Alessandro Aramu

Giornalista

L’attacco chimico in Siria nel 2018 fu una messinscena. Wikileaks svela la bufala anti Assad

L’attacco chimico a Douma nel 2018 fu una messinscena. Sono stato tra i primi giornalisti a denunciare questa schifezza orchestrata allo scopo di bombardare la Siria e colpire Assad ma oggi le cose sono ancora più chiare. L’ho fatto anche prima del 2018, nei libri e in numerose interviste (https://youtu.be/Z7eyu_1J7ac).  In principio furono gli esperti russi a denunciare la messinscena dei cosiddetti ribelli filo turchi: un’indagine indipendente condotta sul posto rivelò che gli stessi abitanti del distretto siriano di Douma e diversi rappresentanti dell’organizzazione dei Caschi Bianchi rivelarono che non ci fu nessun attacco chimico in quella occasione.

Poi, nel febbraio del 2019, fu addirittura il produttore della BBC Syria, Riam Dalati, a svelare che il video dei momenti successivi all’attacco chimico a Douma era una messa in scena e che in ospedale non ci fu nessuna vittima. Secondo Dalati non venne usato il sarin, come dichiarato da falsi testimoni, tutti filo ribelli e dai medici. Forse si trattò di cloro ma certamente non fu Assad a usare quelle armi.

Lo scorso primo marzo, l’Opac diffuse  il rapporto tecnico su Duma, evidenziando l’esistenza di “ragionevoli prove che un attacco con un’arma chimica avvenuto il 7 aprile 2018” e che la sostanza tossica usata fosse con ogni probabilità il cloro. L’Opac a dire il vero non attribuì le responsabilità degli attacchi chimici, tuttavia la comunità internazionale puntò senza alcuna prova il dito contro il presidente siriano Bashar al Assad. 

Oggi sappiamo, grazie a Wikileaks, dell’esistenza di testimonianze e fonti dell’Organizzazione per il divieto delle armi chimiche (Opac) che mettono in dubbio l’integrità della stessa organizzazione in relazione all’uso di armi chimiche nell’attacco di Douma, in Siria, il 7 aprile 2018. Wikileaks ha pubblicato anche una valutazione ingegneristica del presunto uso di armi chimiche nello stesso attacco.  Insomma, una gola profonda mette a nudo la scorrettezza del rapporto di un’organizzazione chiamata a svolgere indagini indipendenti allo scopo di ricercare la verità dei fatti. Ma qui, è chiaro, la verità è sempre a senso unico, ovvero contro il Governo di Damasco. L’imbroglio, noto per chi si occupa di vicende siriane da tempo, è svelato. Con buona pace dei media filo ribelli che oggi si trovano a fare i conti con un’amara realtà. 

Le prove raccolte dimostrano, con tutta evidenza, un comportamento irregolare nelle indagini dell’Opac sul presunto attacco chimico a Douma. Perfino i rapporti ufficiali sulle indagini sono incoerenti. Oggi il quadro è più chiaro, anche se molto inquietante. Nel rispetto degli obiettivi originali dell’Opac, prosegue Wikileas, l’organizzazione è chiamata a ristabilire la sua credibilità e legittimità consentendo a “tutti gli ispettori che hanno preso parte alle indagini su Douma a farsi avanti e a riferire le loro diverse osservazioni in un apposito forum degli Stati che hanno aderito alla Convenzione sulle armi chimiche”.

Oggi anche il quotidiano La Repubblica si è accorto di questa notizia e in un interessante articolo di Stefania Maurizia parla della gola profonda che sta mettendo in difficoltà l’OPAC e la sua credibilità a livello internazionale.

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Siria, l’accordo con Erdoğan sancisce una nuova vittoria della Russia di Putin

 

L’accordo tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan sulla Siria mette nero su bianco quanto si sapeva da tempo: l’azione militare turca per cacciare i curdi nella cosiddetta fascia di sicurezza, profonda 32 chilometri da Trl Abyad a Ras al Ayn, non è stato un atto di imperio di Ankara ma è stato concordato nei minimi dettagli da tempo sia con Washington che con Mosca. Ne ho parlato in questa occasione: https://youtu.be/8IT5-mJEQEw.

Assad trae un beneficio relativo da questo accordo ma, al di là dell’impegno di Russia e Turchia di assicurare l’unità politica e territoriale della Siria, vi è una reale violazione della sovranità e dell’integrità del paese perché quella fascia non sarà mai più sotto il controllo di Damasco.

Le milizie curde dello YPG saranno disarmate, dovranno arretrare oltre la fascia di sicurezza che verrà pattugliata congiuntamente da Turchia e Russia, all’interno di una fascia di 10 km di profondità dal confine, a est e ovest dell’area in cui è stata condotta l’operazione turca nel nord della Siria, esclusa Qamishli, principale centro curdo nell’area.

Mosca, inoltre, manifesta la determinazione a combattere il terrorismo separatista (oltre quello di matrice jihadista): il riferimento è certamente ai curdi.  Nella cosiddetta fascia di sicurezza dovrà rientrare, su base volontaria, una parte dei circa 3,5 milioni di profughi siriani che oggi si trovano in Turchia e sono mal tollerati dalla popolazione.  La Siria, dal suo canto, può rivendicare la validità dell’Accordo di Adana firmato con la Turchia nel 1998.

Nulla si dice di Idlib, la provincia siriana del nord in mano ai ribelli filo turchi, in gran parte controllata da miliziani jihadisti e che rappresenta il vero obiettivo di Assad (e di Putin) per una ricomposizione territoriale che oggi è meno frantumata di ieri. Erdoğan, a questo punto, potrebbe restituire il favore alla Russia e concedere una liberazione di questa parte della Siria dove si concentra il maggior sforzo bellico e militare di Damasco e dei suoi alleati.

