Alessandro Aramu

Giornalista

Niente siringhe, così si ritorna a morire di eroina in Italia

Negli anni Settanta e Ottanta un’intera generazione di giovani è stata spazzata via dall’eroina. È proprio a cavallo di quei due decenni che il consumo di droga ha subito un cambiamento epocale, raggiungendo dei picchi che mai erano stati raggiunti nel nostro paese.  Inizialmente si trattò, come molte cose di quegli anni, di una sfida giovanile anti sistema, una prova di forza contro la società consumistica e il potere politico costituito. Ben presto perse questo valore politico, se così si può definire, e l’eroina divenne presto la droga del disagio, dell’emarginazione, dello sballo che porta alla distruzione e alla morte.  Ne furono colpiti tutti, senza distinzioni di sorta: dagli studenti agli operai, dagli adolescenti ai professionisti. Tonnellate di droga immesse dalla criminalità organizzata, da Cosa Nostra (che ne fece un business negli Stati Uniti) e, successivamente, dalla ‘Ndrangheta. Poi, lentamente, l’eroina fu soppiantata da altre droghe.

Ed è così che la cocaina divenne l’eroina del nuovo millennio. Un nuovo affare per la criminalità organizzata e per le piazze dello spaccio, gestite direttamente da mafie nostrane e mafie estere, in primis quella nigeriana, specializzata anche nel racket della prostituzione. Il consumo di cocaina in questi decenni ha assunto dimensioni molto vaste e anche in questo caso, da droga dei ricchi è diventata una sostanza di facile reperibilità e dai costi abbordabili, anche per i più giovanissimi.

Oggi, nel silenzio generale, come ha denunciato Nicola Gratteri, procuratore Antimafia a Catanzaro, l’eroina è ritornata a essere la droga più insidiosa: 1 grammo costa appena 25 euro, mentre la cocaina ne vale il doppio. Non fa rumore come negli anni Settanta e Ottanta, perché non si vedono più i morti nei parchi, nelle piazze, nei bagni di qualche stazione o in qualche luogo desolato. I morti non si vedono ma ci sono. Muoiono di infarto e non finiscono nelle prime pagine dei giornali.

Il silenzio oggi è il miglior alleato dell’eroina e della criminalità organizzata, come quella albanese che sta stringendo un patto di ferro con quella nostrana. Tonnellate di eroina accumulate in Afghanistan stanno invadendo l’Europa, il mercato di questa sostanza ha ricominciato a crescere da 6 anni a questa parte.  Nel 2016 i consumatori di eroina erano meno di 300 mila, contro i quasi 600 mila di ecstasy, LSD e anfetamine e l’oltre un milione della cocaina. Ad ogni modo, come nel passato, l’abbondanza e i prezzi bassi stanno determinando un mutamento nei consumi della droga in Italia.

Non vediamo più siringhe infilzate nelle braccia perché questa droga ora si “sniffa” e si fuma. Nuove generazioni di giovani, e non, rischiano di essere devastate. Il rischio è che per fare più profitto si immetta nel mercato una sostanza tagliata male, un prodotto che faccia scoppiare letteralmente il cuore come dimostra il picco di decessi per infarto registrato negli ultimi anni tra giovani e giovanissimi. 

La politica, e in parte il mondo dell’informazione, sono vittime dei loro pregiudizi culturali, della non conoscenza della materia e della tendenza a strumentalizzare qualunque cosa venga definita droga. Facciamo le battaglie contro i cannabis shop ma non vogliamo vedere qualcosa di infinitamente più grande e pericoloso. Ancora una volta, ignoriamo gli insegnamenti del passato, l’allarme della magistratura e i segnali della nostra società. Il futuro che ci aspetta è tutt’altro che roseo.

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Paolo Borsellino, libero di essere ucciso di notte e di giorno

Ventisette anni fa, in una calda giornata palermitana, venne ucciso Paolo Borsellino con gli agenti della sua scorta. Tra questi, c’era anche una giovane sarda, Emanuela Loi, figlia della mia terra, la prima donna poliziotto a morire in servizio nella storia d’Italia. Pochi mesi prima, analoga sorte capitò al giudice Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e ai loro angeli custodi.

A quel tempo studiavo giurisprudenza all’Università e mi interessavo di mafia con la passione civile e la curiosità che qualche anno dopo mi avrebbe fatto cambiare il mio obiettivo professionale: da magistrato a giornalista.

È passata una vita da quei giorni eppure si avverte ancora la cappa dei silenzi e delle vendette, dell’abbandono e della solitudine. Si respira ancora l’odore acre dell’esplosivo e dei corpi carbonizzati. Si odono le grida della folla inferocita al funerale contro i politici e i rappresentanti delle Istituzioni.

Qualche giorno fa ero a Palermo e, per caso, sono passato di fronte al luogo dove venne ucciso il Generale Dalla Chiesa, prefetto di quella città. Appena 48 ore dopo, una grande operazione tra Stati Uniti e Italia, condotta da FBI e la nostra Polizia di Stato, ha portato agli arresti numerosi esponenti delle famiglie Inzerillo e Gambino, i clan degli “scappati” costretti a fuggire dalla Sicilia dai Corleonesi di Totò Riina nella tragica guerra di mafia degli anni Ottanta.

E ancora la desecretazione dei verbali e dei nastri delle audizioni nella Commissione Antimafia, con quella voce roca e profonda di Borsellino che denuncia come nel 1984 la scorta ai magistrati fosse percepita più come un problema sociale che come un’emergenza nazionale e di quanto vaste fossero le lacune nel presidio del territorio.  E, infine, una frase, una sola frase, che è l’emblema della solitudine di certi uomini nella lotta alla criminalità organizzata: “Io, sistematicamente, il pomeriggio mi reco in ufficio con la mia automobile e torno a casa per le 21 o le 22. Magari con ciò riacquisto la mia libertà utilizzando la mia automobile, però non capisco che senso abbia farmi perdere la libertà la mattina per poi essere libero di essere ucciso la sera”.

Tutto si mescola, nel tempo e nelle facce, il passato che diventa presente, il silenzio che occupa le parole. 27 anni fa, un tempo lontano, uno schiocco di dita per Cosa Nostra.

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