Alessandro Aramu

Giornalista

L’intervista del 2012 con i terroristi detenuti in Siria mai trasmessa in Occidente

Il 6 settembre del 2012, il Centro Italo Arabo e del Mediterraneo ha avuto la possibilità di intervistare in una località sconosciuta della Siria, in un carcere di massima sicurezza, dei detenuti, la maggior parte stranieri e prevalentemente mercenari, originari per lopiù dello Yemen, dell’Afghanistan e dell’Algeria. Prima solo il reporter britannico Robert Fisk aveva avuto la possibilità di intervistarli senza però avere la possibilità di riprenderli come invece è stato consentito alla nostra organizzazione.  L’intervista, che qui ripropongo, è contenuta nel volume “Siria – Quello che i Media non dicono” di cui sono autore insieme a Raimondo Schiavone, Talal Khrais e Antonio Picasso (Arkadia Editore).

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Sono schierati davanti a noi, sembrano uomini di mezza età. Quello che sembra essere il più giovane ha i capelli e gli occhi chiari. Alcuni di loro hanno la barba incolta e quell’aspetto dimesso e trasandato di persone dal vissuto difficile. Oltre a me e agli altri membri della delegazione di Assadakah vi sono due traduttori siriani, la deputata Maria Saadeh con il suo staff e alcuni reporter della tv siriana. Sistemo con attenzione la telecamera, la sensazione è quella di stare vivendo un momento storico. Non ho preparato una vera e propria intervista, so quello che voglio chiedere, ma non ho una scaletta predefinita. È accaduto tutto così in fretta e quest’incontro è stato talmente inaspettato che non ho avuto modo di prepararmi come avrei voluto. Non importa, sono uomini dopo tutto, non sarà difficile e le domande verranno da sé.

Chiedo da dove vengano, la provenienza mi sembra un primo dato importante da accertare; infatti mi domando subito se quelli che ho davanti siano siriani oppure no.

Mi rispondono in rapida successione: il più giovane è siriano, viene dalla periferia di Damasco; anche il secondo è siriano e proviene da una città nel nord della Siria, Deir el-Zour. Con sorpresa scopro che il terzo prigioniero è un algerino di nazionalità francese; accanto a lui siede un siriano, sempre della periferia di Damasco. Il turco che gli siede vicino, mi spiegano, non parla siriano né arabo, tradurrà per lui un uomo di media statura, prigioniero anche lui, proveniente da Aleppo.

Chiedo loro se hanno studiato, che tipo di formazione hanno. Il ragazzo con i capelli castani dice di essere un imam e di aver studiato teologia. Dice che suo fratello era nell’Esercito Siriano Libero e che è stato ferito durante uno scontro; racconta di essere stato intercettato e catturato mentre gli portava dei farmaci e dopo essere stato preso ha confessato la sua militanza tra i ribelli. Era il 7 aprile e si trovava alla periferia di Damasco.

La voce è roca e il tono monocorde, quasi dimesso.

Dice di essere stato emiro generale di Jabhat al-Nusra un braccio di Al-Qaida.

Mi sembra che abbia voglia di raccontare la sua storia. Così comincia un botta e risposta molto fitto.

Quali erano i vostri obiettivi in Siria?

Presso il comando della mia zona, dicevano che noi non avevamo l’obiettivo di far cadere il regime, ma l’obiettivo di instaurare il califfato. I piani prevedevano la creazione dell’Emirato di Damasco, per poi creare il grande califfato che si estendesse non solo nel mondo arabo, ma in tutto il mondo musulmano. Il capo della nostra organizzazione ripeteva spesso che la nostra missione non era solo quella di creare il califfato nel mondo arabo, ma arrivare fino alla Spagna; il comandante diceva: “Arriveremo fino a Roma e prenderemo Roma di nuovo”.

Avete un mandante, avete qualcuno che vi sovvenziona?

L’organizzazione madre si trova in Iraq, tante armi e tanti soldi, tanto denaro.

Cosa fate del denaro a disposizione, come lo utilizzate?

I soldi ci servono per comprare l’esplosivo. Qui, in Siria, c’è un ufficio organizzativo, a cui è demandata la gestione economica e che ha il compito di pagare gli aderenti.

Quindi voi siete tutti salariati, stipendiati?

Chi ha un lavoro non è stipendiato, chi non ha un lavoro fisso viene aiutato. C’è un responsabile economico a cui è demandato il compito di fornire il danaro.

