Alessandro Aramu

Giornalista

Elezioni in Tunisia, l’Italia non sia distratta

Le elezioni presidenziali in Tunisia non possono essere guardate con distrazione dall’Italia giacché tra i due paesi, affacciati l’uno davanti all’altro nel Mar Mediterraneo, corrono relazioni economiche, diplomatiche e culturali molto profonde. Anche di recente, il nostro governo ha ribadito l’intenzione di voler diventare il primo partner della Tunisia, rafforzando un legame di profonda amicizia che però non è scevro da problemi. Il riferimento è certamente la questione dei flussi migratori: nel 2018, infatti, i tunisini hanno rappresentato la principale nazionalità di migranti giunti nel nostro paese, con una cifra che si è attestata a poco più di 4000 persone giunte nelle nostre coste.

Una questione spinosa perché l’Italia nel frattempo, grazie a una serie di progetti di cooperazione, è impegnata a formare moltissimo giovani nelle proprie università con lo scopo di creare una futura classe dirigente in grado di creare sviluppo nel paese africano ma anche un ponte con l’Italia, con l’obiettivo di rafforzare sinergie, scambi e persino percorsi di sviluppo congiunto nel bacino mediterraneo.

Qualche dato aiuta a comprendere meglio l’importanza di un paese che rappresenta una piattaforma produttiva naturale per le imprese italiane impegnate a diversificare le proprie attività e penetrare nuovi mercati nel Maghreb, Africa subsahariana e Golfo. L’Italia è  il secondo partner commerciale della Tunisi con interscambio bilaterale nel 2018 attorno ai 5,9 miliardi di euro, e un saldo in attivo. Siamo il secondo cliente e il primo fornitore della Tunisia, con una quota di mercato superiore al 16%.

La nostra presenza economica annovera un migliaio di imprese, che danno lavoro a 63 mila tunisini. Una presenza massiccia, quasi un terzo di tutte le imprese a partecipazione straniera. Le nostre aziende, pur nel contesto non facile degli ultimi anni, hanno mantenuto la loro posizione nel mercato tunisino. L’Italia è molto presente nei settori manifatturiero (soprattutto tessile/abbigliamento), energetico, costruzioni e grandi opere, componentistica automotive, bancario, trasporti, meccanico, elettrico, farmaceutico, turistico e agro-alimentare.

Ecco, guardare a quel paese come un semplice contesto estero, non dissimile dagli altri, è profondamente sbagliato. Le elezioni presidenziali, del resto, sono state un banco di prova importante per capire, o almeno intuire, quale strada intraprenderà la Tunisia del futuro. Il primo turno ha riservato qualche sorpresa e al ballottaggio sono finiti, tra i 26 in corsa, due candidati “fuori sistema”: il docente universitario e costituzionalista Kaïs Saïed e l’imprenditore Nabil Karoui, che proprio durante la campagna elettorale è finito in carcere per reati finanziari. Uno dei grandi sconfitti è il candidato di Ennahda, Abdelfattah Mourou, il partito islamista che in questi anni ha provato ad ammorbidire le sue posizioni conservatrici fino a una revisione, solo parziale a dire il vero, dell’idea di Islam politico, quasi una necessità all’indomani degli attentati terroristici che hanno scosso il paese.

Lo scontro non è più tra islamisti e laici ma tra progressisti e conservatori, tra chi ha una idea moderna dello Stato e chi ancora è radicato in dinamiche che premiamo solo le grande aree urbane, relegando le aree periferiche a condizioni di sotto sviluppo permanente. Il populismo di Karoui, che certamente affascina una parte della popolazione, sembra essere un elemento di destabilizzazione del quadro politico interno. Il dato che preoccupa di più è la bassa affluenza al voto, ben sotto al 50 per cento, segno che dalla rivoluzione dei Gelsomini a oggi a regnare è il disincanto e la sfiducia verso la classe dirigente di un paese che vive di fortissimi contrasti ideologici e di una precarietà democratica dovuta principalmente a fattori economici e di distribuzione di ricchezza che ha acuito le disuguaglianze sociali. L’Unione Europea, e in particolare l’Italia, hanno il difficile compito di sostenere un percorso democratico capace di contrastare povertà e disoccupazione che sono la prima causa dei fenomeni migratori e del terrorismo. È evidente come sia necessario fornire il potenziale per stabilizzare la democrazia tunisina attraverso una economia forte, un impegno che gli alleati della sponda nord del Mediterraneo non possono disattendere. I più sfiduciati sono proprio i giovani che, a una prima analisi, sono quelli che hanno maggiormente disertato le urne. Chi tra gli under 30 ha scelto la strada del voto ha optato per Saïed, mentre gli anziani hanno premiato il controverso Karoui. Ora tutto si sposta a novembre, quando ci sarà il ballottaggio per la poltrona presidenziale. Nel mezzo, a inizio ottobre, le elezioni politiche che disegneranno nuove alleanze e nuove strategie, soprattutto per i partiti usciti malconci dal primo voto presidenziale.

