Alessandro Aramu

Giornalista

Nucleare iraniano, la Cina e il “bullismo” americano

Il commento più efficace in merito alla questione nucleare iraniana è arrivato dalla Cina e precisamente dal portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang, che ha definito “il bullismo unilaterale degli Usa un tumore che si diffonde e sta creando più problemi e crisi su scala globale”.

Pechino mal digerisce le politiche economiche di Trump, che fanno del protezionismo una minaccia costante nelle relazioni diplomatiche con altri paesi. Dazi e sanzioni sembrano essere le (sole) parole d’ordine di Washington: il tempo sembra essersi fermato a qualche decennio addietro, quando oltre cortina si nascondevano solo nemici.

La Cina, insieme ad altri Stati, come l’Iran appunto, sembra essere uno dei bersagli preferiti del presidente statunitense che i più stretti collaboratori, come rivelano alcune fonti, definiscono “imprevedibile, egocentrico e pericoloso”.

Detto questo, Pechino giudica del tutto comprensibile la decisione di Teheran di innalzare il livello dell’arricchimento dell’uranio a 4,5%, rispetto al 3,67% consentito dall’accordo del 2015. Il paese asiatico ha intrapreso una strada simile visto che la produzione di energia nucleare è aumentata del 18,6 per cento su base annua nel 2018.

Attualmente in Cina sono operative 45 centrali nucleare con una capacità installata totale di 45,9 milioni di kW.  Pechino ha generato complessivamente 294,4 miliardi di kWh energia nucleare, circa il 4,2% delle produzione complessiva del paese. Grazie all’utilizzo dell’atomo ha evitato l’immissione in atmosfera di ben 280 milioni di tonnellate di Co2 e risparmiato 90 milioni di tonnellate di carbone.

E’ la  stessa strada che vuole intraprendere Teheran, per liberarsi dal peso delle sanzioni economiche che gli impediscono di vendere il petrolio all’estero, per liberarsi dalla dipendenza dal greggio e per produrre più energia pulita in un programma che non preveda la creazione di una bomba atomica come invece affermano, senza alcuna prova, sia gli Stati Uniti che Israele.

Malgrado le mistificazioni della stampa occidentale, una cosa è certa: la crisi nucleare è stata causata e voluta da Trump che ha stracciato in modo irresponsabile l’accordo del 2015. Quella di Teheran è una reazione legittima. Anzi direi di più: è legittima difesa.

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I bambini di Chernobyl e l’Italia: perché guardare una serie Tv (imperfetta)

Una serie televisiva statunitense, prodotta da HBO, ha riportato alla memoria più grande tragedia nucleare dell’era moderna*: era il 26 aprile del 1986 quando nella centrale V.I. Lenin, situata in Ucraina settentrionale (a quel tempo Unione Sovietica), a 3 km dalla città di Pryp”jat’ e a 18 km da quella di Černobyl’, si verificò una fortissima esplosione che provocò lo scoperchiamento del reattore e di conseguenza causò un vasto incendio. Parlare di quel disastro significa inevitabilmente parlare dell’URSS e del suo popolo, della sua grandezza e della sua miseria, delle menzogne e dei sacrifici che, per il bene supremo della nazione, furono imposti a uomini, donne e bambini tenuti all’oscuro di ciò che stava accadendo nell’immediatezza di quella catastrofe. L’etica dei comportamenti piegata alla ragion di Stato, si direbbe.

Parlare di quella catastrofe significa ripercorrere, all’indietro, un pezzo della nostra storia, anche e soprattutto individuale. La serie televisiva ha uno sguardo (e una morale) occidentale su quella vicenda ed è stata criticata, tra gli altri, anche dalle autorità di Mosca. A ben vedere, però, quelle critiche sono in parte infondate perché è la stessa serie a individuare degli eroi positivi che rappresentano, nel bene o nel male, la grandezza di quel progetto statale e politico che voleva contrapporsi, non senza limiti ed errori, all’egemonia dell’altro blocco, quello a guida americana. Gli eroi sono, primi fra tutti, i tanti scienziati sovietici che lavorarono per evitare una catastrofe ben peggiore dal punto di vista umano e ambientale.

Non è questa la sede per analizzare quella parentesi storica, durata poco più di 70 anni, ma per capire i fatti narrati dalla serie non si può prescindere da quel contesto intriso di ideologia e di contraddizioni. Ancora oggi non sappiamo quali siano stati i numeri reali di quella tragedia, i cui effetti letali su ambiente e popolazione dureranno per arco di tempo indefinito. Il numero dei decessi e dei casi accertati di tumore, a seguito dell’esposizione alle radiazioni, varia da rapporto a rapporto.

Quello che giova ricordare è il ruolo avuto dall’Italia in questa vicenda: in seguito alla catastrofe, il nostro paese fu da subito il più coinvolto a livello europeo nell’ospitare i bambini ucraini, russi e bielorussi provenienti dalle aree colpite dalle radiazioni. Il Chernobyl Children’s Project ha fatto si che mezzo milione di quei bambini, quasi tutti provenienti dalla Bielorussia, circa la metà di quelli coinvolti complessivamente nel programma, sia stato ospitato dalle famiglie italiane con il sistema delle “adozioni temporanee”.