Oltre al vostro obiettivo di creare il califfato, avete degli obiettivi di carattere religioso? Come vi orientate dal punto di vista religioso? Chi sono i vostri nemici e i vostri amici?

Non esistono amici al di fuori dell’organizzazione, chi non crede nella nostra religione, chi non è fedele al libro sacro è un infedele, e come tale destinato alla morte. È legale ucciderlo. Come ai tempi dei califfati, durante i quali chi non era musulmano doveva pagare il dazio e per chi non pagava c’era la spada e la morte.

In nome di quale Dio?

Non capisco. Per me è il Dio normale.

Un Dio che dice e ordina di uccidere?

I membri dell’organizzazione seguono un certo tipo di fatwa. Nella nostra organizzazione c’è un consiglio religioso, all’interno del quale ci sono dei responsabili chiamati a emettere fatwa. Il punto di riferimento dal punto di vista della dottrina, e colui che emana le fatwa più importanti, è un pensatore che si chiama Bethemia.

Dio vi autorizza ad uccidere?

La fatwa è un permesso legale per uccidere.

Lei la pensa così anche oggi?

Adesso, attualmente no.

Perché?

Quando sono entrato a far parte dell’organizzazione, ho incontrato l’emiro di Al-quta alla periferia di Damasco. L’emiro mi ha mostrato il piano di esplosione del centro di Al Midan nel cuore di Damasco. Le immagini dell’esplosione mi hanno fatto provare una grande pena, ma il capo era esaltato, provava una vera e propria eccitazione. Il responsabile della sharia aveva precisato che l’organizzazione non uccideva i civili, mentre il responsabile della zona occidentale di Al-quta aveva sostenuto che durante l’esplosione di una bomba vi possono essere dei danni collaterali. E questo non era un problema. Così ho iniziato ad avere dei dubbi.

Quando gli domando come viene trattato, risponde che è trattato molto bene, gli vengono somministrati i farmaci di cui ha bisogno poiché ha subito un intervento al cuore. Incalzo e chiedo se qualcuno gli ha mai fatto fare una fatwa per uccidere altri. Mi dice di non aver mai fatto una fatwa simile, ma gli è stato chiesto di uccidere un autista cristiano che si rifiutava di pagare il dazio e per questo era considerato un infedele. Chi non ammette la sharia e non paga il dazio deve essere eliminato.

Racconta poi di essere stato condotto, tempo prima, a Chamku, dove ha visto uccidere un rappresentante del governo. Chiedo ancora se spera di tornare a casa. Risponde con un “certamente” e china la testa, volgendo lo sguardo verso il pavimento.

Passiamo poi a un altro dei prigionieri. Si chiama Mohamed Amin Ali al-Abdullah, ha 26 anni e ha studiato medicina per quattro anni; era il medico dell’organizzazione.

Dove è stato arrestato?

Era il 10 maggio, sono stato arrestato nell’ospedale di Al Mussa: era un’imboscata. Ero andato a trovare la madre di uno, l’ordine era stato impartito dal terrorista che aveva provocato la strage di Al Midan del 6 gennaio 2012. Era ricercato dallo Stato, lui faceva parte del clan di Nusra.

Condividevi l’operato dell’autore della strage di Al Midan?

Il terrorista che ha causato la strage Al Midan doveva piazzare ordigni non solo ad Al Midan, ma in molte altre zone, io non sapevo quello che accadeva, ero lì in quanto medico, dovevo prestare soccorso ai membri dell’organizzazione. Quell’uomo [n.d.r. l’autore della strage di Al Midan] mi ha portato dove c’è stato l’attentato di al Kasaz e dove sono state utilizzate 5 tonnellate di esplosivo, era il 14 maggio.

Sei sposato? Hai fratelli?

No.

Chi è il responsabile militare dell’organizzazione?

L’emiro che mi ha coinvolto è un iracheno, il responsabile militare era un siriano di Damasco.

Sai quante persone sono morte durante l’attentato?

Più di 70 persone, e più di 300 feriti con danni alle case e agli edifici.

Come hanno organizzato quell’operazione?

Non sapevo che operazione facessero. Abnur, signore responsabile, mi ha condotto in un magazzino pieno di esplosivo alla periferia di Damasco e mi ha chiesto di aiutarlo. Inizialmente ero lì come medico responsabile. Ho fornito il mio supporto e ho caricato l’esplosivo dentro l’auto.