Condividi

Morto il Presidente Essebsi, con lui una Tunisia laica e progressista

Un paese fragile, ferito dal terrorismo e da una crisi sociale che vede nel malcontento delle fasce più giovani della popolazione un elemento di forte instabilità interna. La morte de novantaduenne presidente Béji Caid Essebsi, erede naturale di Habib Bourghiba, di cui era stato ministro,  getta un’ombra di incertezza sul futuro della Tunisia. Ha incarnato il senso più autentico della politica progressista e laica, autentico baluardo contro il fondamentalismo islamico e la deriva estremista che ha portato a essere il paese come il più grande serbatoio di jihadisti nella guerra in Siria.

Se ne è andato nel giorno della Festa della Repubblica, dopo essere stato ricoverato per le conseguenze di una intossicazione alimentare che lo aveva portato in ospedale per ben due volte a giugno.  Soltanto un anno fa, malgrado l’età avanzata, non aveva escluso una sua ricandidatura. Le dimissioni dell’anziano presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, a seguito di proteste di piazza e di pressioni dell’apparato militare nazionale, gli avevano fatto cambiare idea, ben sapendo che nel paese stava maturando con sempre più forza la richiesta di una stagione di rinnovamento e di ringiovanimento della classe dirigente tunisina.

Una notizia che non è giunta inattesa ma che comunque lascia un profondo vuoto per l’importanza che il Presidente Essebsi ha avuto in questi anni, dopo la rivoluzione dei gelsomini del 2010- 2011, come elemento stabilizzatore della politica tunisina anche a livello internazionale.  Molte delle cause che hanno determinato quelle sommosse però non sono state rimosse: disoccupazione, rincari alimentari e cattive condizioni di vita, soprattutto nelle fasce più povere e giovani della popolazione, specie nelle aree non urbane, sono problemi che ancora oggi rischiano di far esplodere un paese che molti osservatori internazionali definiscono una vera e propria pentola a pressione.

Certo, la ripresa del turismo, un nuovo slancio economico derivante dalle ingente risorse economiche immesse nel mercato interno  dalle organizzazioni sovranazionali, non ultima l’Unione Europea.  Dal 2014 era capo dello Stato, in precedenza aveva ricoperto il ruolo di primo ministro e, sotto Ben Ali, anche l’incarico di presidente della Camera.  Non è una bestemmia definirlo un padre della patria anche se ha partecipato come uomo di primo piano a stagioni politiche non brillanti per il paese.

Ad ogni modo, a Essebsi va il merito di aver proseguito l’azione di laicizzazione del paese, percorrendo la strada riformatrice del mitico Bourghiba. Se quest’ultimo con il codice della famiglia del 1956 aveva garantito alle donne tunisine una vita con maggiori diritti rispetto alle cittadine degli altri paesi arabi, il primo ha favorito la legge che permette alle tunisine di sposare non musulmani e quella contro la violenza di genere. Si tratta di norme che hanno rotto un tabù nel mondo islamico dove è vietato, per una donna di fede islamica, sposare uomini di altre religioni, mentre invece è consentito agli uomini.

Sotto la guida di Essebsi, la Tunisia ha fatto un altro significativo passo in avanti nella direzione della parità tra gli uomini e la donna, e lo ha fatto imponendo la parità nell’eredità, una misura che il testo sacro del Corano vieta giacché alle donne  è riconosciuta la metà di quanto spetta invece agli uomini.  Misure che hanno rafforzato l’alternativa al partito islamista di Ennahdha, costretto, in parte,  anche a rivedere alcune posizioni estremiste e intransigenti di fronte a una società che chiedeva maggiore apertura e più diritti. Un’eredità pesante che le forze progressiste e laiche del paese dovranno essere capaci di gestire, anche se le divisioni pesano come un macigno sui prossimi sviluppi politici nazionali: dalla spaccatura del partito di Essebsi, Nidaa Tounes, è nato un nuovo partito che si è alleato proprio con le forze islamiste.  Meno di un anno fa aveva ventilato l’ipotesi di una sua ricandidatura.

Che cosa succederà ora? La costituzione prevede che la presidenza sia assunta, per un periodo che va da 45 a 90 giorni, dal presidente del Parlamento, ovvero da Mohamed Ennaceur che in un discorso alla nazione trasmesso in diretta televisiva, ha fatto un richiamo all’unità. Le elezioni presidenziali sono state anticipate e fissate al 15 settembre.

Condividi