Alessandro Aramu

Giornalista

I bambini di Chernobyl e l’Italia: perché guardare una serie Tv (imperfetta)

Una serie televisiva statunitense, prodotta da HBO, ha riportato alla memoria più grande tragedia nucleare dell’era moderna*: era il 26 aprile del 1986 quando nella centrale V.I. Lenin, situata in Ucraina settentrionale (a quel tempo Unione Sovietica), a 3 km dalla città di Pryp”jat’ e a 18 km da quella di Černobyl’, si verificò una fortissima esplosione che provocò lo scoperchiamento del reattore e di conseguenza causò un vasto incendio. Parlare di quel disastro significa inevitabilmente parlare dell’URSS e del suo popolo, della sua grandezza e della sua miseria, delle menzogne e dei sacrifici che, per il bene supremo della nazione, furono imposti a uomini, donne e bambini tenuti all’oscuro di ciò che stava accadendo nell’immediatezza di quella catastrofe. L’etica dei comportamenti piegata alla ragion di Stato, si direbbe.

Parlare di quella catastrofe significa ripercorrere, all’indietro, un pezzo della nostra storia, anche e soprattutto individuale. La serie televisiva ha uno sguardo (e una morale) occidentale su quella vicenda ed è stata criticata, tra gli altri, anche dalle autorità di Mosca. A ben vedere, però, quelle critiche sono in parte infondate perché è la stessa serie a individuare degli eroi positivi che rappresentano, nel bene o nel male, la grandezza di quel progetto statale e politico che voleva contrapporsi, non senza limiti ed errori, all’egemonia dell’altro blocco, quello a guida americana. Gli eroi sono, primi fra tutti, i tanti scienziati sovietici che lavorarono per evitare una catastrofe ben peggiore dal punto di vista umano e ambientale.

Non è questa la sede per analizzare quella parentesi storica, durata poco più di 70 anni, ma per capire i fatti narrati dalla serie non si può prescindere da quel contesto intriso di ideologia e di contraddizioni. Ancora oggi non sappiamo quali siano stati i numeri reali di quella tragedia, i cui effetti letali su ambiente e popolazione dureranno per arco di tempo indefinito. Il numero dei decessi e dei casi accertati di tumore, a seguito dell’esposizione alle radiazioni, varia da rapporto a rapporto.

Quello che giova ricordare è il ruolo avuto dall’Italia in questa vicenda: in seguito alla catastrofe, il nostro paese fu da subito il più coinvolto a livello europeo nell’ospitare i bambini ucraini, russi e bielorussi provenienti dalle aree colpite dalle radiazioni. Il Chernobyl Children’s Project ha fatto si che mezzo milione di quei bambini, quasi tutti provenienti dalla Bielorussia, circa la metà di quelli coinvolti complessivamente nel programma, sia stato ospitato dalle famiglie italiane con il sistema delle “adozioni temporanee”.

Fu una straordinaria stagione di amicizia e solidarietà, la corsa alle adozioni mostrò ancora una volta il volto migliore di un paese che insieme alla posizione geografica, lo stile di vita, il cibo e l’ambiente salubre, seppe offrire ai bambini venuti dal freddo quell’amore, nel senso puro del termine, che sembra così distante dal clima di oggi, intriso di egoismo, indifferenza e cattiveria.

Ecco, ricordare Chernobyl, con tutti i limiti e le imprecisioni di una inquietante serie televisiva (interpretata da un manipolo di attori magistrali, sui quali spicca l’immensa Emily Watson) aiuta a tenere in mente ciò che siamo e dovremmo sempre essere: un popolo che non si tira indietro di fronte alle tragedie e sa accogliere con quel senso di generosità e grandezza che appartiene alla nostro storia.

*Uno dei due incidenti classificati come catastrofici con il livello 7 (massimo della scala INES) dall’IAEA, insieme all’incidente avvenuto nella centrale di Fukushima Dai-ichi nel marzo 2011.

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