 Il medico termina il suo racconto e interviene il giovane imam, per precisare che l’emiro della strage di al Kasaz è lo stesso da cui anche lui riceveva gli ordini. Poi riprendiamo con Mohamed.

Che ruolo avevano gli iracheni?

Sono entrato in questo gruppo terroristico tramite un mio amico, collega di università alla fine del mese di dicembre 2011, solo per fornire aiuto sanitario. Secondo il punto di vista del mio amico era un modo per aiutarmi, questi gruppi di jihadisti sono venuti dall’Iraq, per aiutare il popolo siriano contro il regime.

Interviene ancora l’imam e dice che il responsabile della fatwa religiosa era iracheno, un generale o uno dei capi dell’organizzazione, che era stato eletto, come comandante generale in Siria, col nome di Abu Mussab.

Il detenuto sostiene di essere entrato nell’associazione dopo aver subito la pressione costante da parte dei media. Sostiene infatti che da marzo a gennaio vi è stata un’azione persuasiva, che gli è penetrata nel cervello. Interviene allora uno dei giornalisti e precisa: “I palestinesi soffrono, sono sotto l’occupazione, come mai non vi era tra le vostre priorità quella di liberare il territorio palestinese, piuttosto che quello siriano? Se voi credete che i palestinesi siano oppressi e la vittoria di Hezbollah su Israele è avvenuta grazie alla Siria, perché la Siria e non la Palestina?”.

Risponde ancora l’imam. “Secondo il concetto dell’organizzazione, tutti i sistemi del mondo arabo sono infedeli, e tutti gli infedeli sono uguali, a prescindere che si tratti di un ebreo, un dittatore, o un regime, perché non ammettono la legge di Dio. Chi non ammette la legge di Dio è un infedele e quindi bisogna combatterlo. La strada verso Gerusalemme passa tramite Damasco. Il Corano dice, chi non ammette la legge di Dio è un dittatore. Non è così nel versetto del Corano, precisano i traduttori, questa è la loro interpretazione. Per loro il dittatore, non ammette la legge di Dio, allora è un infedele”.

Dopo questa precisazione riprende l’intervista vera e propria.

Vi sentite dei rivoluzionari ? In questo momento dei prigionieri politici? Pensate di essere stati incriminati per motivi politici o siete solo persone che hanno sbagliato?

Ho seguito una strada sbagliata, risponde ancora l’imam con voce flebile, non sono triste per il mio status di prigioniero. L’organizzazione ci mostrava due strade percorribili: o la vittoria o il martirio. Io ho seguito la strada che, ovviamente, portava alla prigione, ho condannato me stesso. Quello che ho visto durante la mia esperienza è stato scioccante, il modo in cui sono stato trattato era molto diverso rispetto a quello che pensavo, a quello che immaginavo. Quando sono arrivato qui mi hanno trattato in modo molto umano, sono migliori di me. Questo è il destino inevitabile per uno che, come me, ha commesso questi sbagli.

 I suoi occhi si riempiono di lacrime.

Poniamo poi un ultimo quesito al giovane medico.

Come mai un dottore che ha giurato di salvare le persone, decide di uccidere?

Non ero la corrente dell’operazione militare, solo dopo ho compreso che l’attentato di al Kasaz era opera dell’organizzazione.

A questo punto io e i miei accompagnatori ci rivolgiamo al turco, maglietta nera e pantaloni grigi, il siriano accanto lui traduce le domande che gli rivolgiamo.

 Hai detto di essere passato dalla Turchia, per te è stato facile passare dalla Turchia in Siria? Come hai attraversato la frontiera?

Sono arrivato alla frontiera senza nessun problema e, come me, anche altre persone armate. Sono arrivato a Damasco chiedendo a una persona, Talivana, Ajil… Mi hanno fatto chiudere gli occhi e mi hanno portato a casa del primo. Ajil è andato in Turchia, chiedendo ad Assad (secondo interlocutore) di avere una strada sicura, per far entrare i jihadisti. Ho visto armi, fucili e bombe a mano. La seconda volta Assad mi aveva dato 5000 dollari. Assad è arrivato ad Aleppo in Turchia e mi ha insegnato le tecniche del contrabbando di armi e uomini. La via d’accesso per le armi non siamo riusciti a prepararla bene, così sono stato arrestato mentre arrivavo a Damasco. Sono stato arrestato ad Aleppo il 12 marzo.