 

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L’intervista del 2012 con i terroristi detenuti in Siria mai trasmessa in Occidente

Il 6 settembre del 2012, il Centro Italo Arabo e del Mediterraneo ha avuto la possibilità di intervistare in una località sconosciuta della Siria, in un carcere di massima sicurezza, dei detenuti, la maggior parte stranieri e prevalentemente mercenari, originari per lopiù dello Yemen, dell’Afghanistan e dell’Algeria. Prima solo il reporter britannico Robert Fisk aveva avuto la possibilità di intervistarli senza però avere la possibilità di riprenderli come invece è stato consentito alla nostra organizzazione.  L’intervista, che qui ripropongo, è contenuta nel volume “Siria – Quello che i Media non dicono” di cui sono autore insieme a Raimondo Schiavone, Talal Khrais e Antonio Picasso (Arkadia Editore).

***

Sono schierati davanti a noi, sembrano uomini di mezza età. Quello che sembra essere il più giovane ha i capelli e gli occhi chiari. Alcuni di loro hanno la barba incolta e quell’aspetto dimesso e trasandato di persone dal vissuto difficile. Oltre a me e agli altri membri della delegazione di Assadakah vi sono due traduttori siriani, la deputata Maria Saadeh con il suo staff e alcuni reporter della tv siriana. Sistemo con attenzione la telecamera, la sensazione è quella di stare vivendo un momento storico. Non ho preparato una vera e propria intervista, so quello che voglio chiedere, ma non ho una scaletta predefinita. È accaduto tutto così in fretta e quest’incontro è stato talmente inaspettato che non ho avuto modo di prepararmi come avrei voluto. Non importa, sono uomini dopo tutto, non sarà difficile e le domande verranno da sé.

Chiedo da dove vengano, la provenienza mi sembra un primo dato importante da accertare; infatti mi domando subito se quelli che ho davanti siano siriani oppure no.

Mi rispondono in rapida successione: il più giovane è siriano, viene dalla periferia di Damasco; anche il secondo è siriano e proviene da una città nel nord della Siria, Deir el-Zour. Con sorpresa scopro che il terzo prigioniero è un algerino di nazionalità francese; accanto a lui siede un siriano, sempre della periferia di Damasco. Il turco che gli siede vicino, mi spiegano, non parla siriano né arabo, tradurrà per lui un uomo di media statura, prigioniero anche lui, proveniente da Aleppo.

Chiedo loro se hanno studiato, che tipo di formazione hanno. Il ragazzo con i capelli castani dice di essere un imam e di aver studiato teologia. Dice che suo fratello era nell’Esercito Siriano Libero e che è stato ferito durante uno scontro; racconta di essere stato intercettato e catturato mentre gli portava dei farmaci e dopo essere stato preso ha confessato la sua militanza tra i ribelli. Era il 7 aprile e si trovava alla periferia di Damasco.

La voce è roca e il tono monocorde, quasi dimesso.

Dice di essere stato emiro generale di Jabhat al-Nusra un braccio di Al-Qaida.

Mi sembra che abbia voglia di raccontare la sua storia. Così comincia un botta e risposta molto fitto.

Quali erano i vostri obiettivi in Siria?

Presso il comando della mia zona, dicevano che noi non avevamo l’obiettivo di far cadere il regime, ma l’obiettivo di instaurare il califfato. I piani prevedevano la creazione dell’Emirato di Damasco, per poi creare il grande califfato che si estendesse non solo nel mondo arabo, ma in tutto il mondo musulmano. Il capo della nostra organizzazione ripeteva spesso che la nostra missione non era solo quella di creare il califfato nel mondo arabo, ma arrivare fino alla Spagna; il comandante diceva: “Arriveremo fino a Roma e prenderemo Roma di nuovo”.

Avete un mandante, avete qualcuno che vi sovvenziona?

L’organizzazione madre si trova in Iraq, tante armi e tanti soldi, tanto denaro.

Cosa fate del denaro a disposizione, come lo utilizzate?

I soldi ci servono per comprare l’esplosivo. Qui, in Siria, c’è un ufficio organizzativo, a cui è demandata la gestione economica e che ha il compito di pagare gli aderenti.

Quindi voi siete tutti salariati, stipendiati?

Chi ha un lavoro non è stipendiato, chi non ha un lavoro fisso viene aiutato. C’è un responsabile economico a cui è demandato il compito di fornire il danaro.

Oltre al vostro obiettivo di creare il califfato, avete degli obiettivi di carattere religioso? Come vi orientate dal punto di vista religioso? Chi sono i vostri nemici e i vostri amici?

Non esistono amici al di fuori dell’organizzazione, chi non crede nella nostra religione, chi non è fedele al libro sacro è un infedele, e come tale destinato alla morte. È legale ucciderlo. Come ai tempi dei califfati, durante i quali chi non era musulmano doveva pagare il dazio e per chi non pagava c’era la spada e la morte.

In nome di quale Dio?

Non capisco. Per me è il Dio normale.

Un Dio che dice e ordina di uccidere?

I membri dell’organizzazione seguono un certo tipo di fatwa. Nella nostra organizzazione c’è un consiglio religioso, all’interno del quale ci sono dei responsabili chiamati a emettere fatwa. Il punto di riferimento dal punto di vista della dottrina, e colui che emana le fatwa più importanti, è un pensatore che si chiama Bethemia.

Dio vi autorizza ad uccidere?