Fu una straordinaria stagione di amicizia e solidarietà, la corsa alle adozioni mostrò ancora una volta il volto migliore di un paese che insieme alla posizione geografica, lo stile di vita, il cibo e l’ambiente salubre, seppe offrire ai bambini venuti dal freddo quell’amore, nel senso puro del termine, che sembra così distante dal clima di oggi, intriso di egoismo, indifferenza e cattiveria.

Ecco, ricordare Chernobyl, con tutti i limiti e le imprecisioni di una inquietante serie televisiva (interpretata da un manipolo di attori magistrali, sui quali spicca l’immensa Emily Watson) aiuta a tenere in mente ciò che siamo e dovremmo sempre essere: un popolo che non si tira indietro di fronte alle tragedie e sa accogliere con quel senso di generosità e grandezza che appartiene alla nostro storia.

*Uno dei due incidenti classificati come catastrofici con il livello 7 (massimo della scala INES) dall’IAEA, insieme all’incidente avvenuto nella centrale di Fukushima Dai-ichi nel marzo 2011.

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L’accordo sul nucleare è stato violato da Trump e non dall’Iran

L’Iran ha innalzato il livello dell’arricchimento dell’uranio a 4,5%, rispetto al 3,67% consentito dall’accordo del 2015. Lo ha affermato Behruz Kamalvandi, portavoce dell’Organizzazione per l’energia atomica dell’Iran, aggiungendo che campioni dell’uranio arricchito saranno inviati all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea).  Non stupisce che la stampa occidentale, compresa quella italiana, nel commentare la notizia faccia notare che Teheran con questa decisione si sia posta fuori dall’accordo che fu siglato, dopo un’estenuante trattativa, con l’UE e soprattutto con gli Stati Uniti dell’allora presidente Barack Obama.

La verità è che l’Iran quell’accordo lo ha sempre rispettato e ad averlo violato per primo è stato l’attuale presidente americano Donald Trump. Era l’8 maggio dello scorso anno quando venne annunciata la decisione degli Stati Uniti di uscire dall’accordo con l’aggiunta, ingiustificata, di nuove sanzioni contro il paese islamico. A ispirare la decisione della Casa Bianca, secondo autorevoli fonti, è stato il fedele alleato Israele che a Washington ha una sorta di dependance diplomatica anche grazie alla presenza di Jared Kushner, genero di Trump nato in una ricchissima famiglia ebrea e consigliere personale per il Medio Oriente. Nell’annunciare la svolta, condannata da tutti gli alleati europei e lodata ovviamente da Israele e i paesi sunniti del Golfo Persico, il presidente americano affermò: “Non avremmo mai dovuto firmare quel contratto, non ha portato la pace e non la porterà mai. Dobbiamo punire chi non rispetta le regole, chi imbroglia. L’accordo con l’Iran serve solo alla sopravvivenza del regime a cui permette ancora di arricchire uranio”.

Niente di più falso. Come hanno dimostrato le ispezioni effettuate in questi anni, l’Iran ha sempre rispettato le regole e non ha mai imbrogliato nessuno. Di vero c’è soltanto la pericolosa esaltazione dell’amministrazione americana responsabile di voler inasprire a tutti i costi lo scontro con un paese che non si allinea ai disegni egemonici degli Stati Uniti e dei suoi alleati in Medio Oriente. La guerra per procura in Siria – con il finanziamento dei gruppi radicali islamici in chiave anti Assad – è solo l’esempio più eclatante.

La decisione di stracciare l’accordo era stata anticipata (poche ore prima dell’annuncio in tv) da una fonte dell’amministrazione Usa e, sua volta, era stata a sua volta anticipata dallo stesso Trump al presidente francese Emmanuel Macron. Che i media occidentali capovolgano la narrazione senza un briciolo di memoria non stupisce, del resto l’Iran non gode di buona stampa dalle nostre parti dove la lobby ebraica domina da tempo l’informazione e ne condiziona direzioni, linee editoriali, promozioni e persino assunzioni.

Detto questo, con la scelta di Washington di stracciare quell’accordo, che, tra le altre cose, contribuiva a porre dei paletti precisi allo sviluppo del programma nucleare civile iraniano, è evidente che la repubblica degli Ayatollah si sia sentita libera di perseguire i propri interessi e la propria politica. Non solo, in questa vicenda la stessa diplomazia sembra in affanno: l’Iran ha proposto nuovi colloqui ma non ha ricevuto alcuna risposta concreta dai governi europei. L’unico è stato il presidente francese Macron che ha rilanciato il dialogo con Teheran per non gettare all’aria quanto fatto fino a oggi e per evitare una crisi politica internazionale dagli sviluppi imprevedibili.

L’Iran, quindi, lancia la sfida e lo fa in modo trasparente confermando, almeno per ora, di non voler costruire un’arma atomica. L’intento, del resto è chiaro: rimanere nel solco di un progetto di produzione energetica pulita e a basso costo per una nazione che, in costanza di sanzioni, non potrà basare il proprio sviluppo futuro sul solo petrolio.

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