Il prigioniero algerino ha la barba bianca, l’ho notato fin dall’inizio dell’intervista. Ha tenuto sempre lo sguardo basso, rivolto verso il suolo, e le mani giunte, un segno di timore forse, o di chiusura, immagino. La voce è roca.

Il suo nome è Jamel Amer al-Khodoud, sua moglie e i suoi figli vivono a Marsiglia, ha 49 anni, la sua battaglia è iniziata in seguito al tam tam mediatico a opera delle emittenti arabe, in particolare al-Jazeera. Voleva fare qualcosa per opporsi alle sofferenze delle quali, secondo lui, erano vittime i musulmani.

Non si legge rimorso né pentimento nei suoi occhi, sguardo basso teso a evitare l’incontro con gli sguardi di noi estranei. Dichiara di essere trattato bene, non mostra segni di maltrattamento, come del resto gli altri prigionieri. Quando mi avvicino a lui, rivolgendomi in lingua francese, e gli chiedo se ha paura, mi fa cenno di sì. Capisco che quella carcerazione non deve essere facile; gli chiedo se spera di tornare a casa, domanda banale forse, mi risponde ancora di sì e mi fa capire che le condizioni di detenzione non sono delle migliori. Del resto siamo in guerra, le carceri siriane sono colme di detenuti e il luogo in cui ci troviamo è uno spazio militare di massima sicurezza.

È entrato dalla Turchia, dopo un lungo viaggio dalla Francia fino a Istanbul; quindi si è recato in un campo profughi, al confine turco-siriano. Accanto a questi ci sono i campi di addestramento. È stato circa 3 mesi in questo campo, a Yadavi, e qui gli hanno insegnato l’arte della guerra.

 Come è entrato in Turchia?

In modo clandestino, di notte.

Come può uno che vive in Francia, a Marsiglia, decidere di venire a fare una guerra? Cosa l’ha spinta da Marsiglia?

Mentre guardavo i canali di al-Jazeera e al-Arabiya, sentivo la pena e la sofferenza di queste decine di bambini, di donne e piangevo. Ho deciso da solo, ho preso l’aereo e sono andato in Turchia.

Cosa faceva a Marsiglia?

Il freelance, lavoravo a volte come autista negli alberghi, vendevo nei mercati.

Adesso cosa pensa? Pensa di aver fatto uno sbaglio? Sarebbe stato meglio rimanere a Marsiglia?

Sì, penso sarebbe stato meglio rimanere a Marsiglia. Ma sentivo che venire in Siria era per me un dovere, una jihad. Combattere in nome di Dio.

Lei sa sparare?

Ho fatto il servizio militare in Francia, Reggimento dei trasporti.

In questi 3 mesi che tipo di addestramento le è stato impartito?

Ho fatto 15 giorni di addestramento con i fucili in dotazione, presso i siriani sotto il comando di Abu Akmall. L’ho conosciuto nel campo profughi siriano in Turchia.

Quanti anni ha?

49 anni.

Come mai il governo turco consentiva gli addestramenti?

I turchi non sapevano, lo facevamo di nascosto. Non si può uscire dai campi profughi. Non so come Akmall riuscisse a uscire dal campo.

Lei ha famiglia e figli?

Una moglie e 6 figli.

Ha preferito lasciare moglie e figli in Francia per andare a fare una guerra?

Per me, i figli siriani sono come miei figli.

Il governo francese non ha chiamato per lei?

Il governo francese non ha fatto nulla.

L’ambasciata è stata avvisata?

È stata avvisata, però non è intervenuta.

Ha parlato con sua moglie al telefono?

I responsabili del carcere me lo hanno permesso, ma a volte la linea cade.

Sua moglie che cosa le ha detto? Se vuole dirmelo, è una domanda personale.

Ho parlato con il mio figlio maggiore, ho mandato un sms, la linea è caduta e non ho potuto parlare con mia moglie.

Ha avvisato e non ha detto nient’altro…

Siccome non sono riuscito a comunicare con la famiglia in Francia, non so se sappiano qualcosa oppure no.

Loro sapevano che stava partendo per la Turchia?

Ho lasciato la famiglia senza dire il perché, ho deciso e sono partito.

Chi nella sua famiglia condivide con lei questo pensiero?