La fatwa è un permesso legale per uccidere.

Lei la pensa così anche oggi?

Adesso, attualmente no.

Perché?

Quando sono entrato a far parte dell’organizzazione, ho incontrato l’emiro di Al-quta alla periferia di Damasco. L’emiro mi ha mostrato il piano di esplosione del centro di Al Midan nel cuore di Damasco. Le immagini dell’esplosione mi hanno fatto provare una grande pena, ma il capo era esaltato, provava una vera e propria eccitazione. Il responsabile della sharia aveva precisato che l’organizzazione non uccideva i civili, mentre il responsabile della zona occidentale di Al-quta aveva sostenuto che durante l’esplosione di una bomba vi possono essere dei danni collaterali. E questo non era un problema. Così ho iniziato ad avere dei dubbi.

Quando gli domando come viene trattato, risponde che è trattato molto bene, gli vengono somministrati i farmaci di cui ha bisogno poiché ha subito un intervento al cuore. Incalzo e chiedo se qualcuno gli ha mai fatto fare una fatwa per uccidere altri. Mi dice di non aver mai fatto una fatwa simile, ma gli è stato chiesto di uccidere un autista cristiano che si rifiutava di pagare il dazio e per questo era considerato un infedele. Chi non ammette la sharia e non paga il dazio deve essere eliminato.

Racconta poi di essere stato condotto, tempo prima, a Chamku, dove ha visto uccidere un rappresentante del governo. Chiedo ancora se spera di tornare a casa. Risponde con un “certamente” e china la testa, volgendo lo sguardo verso il pavimento.

Passiamo poi a un altro dei prigionieri. Si chiama Mohamed Amin Ali al-Abdullah, ha 26 anni e ha studiato medicina per quattro anni; era il medico dell’organizzazione.

Dove è stato arrestato?

Era il 10 maggio, sono stato arrestato nell’ospedale di Al Mussa: era un’imboscata. Ero andato a trovare la madre di uno, l’ordine era stato impartito dal terrorista che aveva provocato la strage di Al Midan del 6 gennaio 2012. Era ricercato dallo Stato, lui faceva parte del clan di Nusra.

Condividevi l’operato dell’autore della strage di Al Midan?

Il terrorista che ha causato la strage Al Midan doveva piazzare ordigni non solo ad Al Midan, ma in molte altre zone, io non sapevo quello che accadeva, ero lì in quanto medico, dovevo prestare soccorso ai membri dell’organizzazione. Quell’uomo [n.d.r. l’autore della strage di Al Midan] mi ha portato dove c’è stato l’attentato di al Kasaz e dove sono state utilizzate 5 tonnellate di esplosivo, era il 14 maggio.

Sei sposato? Hai fratelli?

No.

Chi è il responsabile militare dell’organizzazione?

L’emiro che mi ha coinvolto è un iracheno, il responsabile militare era un siriano di Damasco.

Sai quante persone sono morte durante l’attentato?

Più di 70 persone, e più di 300 feriti con danni alle case e agli edifici.

Come hanno organizzato quell’operazione?

Non sapevo che operazione facessero. Abnur, signore responsabile, mi ha condotto in un magazzino pieno di esplosivo alla periferia di Damasco e mi ha chiesto di aiutarlo. Inizialmente ero lì come medico responsabile. Ho fornito il mio supporto e ho caricato l’esplosivo dentro l’auto.

 Il medico termina il suo racconto e interviene il giovane imam, per precisare che l’emiro della strage di al Kasaz è lo stesso da cui anche lui riceveva gli ordini. Poi riprendiamo con Mohamed.

Che ruolo avevano gli iracheni?

Sono entrato in questo gruppo terroristico tramite un mio amico, collega di università alla fine del mese di dicembre 2011, solo per fornire aiuto sanitario. Secondo il punto di vista del mio amico era un modo per aiutarmi, questi gruppi di jihadisti sono venuti dall’Iraq, per aiutare il popolo siriano contro il regime.

Interviene ancora l’imam e dice che il responsabile della fatwa religiosa era iracheno, un generale o uno dei capi dell’organizzazione, che era stato eletto, come comandante generale in Siria, col nome di Abu Mussab.

Il detenuto sostiene di essere entrato nell’associazione dopo aver subito la pressione costante da parte dei media. Sostiene infatti che da marzo a gennaio vi è stata un’azione persuasiva, che gli è penetrata nel cervello. Interviene allora uno dei giornalisti e precisa: “I palestinesi soffrono, sono sotto l’occupazione, come mai non vi era tra le vostre priorità quella di liberare il territorio palestinese, piuttosto che quello siriano? Se voi credete che i palestinesi siano oppressi e la vittoria di Hezbollah su Israele è avvenuta grazie alla Siria, perché la Siria e non la Palestina?”.

Risponde ancora l’imam. “Secondo il concetto dell’organizzazione, tutti i sistemi del mondo arabo sono infedeli, e tutti gli infedeli sono uguali, a prescindere che si tratti di un ebreo, un dittatore, o un regime, perché non ammettono la legge di Dio. Chi non ammette la legge di Dio è un infedele e quindi bisogna combatterlo. La strada verso Gerusalemme passa tramite Damasco. Il Corano dice, chi non ammette la legge di Dio è un dittatore. Non è così nel versetto del Corano, precisano i traduttori, questa è la loro interpretazione. Per loro il dittatore, non ammette la legge di Dio, allora è un infedele”.

Dopo questa precisazione riprende l’intervista vera e propria.

Vi sentite dei rivoluzionari ? In questo momento dei prigionieri politici? Pensate di essere stati incriminati per motivi politici o siete solo persone che hanno sbagliato?

