolato con un valore di 20 su 100.

La politica, però, si è incentrata troppo spesso su questa sostanza per sbandierare azioni di contrasto alla droga che sono soltanto strumentali e costituiscono un ottimo paravento per il colossale fallimento del proibizionismo culturale e ideologico che da sempre regna in una parte consistente della nostra società. Trattare la marijuana alla stregua dell’eroina o dalla cocaina dimostra ignoranza e malafede e non aiuta a risolvere il problema. Semmai, lo ignora.

Insomma, negli ultimi due anni il consumo di eroina è aumentato di oltre il 100%, i morti più del 10%, ma noi si continua a sbandierare come vittoria delle politiche di contrasto al consumo e alla diffusione della droga la chiusura di qualche “cannabis shop”. La mafia albanese, la ‘ndrangheta, la camorra e Cosa Nostra se la ridono e ringraziano per tanta grazia.

Un’altra anomalia è rappresentata dal fatto che Italia, dove anno dopo anni cresce il consumo di sostanze stupefacenti, continua a usare il carcere per gestire il fenomeno delle tossicodipendenze. Una gestione fallimentare, che non risolve in alcun modo il problema, semmai lo peggiora. A pagare sono anche le casse dello Stato che ogni anno deve sborsare milioni di euro a causa per gestire la detenzione a seguito dei cosiddetti reati da droga.

Infine, per delineare un quadro allarmante, c’è un altro dato che fa davvero rabbrividire: dal 2013 a oggi  in Italia sono raddoppiati i ragazzi tossici. L’età media è sempre più bassa, si incomincia presto, prestissimo: 8 anni. I bambini sperimentano colla, cocaina ed eroina. A tredici, ci raccontano i più recenti studi, c’è chi si prostituisce per una dose. Sono in forte crescita anche gli adolescenti sottoposti al Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Ecco, a me sembra che tutto questo sia materia per aprire una grande discussione a livello nazionale su come fronteggiare questa emergenza. Ma la politica, di governo e di opposizione, l’opinione pubblica e il sistema dei media, con qualche rara eccezione, sono distratti dai rumori che fanno le loro voci. E così il nostro paese, inesorabilmente, affossa.

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I bambini di Chernobyl e l’Italia: perché guardare una serie Tv (imperfetta)

Una serie televisiva statunitense, prodotta da HBO, ha riportato alla memoria più grande tragedia nucleare dell’era moderna*: era il 26 aprile del 1986 quando nella centrale V.I. Lenin, situata in Ucraina settentrionale (a quel tempo Unione Sovietica), a 3 km dalla città di Pryp”jat’ e a 18 km da quella di Černobyl’, si verificò una fortissima esplosione che provocò lo scoperchiamento del reattore e di conseguenza causò un vasto incendio. Parlare di quel disastro significa inevitabilmente parlare dell’URSS e del suo popolo, della sua grandezza e della sua miseria, delle menzogne e dei sacrifici che, per il bene supremo della nazione, furono imposti a uomini, donne e bambini tenuti all’oscuro di ciò che stava accadendo nell’immediatezza di quella catastrofe. L’etica dei comportamenti piegata alla ragion di Stato, si direbbe.

Parlare di quella catastrofe significa ripercorrere, all’indietro, un pezzo della nostra storia, anche e soprattutto individuale. La serie televisiva ha uno sguardo (e una morale) occidentale su quella vicenda ed è stata criticata, tra gli altri, anche dalle autorità di Mosca. A ben vedere, però, quelle critiche sono in parte infondate perché è la stessa serie a individuare degli eroi positivi che rappresentano, nel bene o nel male, la grandezza di quel progetto statale e politico che voleva contrapporsi, non senza limiti ed errori, all’egemonia dell’altro blocco, quello a guida americana. Gli eroi sono, primi fra tutti, i tanti scienziati sovietici che lavorarono per evitare una catastrofe ben peggiore dal punto di vista umano e ambientale.