Ho figli piccoli, il più grande ha 11 anni, non ha queste idee. Io ho maturato queste idee solo attraverso la Tv. Non facevo parte di alcuna organizzazione, l’informazione è pericolosa.

In Francia frequentava estremisti?

In passato andavo in una moschea di salafiti, solo per fare proselitismo, invitavo la gente alla preghiera. Non parlavo mai di Al jihad.

Ci rivolgiamo nuovamente al prigioniero turco.

Ci vuole parlare della sua relazione con i talebani e la loro relazione con la Siria?

Ho conosciuto un uomo in Turchia di nome Yussef, ho assistito a una lezione di religione in Afghanistan. Le scuole religiose in Afghanistan formano ed educano i soldati, che poi tornano in Turchia e vengono mandati in tutto il mondo.

 Galibo è siriano, è stato beccato a Damasco. Faceva parte dell’esercito libero, era un muftì, la più alta autorità religiosa in quell’area, come il papa.

 Quindi era lei che emanava le fatwa?

Noi emanavamo delle fatwa. Noi decidevamo chi doveva morire.

Quindi, lei decideva della vita e della morte delle persone?

Purtroppo sì, questo era anche il mio compito, emettere fatwa nei confronti degli infedeli e di chi non pagava il dazio.

Oggi ritiene che fosse giusto quello che faceva?

Oggi no, penso sia sbagliato.

Il carattere evasivo della risposta palesa la scarsa convinzione di chi, suo malgrado, è costretto dallo stato di prigionia a dare delle risposte strumentali, che gli consentano di sopravvivere serenamente all’interno della struttura.

Concludiamo chiedendo un’ultima cosa.

Come viene trattato in questo luogo?

Bene! Mi sembra la giusta punizione per ciò che ho fatto.

Anche questa risposta, palesemente non del tutto veritiera, tradisce lo stato d’animo di un detenuto che, comprensibilmente, non dichiara apertamente lo stato di sofferenza proprio della prigionia.

 

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2 agosto 1980, la strage alla stazione di Bologna e la storia della piccola Angela

Il 2 agosto del 1980 era un sabato e a Bologna faceva caldo, caldissimo. Alla stazione ferroviaria Centrale c‘era un via vai impazzito di persone, perché quelli erano i giorni del grande esodo, i giorni che anticipano le ferie estive.

Alle 10.25 una bomba rompe quel disordine felice e la frenesia diventa silenzio e distruzione. Sotto le macerie, sparsi qua e là, incastrati tra i treni e le rotaie, sul selciato, scaraventati a decine di metri dal luogo dove stavano poco prima, i corpi di 85 persone. I feriti alla fine sono 200. Questa è la strage di Bologna, una storia di depistaggi e di menzogne, una pagina nera, una delle tante, della storia d’Italia nei cosiddetti anni di piombo.

Il mio pensiero va, in particolare, alla più piccola di quelle vittime, una bambina che veniva dalla mia terra, la Sardegna. Si chiamava Angela Fresu, aveva tre anni ed era con mamma Maria, una giovane donna di soli 24 anni.

Come tanti altri conterranei, anche Maria era emigrata dall’isola per lavorare come operaia in una fabbrica di confezioni a Empoli in Toscana.  Insieme a due amiche, Verdiana Bibona di Castelfiorentino e Silvana Ancilotti di Cambiano in provincia di Firenze, stavano andando in vacanza al lago di Garda.

L’esplosione le colse nella sala d’attesa della stazione. Angela e Verdiana morirono sul colpo. Di Maria nessuna traccia, neanche un brandello di carne. Qualche mese dopo, nel dicembre dello stesso anno, i resti di Maria vennero trovati sotto un treno diretto a Basilea, in Svizzera.

L’unica a sopravvivere fu Silvana che ricorda così quei momenti:  “Maria era di fronte a me, a Verdiana e alla bambina, la piccola Angela. Noi eravamo sedute. Lei era lì davanti, in piedi. Poi ci fu l’esplosione. Svenni. E quando riaprii gli occhi solo Maria non c’era più. Era scomparsa. Verdiana e la bambina erano a terra, di spalle. Immobili”.

Ecco perché ogni volta che capito a Bologna, in quella maledetta stazione, il pensiero corre sempre a quella mattina di 39 anni fa. Una mattina estiva che, improvvisamente, perse il sole e la luce.  

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