Ho seguito una strada sbagliata, risponde ancora l’imam con voce flebile, non sono triste per il mio status di prigioniero. L’organizzazione ci mostrava due strade percorribili: o la vittoria o il martirio. Io ho seguito la strada che, ovviamente, portava alla prigione, ho condannato me stesso. Quello che ho visto durante la mia esperienza è stato scioccante, il modo in cui sono stato trattato era molto diverso rispetto a quello che pensavo, a quello che immaginavo. Quando sono arrivato qui mi hanno trattato in modo molto umano, sono migliori di me. Questo è il destino inevitabile per uno che, come me, ha commesso questi sbagli.

 I suoi occhi si riempiono di lacrime.

Poniamo poi un ultimo quesito al giovane medico.

Come mai un dottore che ha giurato di salvare le persone, decide di uccidere?

Non ero la corrente dell’operazione militare, solo dopo ho compreso che l’attentato di al Kasaz era opera dell’organizzazione.

A questo punto io e i miei accompagnatori ci rivolgiamo al turco, maglietta nera e pantaloni grigi, il siriano accanto lui traduce le domande che gli rivolgiamo.

 Hai detto di essere passato dalla Turchia, per te è stato facile passare dalla Turchia in Siria? Come hai attraversato la frontiera?

Sono arrivato alla frontiera senza nessun problema e, come me, anche altre persone armate. Sono arrivato a Damasco chiedendo a una persona, Talivana, Ajil… Mi hanno fatto chiudere gli occhi e mi hanno portato a casa del primo. Ajil è andato in Turchia, chiedendo ad Assad (secondo interlocutore) di avere una strada sicura, per far entrare i jihadisti. Ho visto armi, fucili e bombe a mano. La seconda volta Assad mi aveva dato 5000 dollari. Assad è arrivato ad Aleppo in Turchia e mi ha insegnato le tecniche del contrabbando di armi e uomini. La via d’accesso per le armi non siamo riusciti a prepararla bene, così sono stato arrestato mentre arrivavo a Damasco. Sono stato arrestato ad Aleppo il 12 marzo.

Il prigioniero algerino ha la barba bianca, l’ho notato fin dall’inizio dell’intervista. Ha tenuto sempre lo sguardo basso, rivolto verso il suolo, e le mani giunte, un segno di timore forse, o di chiusura, immagino. La voce è roca.

Il suo nome è Jamel Amer al-Khodoud, sua moglie e i suoi figli vivono a Marsiglia, ha 49 anni, la sua battaglia è iniziata in seguito al tam tam mediatico a opera delle emittenti arabe, in particolare al-Jazeera. Voleva fare qualcosa per opporsi alle sofferenze delle quali, secondo lui, erano vittime i musulmani.

Non si legge rimorso né pentimento nei suoi occhi, sguardo basso teso a evitare l’incontro con gli sguardi di noi estranei. Dichiara di essere trattato bene, non mostra segni di maltrattamento, come del resto gli altri prigionieri. Quando mi avvicino a lui, rivolgendomi in lingua francese, e gli chiedo se ha paura, mi fa cenno di sì. Capisco che quella carcerazione non deve essere facile; gli chiedo se spera di tornare a casa, domanda banale forse, mi risponde ancora di sì e mi fa capire che le condizioni di detenzione non sono delle migliori. Del resto siamo in guerra, le carceri siriane sono colme di detenuti e il luogo in cui ci troviamo è uno spazio militare di massima sicurezza.

È entrato dalla Turchia, dopo un lungo viaggio dalla Francia fino a Istanbul; quindi si è recato in un campo profughi, al confine turco-siriano. Accanto a questi ci sono i campi di addestramento. È stato circa 3 mesi in questo campo, a Yadavi, e qui gli hanno insegnato l’arte della guerra.

 Come è entrato in Turchia?

In modo clandestino, di notte.

Come può uno che vive in Francia, a Marsiglia, decidere di venire a fare una guerra? Cosa l’ha spinta da Marsiglia?

Mentre guardavo i canali di al-Jazeera e al-Arabiya, sentivo la pena e la sofferenza di queste decine di bambini, di donne e piangevo. Ho deciso da solo, ho preso l’aereo e sono andato in Turchia.

Cosa faceva a Marsiglia?

Il freelance, lavoravo a volte come autista negli alberghi, vendevo nei mercati.

Adesso cosa pensa? Pensa di aver fatto uno sbaglio? Sarebbe stato meglio rimanere a Marsiglia?

Sì, penso sarebbe stato meglio rimanere a Marsiglia. Ma sentivo che venire in Siria era per me un dovere, una jihad. Combattere in nome di Dio.

Lei sa sparare?

Ho fatto il servizio militare in Francia, Reggimento dei trasporti.

In questi 3 mesi che tipo di addestramento le è stato impartito?

Ho fatto 15 giorni di addestramento con i fucili in dotazione, presso i siriani sotto il comando di Abu Akmall. L’ho conosciuto nel campo profughi siriano in Turchia.

Quanti anni ha?

49 anni.

Come mai il governo turco consentiva gli addestramenti?

I turchi non sapevano, lo facevamo di nascosto. Non si può uscire dai campi profughi. Non so come Akmall riuscisse a uscire dal campo.

Lei ha famiglia e figli?

Una moglie e 6 figli.

Ha preferito lasciare moglie e figli in Francia per andare a fare una guerra?

Per me, i figli siriani sono come miei figli.

Il governo francese non ha chiamato per lei?

Il governo francese non ha fatto nulla.

L’ambasciata è stata avvisata?

