Alessandro Aramu

Giornalista

Le sanzioni all’Iran dimostrano la debolezza della politica estera di Trump

Donald Trump ha deciso di inasprire le sanzioni contro la Repubblica Islamica dell’Iran, colpendo la guida spirituale Ali Khamenei e il suo entourage. Il segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin, ha spiegato che gli Stati Uniti congeleranno miliardi di dollari di fondi attivi dell’Iran. Il Presidente degli Stati Uniti è convinto che la misura possa indebolire ulteriormente Teheran e alimentare lo scontento popolare verso i vertici dello Stato, costringendo così gli ayatollah al negoziato. Insomma, la politica del ricatto: stringere la corda intorno al collo del nemico per obbligarlo a trattare.

La crisi economica e il malcontento della popolazione sono dei fatti incontrovertibili, ma quello che non riesce ad accettare il presidente Trump è che un iraniano preferisce tagliarsi una mano prima di soccombere di fronte al ricatto di un americano. Peraltro, a trarre vantaggio dalle sanzioni americane sono due nemici dichiarati dell’Iran, l’Arabia Saudita e, soprattutto Israele, che nel recente conflitto in Siria hanno fomentato il terrorismo jihadista e l’estremismo salafita in chiave anti Assad, alleato storico di Teheran. 

Le sanzioni hanno come unico effetto quello di far stringere il popolo iraniano intorno al suo leader in una forma di resistenza che deriva dalla storia, forza, cultura della grande Persia. La mediocrità della politica estera della Casa Bianca è in linea con quella fallimentare e fumosa dell’amministrazione Obama che, però, ha avuto il merito di aver riportato l’Iran nell’assise internazionale con la dignità che gli spetta di diritto. 

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