Non è questa la sede per analizzare quella parentesi storica, durata poco più di 70 anni, ma per capire i fatti narrati dalla serie non si può prescindere da quel contesto intriso di ideologia e di contraddizioni. Ancora oggi non sappiamo quali siano stati i numeri reali di quella tragedia, i cui effetti letali su ambiente e popolazione dureranno per arco di tempo indefinito. Il numero dei decessi e dei casi accertati di tumore, a seguito dell’esposizione alle radiazioni, varia da rapporto a rapporto.

Quello che giova ricordare è il ruolo avuto dall’Italia in questa vicenda: in seguito alla catastrofe, il nostro paese fu da subito il più coinvolto a livello europeo nell’ospitare i bambini ucraini, russi e bielorussi provenienti dalle aree colpite dalle radiazioni. Il Chernobyl Children’s Project ha fatto si che mezzo milione di quei bambini, quasi tutti provenienti dalla Bielorussia, circa la metà di quelli coinvolti complessivamente nel programma, sia stato ospitato dalle famiglie italiane con il sistema delle “adozioni temporanee”.

Fu una straordinaria stagione di amicizia e solidarietà, la corsa alle adozioni mostrò ancora una volta il volto migliore di un paese che insieme alla posizione geografica, lo stile di vita, il cibo e l’ambiente salubre, seppe offrire ai bambini venuti dal freddo quell’amore, nel senso puro del termine, che sembra così distante dal clima di oggi, intriso di egoismo, indifferenza e cattiveria.

Ecco, ricordare Chernobyl, con tutti i limiti e le imprecisioni di una inquietante serie televisiva (interpretata da un manipolo di attori magistrali, sui quali spicca l’immensa Emily Watson) aiuta a tenere in mente ciò che siamo e dovremmo sempre essere: un popolo che non si tira indietro di fronte alle tragedie e sa accogliere con quel senso di generosità e grandezza che appartiene alla nostro storia.

*Uno dei due incidenti classificati come catastrofici con il livello 7 (massimo della scala INES) dall’IAEA, insieme all’incidente avvenuto nella centrale di Fukushima Dai-ichi nel marzo 2011.

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Incolpare un immigrato per farlo sembrare ancora più cattivo

Lo scorso maggio una ragazza di 15 anni aveva denunciato a Bolzano di aver subito violenza sessuale da due ragazzi di origine africana. I due presunti stupratori erano stati rilasciati poco dopo scatenando l’indignazione di una parte della popolazione e dell’immancabile popolo dei social.  Dopo due mesi la ragazza ha confessato di essersi inventata tutto per attirare l’attenzione del suo fidanzato. Il “negro” o comunque “lo straniero” sono sempre molto efficaci quando bisogna incolpare un innocente. E’ capitato spesso nel nostro Paese e la reazione è sempre stata la stessa.

Viene alla mente il delitto di Novi Ligure, nel 2001, con la giovane Erika che dopo aver massacrato, insieme al suo fidanzato Omar, la madre e il fratellino, disse alle forze dell’ordine che due malviventi extracomunitari, “albanesi”, si erano introdotti in casa per una rapina e che la situazione era degenerata sfociando nel duplice omicidio. Si scatenò la caccia allo straniero, allora albanesi e rumeni andavano di moda.

O ancora nel 2007 quando la bella e bianca americana Amanda Knox accusò il “barista nero” Patrick Lumumba di avere avuto un ruolo nella morte della studentessa inglese Meredith Kercher. Lumumba fu scarcerato pochi giorni in quanto totalmente estraneo ai fatti. Anche in quel caso, benché vittima e presunti colpevoli fossero tutti cittadini stranieri, con la sola eccezione dell’italiano Sollecito, si scelse di colpire il “negro” di turno. Ironia della sorte ha voluto che l’unico a essere finito in carcere per quel delitto fosse un altro cittadino di colore, Rudy Guede, condannato per aver commesso l’omicidio “in concorso con ignoti”.