È stata avvisata, però non è intervenuta.

Ha parlato con sua moglie al telefono?

I responsabili del carcere me lo hanno permesso, ma a volte la linea cade.

Sua moglie che cosa le ha detto? Se vuole dirmelo, è una domanda personale.

Ho parlato con il mio figlio maggiore, ho mandato un sms, la linea è caduta e non ho potuto parlare con mia moglie.

Ha avvisato e non ha detto nient’altro…

Siccome non sono riuscito a comunicare con la famiglia in Francia, non so se sappiano qualcosa oppure no.

Loro sapevano che stava partendo per la Turchia?

Ho lasciato la famiglia senza dire il perché, ho deciso e sono partito.

Chi nella sua famiglia condivide con lei questo pensiero?

Ho figli piccoli, il più grande ha 11 anni, non ha queste idee. Io ho maturato queste idee solo attraverso la Tv. Non facevo parte di alcuna organizzazione, l’informazione è pericolosa.

In Francia frequentava estremisti?

In passato andavo in una moschea di salafiti, solo per fare proselitismo, invitavo la gente alla preghiera. Non parlavo mai di Al jihad.

Ci rivolgiamo nuovamente al prigioniero turco.

Ci vuole parlare della sua relazione con i talebani e la loro relazione con la Siria?

Ho conosciuto un uomo in Turchia di nome Yussef, ho assistito a una lezione di religione in Afghanistan. Le scuole religiose in Afghanistan formano ed educano i soldati, che poi tornano in Turchia e vengono mandati in tutto il mondo.

 Galibo è siriano, è stato beccato a Damasco. Faceva parte dell’esercito libero, era un muftì, la più alta autorità religiosa in quell’area, come il papa.

 Quindi era lei che emanava le fatwa?

Noi emanavamo delle fatwa. Noi decidevamo chi doveva morire.

Quindi, lei decideva della vita e della morte delle persone?

Purtroppo sì, questo era anche il mio compito, emettere fatwa nei confronti degli infedeli e di chi non pagava il dazio.

Oggi ritiene che fosse giusto quello che faceva?

Oggi no, penso sia sbagliato.

Il carattere evasivo della risposta palesa la scarsa convinzione di chi, suo malgrado, è costretto dallo stato di prigionia a dare delle risposte strumentali, che gli consentano di sopravvivere serenamente all’interno della struttura.

Concludiamo chiedendo un’ultima cosa.

Come viene trattato in questo luogo?

Bene! Mi sembra la giusta punizione per ciò che ho fatto.

Anche questa risposta, palesemente non del tutto veritiera, tradisce lo stato d’animo di un detenuto che, comprensibilmente, non dichiara apertamente lo stato di sofferenza proprio della prigionia.

 

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Siria, la testimonianza dal fronte: i terroristi di Idlib fanno il lavoro sporco. E i curdi hanno molte responsabilità

“Nelle aree curde abbiamo visto molte persone ferite e uccise dai pestaggi dei turchi. L’intero confine settentrionale da Jarablus sull’Eufrate a Maliyah è interessato. Ci sono parecchie persone in ospedale. Per quanto riguarda il numero di morti e la loro identità, è ancora presto per saperlo. Cerchiamo di essere vigili su ciò che ascoltiamo. Le famiglie sono fuggite ad Al Hasakeh. Non osano più uscire. I curdi vanno porta a porta arruolando tutti gli uomini per combattere nei ranghi curdi contro i turchi”. È una testimonianza eccezionale quella offerta da Alexandre Goodarzy, in missione nel nord della Siria per SOS Chrétiens d’Orient, al sito Voltaire.net.

Un racconto eccezionale su quanto sta accadendo in queste ore in quella zona del paese: “L’esercito turco, con il sostegno dei jihadisti di Idlib, ha bombardato diverse località della Siria nord-orientale e poi ha lanciato l’operazione di terra”.  Goodarzy parla di una situazione spaventosa e attribuisce non poche colpe anche all’ostinazione curda nel voler assolutamente creare un Kurdistan a spese della sovranità nazionale siriana “Finora, le piccole minoranze cristiane siriache, caldee e assire e persino la maggioranza araba sunnita e curda sono state sottoposte al dispotismo di questo movimento politico, in particolare il PYD e la sua ala armata, l’YPG. Certo, è piuttosto doloroso in questo momento”.

Per quanto riguarda il pericolo jihadista, derivante dal fatto che molti miliziani dello Stato Islamico sono detenuti nei campi e nelle carceri curde in aree sottoposte ai bombardamenti di Ankara, Alexandre Goodarzy evidenzia come l’indebolimento dei curdi renderà impossibile contenere questo gran numero di combattenti dell’ISIS che, insieme alle loro famiglie, potrebbero trovare una via di fuga e costituire una nuova minaccia jihadista.

Alla domanda se l’offensiva turca potrebbe servire a Bashar al-Assad per riprendere il controllo della regione, afferma: “Il governo siriano condanna ovviamente l’offensiva turca contro la violazione della sovranità e dell’integrità territoriale del paese. Tuttavia, è molto interessante per i siriani vedere i turchi fare il lavoro sporco per loro. La questione curda è un problema sia per i turchi che per i siriani. Se domani la Siria attaccasse i curdi, i media si scatenerebbero contro il governo di Damasco. Del resto, basta vedere come hanno trattato questo paese dopo aver combattuto per otto anni contro il terrorismo”.

Infine ricorda come la Turchia attacchi la Siria e i curdi da otto anni: “Controlla i territori a ovest dell’Eufrate e nella sacca di Idlib, dove si trovano i terroristi, ci sono le postazioni dei turchi. Ora che stanno attaccando i curdi, ci svegliamo! È abbastanza problematico. Sarebbe stato necessario condannare i turchi molto tempo prima”.

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La Siria riparte dal pluralismo religioso (e dai cristiani)

La propaganda anti Assad in chiave religiosa è un elemento costante di come i media hanno raccontato la guerra in Siria dal sorgere del conflitto nel 2011. Nelle maglie della disinformazione, loro malgrado, sono finiti i cristiani: perseguitati dai gruppi jihadisti supportati dall’Occidente e dalle Monarchie del golfo, hanno fatto fatica a far sentire la loro voce quando una schiera di inviati spregiudicati hanno raccontato soltanto un’unica versione, compresa quella falsa che a volere la loro scomparsa dalla Siria, come quella di altre minoranze, fosse proprio il governo di Damasco.

Autorevoli giornalisti hanno condotto importanti reportage per demolire questa narrazione fatta propria, in parte, anche da Papa Francesco che, evidentemente, non ha ascoltato le grida di dolore che le comunità cristiane siriane hanno lanciato al mondo mentre i terroristi commettevano nei loro confronti le peggiori atrocità. Una responsabilità, quella del Vaticano, che non può essere sottaciuta perché confonde il piano dei perseguitati con quello dei loro persecutori, ignorando che c’è sempre stato qualcuno che ha lottato per assicurare la presenza cristiana in Siria.

Alla vasta letteratura sul tema (si pensi ai libri in lingua italiana del reporter di guerra Gian Micalessin, Fratelli traditi, e del giornalista Fulvio Scaglione, Siria – I cristiani nella guerra), si aggiunge anche il libro “Voci dalla Siria” di Mark Taliano, ricercatore del Center for Research on Globalization (CRG) e autore di Global Research Publishers, 2017.  L’autore unisce anni di ricerca con osservazioni sul campo e nel suo volume presenta ai lettori un’analisi informata e ben documentata tanto da essere considerata oggi il principale e più autorevole documento sui media in Siria. Il libro sostiene una tesi non molto amata dal giornalismo occidentali, ovvero che nel paese il pluralismo religioso stia risorgendo, a volte letteralmente dalle ceneri.

Si parla tanto dei profughi ma non si racconta mai del loro ritorno in patria, in un paese che l’esercito di Damasco con il sostegno della Russia e dei suoi storici alleati regionali (Iran ed Hezbollah) ha liberato dai terroristi la cui barbarie è ben impressa nella mente di milioni di siriani. In decine di migliaia hanno rifatto la strada di ritorno dai campi in Libano, Turchia, Giordania e Iraq. Altri stanno pensando di ritornare persino dall’Europa. Certo, non tutti i cristiani fuggiti dalla Siria nel corso della guerra non tornano nel paese ma questo non perché c’è Assad ma solo perché si preferisce, dopo una fuga drammatica da un luogo di guerra, provare a costruire una nuova vita in luoghi che danno maggiore sicurezza. Del resto, il numero dei cristiani in Siria oggi è dimezzato mentre quello nell’Iraq liberato è ridotto a meno di un quinto e la comunità prossima all’estinzione. Sono numeri che smontano la tesi dei nemici di Assad in funzione anti cristiana.

Certo, la ricostruzione è lenta e faticosa, il paese, smembrato e ridotto in molte delle sue parti in un cumulo di macerie, soffre, per via delle sanzioni, la fame e il deficit di cure mediche, ma la popolazione ha ripreso a vivere sotto un cielo che non è più quello cupo dello Stato Islamico e delle bande jihadiste. Mark Taliano prende l’antica città di Maaloula come esempio della rinascita, soprattutto per i cristiani. Luogo sacro per eccellenza, dove si parla ancora l’aramaico, la lingua di Cristo, dopo la distruzione dei santuari, delle chiese e persino delle moschee da parte dei terroristi di al Qaeda, oggi è un esempio di pluralismo religioso tipico della migliore tradizione orientale.

La Siria è ritornata a essere la terra dei profeti, del dialogo religioso, dei riti sacri e di quelle antiche testimonianze che hanno posto questo luogo al centro della cristianità nel mondo. Che piaccia o meno, il merito è in gran parte del Presidente Assad al quale si possono certamente attribuire molte colpe ma non certo quella di aver lottato per mantenere la Siria integra, sovrana, laica e plurale, un’architettura poco gradita all’Arabia Saudita e alla sua ideologia wahabita, ma soprattutto libera dal giogo del terrorismo islamico e dalla violenza jihadista.

Ancora oggi circolano delle vere e proprie fake news, sulle quali si nutre l’opinione pubblica, circa i crimini commessi dal governo siriano. Parlando dei cristiani salta all’occhio quella messa in circolazione dal Syrian Network for Human Rights, una finta organizzazione umanitaria pagata dall’emiro del Qatar, che di terrorismo se ne intende visto che in Siria ha foraggiato a suon di petroldollari i gruppi armati autori di massacri su vasta scala. Lo stesso Emiro, attraverso la sua emittente, Al Jazeera, si è macchiato delle peggiori nefandezze nel campo dell’informazione mondiale, con falsi scoop propinati allo solo scopo di far ricadere su Damasco e Mosca colpe che invece sono attribuibili interamente sui cosiddetti ribelli.