È del tutto evidente che anche i cittadini stranieri commettano reati (sui numeri in carcere però bisognerebbe fare un ragionamento complesso che avrò il modo di compiere in un’altra occasione) ma far credere, come fa una parte dell’informazione, anzi della cattiva informazione, che essi delinquano più degli italiani è scorretto. I reati, come è noto, vengono commessi dalle persone e non dalle razze. Alcuni, ad esempio quelli a sfondo sessuale, sono crimini odiosi ed è giusto, a prescindere dal colore della pelle di chi li compie, che suscitino indignazione e ribrezzo. La pena deve essere massima, nessuno sconto e nessuna attenuante. I sentimenti di rabbia devono essere provocati dall’atto e non dalla nazionalità o dal colore della pelle del suo autore.

Giacché nella mia attività giornalistica me ne sono occupato per qualche anno, aggiungo che quando si parla di femminicidio e/o di violenza sulle donne sarebbe buona cosa informarsi prima di parlare e di scrivere. Si scoprirebbe, così, che la maggior parte di quei reati viene commesso dentro le mura domestiche e in contesti in cui il cattivo è un padre, un fratello, un marito o un fidanzato. Qualche volta anche uno zio e un nonno. Accade persino che più maschi assieme, legati da un rapporto di parentela, agiscano in modo violento sulle donne di casa. Succede a nord come al sud, isole comprese. Quasi tutti sono italiani e ciò suscita indifferenza, con rare eccezioni, nella nostra opinione pubblica.

Ci siamo abituati a un contesto sociale di questo tipo. Insomma, meglio accusare “un negro” innocente che indignarsi per quei maschi italiani che fraintendono l’amore per una donna con il possesso di una cosa. Serve una cultura dei diritti e anche degli affetti. Accusare un innocente di aver commesso uno stupro per attirare l’attenzione del proprio fidanzato rientra perfettamente in questa assenza di cultura dei sentimenti. di cui l’amore è solo un piccolo spicchio. L’Italia purtroppo è questo coacervo strano di rabbia, violenza e chiusura mentale che ci fa apparire sempre di più “un non luogo emotivo”. Forse siamo davvero senza speranza.

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L’Europa ci frega e il Conte (sbagliato) esulta

Possiamo dirlo: al governo abbiamo un Conte sbagliato. Una brava persona, ci mancherebbe, ma si trova al posto sbagliato nel momento sbagliato. Stretto nella morsa di Salvini e Di Maio, il primo ministro italiano si espone con troppa frequenza a figuracce, anche personali, pur di salvare la dignità di un paese che a Bruxelles conta poco, per usare un eufemismo.

Presentandosi di fronte alle telecamere ha esultato per aver impedito la nomina del socialista olandese Frans Timmermans alla guida della Commissione Ue. Quel nome, si è fatto notare, rientrava in un pacchetto – chiuso e non negoziabile – di nomine decise da Berlino e Parigi e che l’Italia ha energicamente rifiutato (in realtà le cose non stanno così, a Conte Timmermans andava benissimo, a Salvini niente affatto).

A quel punto che cosa è successo? Che Macron e la Merkel hanno fatto finta di fare un passo indietro per farne otto avanti. Alla fine alla guida della Commissione è arrivata una leader più rigorista di Timmermans, già ministro della Difesa della Merkel ed espressione pura della politica tedesca in Europa. In questi anni si è battuta per le nozze gay e i diritti dei migranti. Niente di più lontano dalle aspettative del governo guidato dai sovranisti italiani. Insomma, ci hanno fottuto e abbiamo esultato.

Come se non bastasse, alla Banca centrale europea è stata nominata la candidata dell’Eliseo, la francese Christine Lagarde, che rappresenta l’espressione più cristallina della politica economica e fiscale della Commissione guidata fino a oggi da Junker. Lagarde, giova ricordarlo, è stata una grande sostenitrice della politica monetaria portata avanti da Mario Draghi alla Bce in questi anni.   

Un altro ceffone per Conte (e soprattutto per Salvini e Di Maio che in Europa contano molto poco) è arrivato dalla nomina dell’italiano David Sassoli alla presidenza del Parlamento Europeo, espressione di un partito, il PD, che sta all’opposizione di questo governo. Insomma, cantano vittoria mentre ci fottono. E se proprio bisogna cantare, dateci almeno Paolo (Conte) che parla di italiani che i francesi li fanno incazzare per davvero (citazione).     

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