Secondo tale organismo, il presidente siriano dal 2011 a oggi avrebbe attaccato volutamente 124 chiese nel paese. L’intento è quello di screditare quanto riportato dalle stesse comunità cristiane, dalle autorità ecclesiastiche del paese e dai giornalisti che hanno raccolto testimonianze in pieno contrasto con quanto affermato da un gruppo mediatico che non può essere considerato né indipendente né libero. Del resto, lo fanno anche alcuni giornalisti e opinionisti che in Siria non ci sono mai andati ma pensano di detenere la verità in tasca. Intanto, sotto le bombe dei quartieri occupati dai terroristi ci stavano loro, i preti, le suore, i chierici e quei fedeli che non hanno mai smesso di aiutarsi a vicenda e di aiutare il prossimo, senza pensare che quel prossimo fosse cristiano, ebreo o musulmano. E in quegli anni lunghissimi, tutti loro, da Aleppo alle periferie di Damasco, avevano la consapevolezza che il male aveva il volto dei jihadisti e non quello di Assad.

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I cristiani di Siria traditi da Papa Bergoglio e dall’establishment del Vaticano

La propaganda anti Assad ha colto l’occasione della lettera di Papa Francesco al presidente siriano, nella quale in sostanza gli si chiede di porre fine alle migliaia di detenzioni illegali, alle torture, alle sparizioni, alle esecuzioni extragiudiziali degli oppositori politici, per sferrare un ennesimo colpo alla corretta informazione sulla guerra che da anni devasta il paese arabo. Quella lettera è suonata come un tradimento della Santa Sede, e dei suoi alti prelati, ai tanti cristiani che in questi anni sono stati letteralmente abbandonati al loro destino consentendo alle bande armate anti governative di brutalizzare le loro esistenze non solo con eccidi e sparizioni di massa ma anche con l’esodo forzato in altri luoghi.

La presenza cristiana in Siria in questi anni è stata assicurata grazie alla protezione che il presidente Assad e il suo esercito hanno fornito a intere comunità prese di mira dai terroristi di matrice jihadista. È una dato certo che nessuna propaganda dei media, soprattutto quelli italiani guidati dall’indecente quotidiano Avvenire, il giornale della Conferenza Episcopale Italiana, che vanta il record di manipolazioni dell’informazione sulla guerra in Siria, tanto da essere additato come il primo giornale cristiano che difende i carnefici (i gruppi anti Assad) e non le vittime (i cristiani stessi).

La sensazione è che il Santo Padre sia stato ancora una volta indotto in errore dai suoi consiglieri, molti dei quali stanno ancora in Siria tradendo la loro missione di fede e sacerdotale. È prevalsa dunque la linea gesuita alla Padre Dall’Oglio, intrisa di odio anti regime e di bugie, e non quella francescana basata sulla resistenza, sulla misericordia e sulla verità dei fatti. Non incolpo dunque Bergoglio, incolpo i suggeritori dell’odio, quei cristiani che tradiscono i cristiani e vendono la loro pelle ai gruppi jihadisti.

Al Santo Padre, sommessamente, suggerisco la lettura di due libri: Fratelli Traditi del reporter di guerra Gian Micalessin e Siria, i cristiani nella guerra del giornalista Fulvio Scaglione. Sono due colleghi che stimo e che mi onorano della loro amicizia. Sono davvero felice di aver potuto presentare i loro libri in occasione del Meeting Internazionale delle Politiche del Mediterraneo che il Centro Italo Arabo organizza ogni anno in Sardegna, una terra di resistenza e di lotte, proprio come quelle affrontate dai cristiani in Siria.

Ecco, se il Pontefice avesse letto questi libri, avesse ascoltato in prima persona il grido di dolore dei suoi cari fratelli cristiani, probabilmente quella lettera sarebbe stata diversa. La convinzione è che la sua mano sia stata guidata da qualcun altro, da una penna che ha sparso non inchiostro ma veleno e retorica anti Assad con il solo scopo di fornire all’opinione pubblica, per l’ennesima volta, un quadro molto diverso di quanto sta accadendo dal 2011 in Siria.

La guerra è guerra e io per primo so bene che il regime non usa i guani di velluto contro gli oppositori politici e i nemici dello Stato. Le torture ci sono e c’è anche tutto il resto. Per rimanere in piedi, per salvare la propria sovranità e unità, per combattere il terrorismo e respingere gli attacchi stranieri, il governo ha dovuto necessariamente incattivirsi e difendersi con maggior forza, anche violando i diritti umani.

Dall’altra parte, però, e Bergoglio lo deve sapere, ci sono le forze del male, i tagliagole, gli stupratori, gli attentatori armati dall’occidente e dalle monarchie del golfo, ci sono i nemici della libertà, del progresso e della democrazia. Ecco, dimenticare tutto ciò significa, inevitabilmente, essere complice dei terroristi. In tutto questo, caro Papa Francesco, di cristiano non ci vedo davvero nulla.

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Se rubi una petroliera a me, ne rubo una a te

I Guardiani della rivoluzione islamica dell’Iran hanno sequestrato una petroliera nelle acque del Golfo persico. La conferma arriva direttamente da Teheran attraverso un comunicato letto dalla televisione di Stato. Si tratta di una petroliera (forse la Riah, battente bandiera panamense e di proprietà della compagnia emiratina Prime Tankers) carica di un milione di litri di carburante che, secondo i pasdaran, sarebbe stato contrabbandato.

Si tratta della prima risposta della Repubblica Islamica dopo il sequestro, avvenuto nelle scorse settimane, della petroliera iraniana Grace 1 da parte dei Royal Marines al largo di Gibilterra. Secondo le autorità britanniche, la nave trasportava petrolio destinata alla Siria in violazione dell’embargo imposto dall’Unione europea.

In campo è scesa anche la Guida suprema della rivoluzione, Ali Khamenei, che ha affermato come l’Iran non abbia alcuna intenzione di lasciare senza risposta gli “atti di pirateria” commessi dal Regno Unito. Peraltro, proprio Londra ha rivelato che il mancato rilascio della nave iraniana dipende da Israele che ha chiesto espressamente di non consegnare a Teheran l’imbarcazione. Il ministro degli esteri britannico, dopo tutto, aveva assicurato una rapida riconsegna in cambio della garanzia di non rifornire più greggio alla Siria.

Come nel passato, si riapre la caccia alle petroliere nella acque internazionali. Il teatro è ancora una volta il Golfo Persico. Non è un caso che la Gran Bretagna abbia deciso di inviare una terza nave da guerra per contrastare una eventuale ritorsione dell’Iran dopo i fatti che hanno riguardato la Grace 1. Intanto, tra vedere e non vedere, i guardiani della rivoluzione hanno “recuperato” una petroliera fantasma straniera riportandola nelle proprie acque territoriali.

Della serie: se tu rubi una cosa a me, io ne rubo un’altra a te.

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Oltre la guerra in Siria: i limiti dell’informazione

La Siria raccontata attraverso la cronaca quotidiana delle battaglie e da una prospettiva solo ed esclusivamente militare – come se il fronte di guerra fosse l’unica misura di quanto sta accadendo in quell’area geografica – oltre a essere noiosa, è un fallimento per l’informazione. Certamente non aiuta a comprendere i mutamenti in corso nella società siriana, le trasformazioni e anche i limiti di una gestione della ricostruzione derivanti non solo dal peso delle sanzioni ma anche da quello annoso, e mai risolto, della corruzione interna. 
Dopotutto, Bashar al Assad sa bene che alcuni oscuri funzionari del partito Bath, in particolare quelli periferici, sono i peggiori nemici della libertà e della pace sociale nel Paese.  Era così prima della guerra, in quella stagione di riforme mancate e di corruzione diffusa, spesso compiuta alle spalle del Presidente, e lo è ancora di più oggi.
Serve uno sforzo maggiore, dunque, per tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e impedire di coltivare nemici interni, più subdoli e invisibili rispetto a quelli armati. Voler bene alla Siria significa saper e voler raccontare non il centimetro di terra sottratto ai terroristi ma anche il centimetro di spazio sottratto alla disinformazione a favore della verità dei fatti. Anche nelle zone liberate permane una condizione di povertà e di disagio notevole, il cibo non è di facile reperibilità, l’energia e l’acqua spesso scarseggiano. Le cause sono in parte note, in parte taciute, non per disonestà intellettuale ma per debolezza delle fonti da cui attingere le notizie. Raccontare a senso unico, da una parte o dall’altra, è un esercizio semplice quanto rischioso, soprattutto se si fa in modo corretto il mestiere di giornalista.
La Siria non è solo Damasco e, in parte, Aleppo ma anche quei tantissimi piccoli centri, anche rurali, che oggi sono marginalizzati nel processo di ricostruzione. Penso che si debba pretendere dagli alleati, soprattutto da quelli più competitivi nel mercato globale, uno sforzo maggiore per il rilancio economico della Siria perché si rischia un’implosione del sistema sociale e politico attuale con grande incertezza per il futuro. Il problema è proprio come risollevare l’economia di un paese devastato e, comunque, isolato una decisione scellerata degli Stati Uniti e dell’Europa.
Ecco, se proprio devo dirla tutta, oggi la posizione di Assad mi sembra meno salda di ieri. Un tempo si poteva essere o con lui o contro di lui. Le cose sono cambiate, quella logica non funziona più, neanche sotto il profilo della narrazione giornalistica.  Nella società siriana ci sono sfumature che vanno colte, segnali che non possono essere trascurati, perché quella società, devastata in quella che sarebbe diventata la classe dirigente del futuro, è molto più complessa di come è descritta anche dai cosiddetti “filo governativi”. Come insegna la storia, è proprio il post guerra (ancora in corso) che riserva le maggiori sorprese.
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Le sanzioni all’Iran dimostrano la debolezza della politica estera di Trump

Donald Trump ha deciso di inasprire le sanzioni contro la Repubblica Islamica dell’Iran, colpendo la guida spirituale Ali Khamenei e il suo entourage. Il segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin, ha spiegato che gli Stati Uniti congeleranno miliardi di dollari di fondi attivi dell’Iran. Il Presidente degli Stati Uniti è convinto che la misura possa indebolire ulteriormente Teheran e alimentare lo scontento popolare verso i vertici dello Stato, costringendo così gli ayatollah al negoziato. Insomma, la politica del ricatto: stringere la corda intorno al collo del nemico per obbligarlo a trattare.

La crisi economica e il malcontento della popolazione sono dei fatti incontrovertibili, ma quello che non riesce ad accettare il presidente Trump è che un iraniano preferisce tagliarsi una mano prima di soccombere di fronte al ricatto di un americano. Peraltro, a trarre vantaggio dalle sanzioni americane sono due nemici dichiarati dell’Iran, l’Arabia Saudita e, soprattutto Israele, che nel recente conflitto in Siria hanno fomentato il terrorismo jihadista e l’estremismo salafita in chiave anti Assad, alleato storico di Teheran. 

Le sanzioni hanno come unico effetto quello di far stringere il popolo iraniano intorno al suo leader in una forma di resistenza che deriva dalla storia, forza, cultura della grande Persia. La mediocrità della politica estera della Casa Bianca è in linea con quella fallimentare e fumosa dell’amministrazione Obama che, però, ha avuto il merito di aver riportato l’Iran nell’assise internazionale con la dignità che gli spetta di diritto. 

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